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Calarossa

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Calarossa

 

All’interno del perimetro, ora inglobato nell’area del Solarium, c’era un ripiano, quasi una piattaforma naturale liscia, in cui potevano sedere comodamente due persone. Lì andavo quando avevo bisogno di solitudine, di sentirmi fuori dal tempo, di arroccamento in me stesso. Lì realizzavo interamente il mio rapporto con la natura, che era quello di una comunicazione diretta, un annullamento del proprio essere nell’essere più vasto di ciò che mi circondava, una completa interazione con la materia, che in quel momento diventava vita universale, divinità, fruizione reciproca di respiro e di luce. Lì andavo a studiare con Gaspare, o da solo, dopo avere attraversato il viottolo che, in alcune parti, specialmente dopo la Maidduzza,  costeggiava molto da vicino il dirupo dando un senso di vertigine. L’area di Torre Alba, (sono stato io a restituirle il suo nome, perché tutti la chiamavano “Torre Fanara” o “Torre delle monache”, le quali andavano a passarci l’estate e ne avevano ricavato anche un accesso a mare), era circondata da una recinzione naturale fatta da una pianta che aveva grandi spine bianche e che, si diceva, fossero quelle della corona posta in testa a Cristo, durante il calvario. Nel luccichio del mare sotto il sole si intravedeva una scia di luce verso l’infinito, “scaglie di mare” sino a Capo San Vito. Talora si vedevano colonie di pesci, forse delfini, saltellare nel loro viaggio verso l’esterno del Golfo.

Lì, nel lontano 1961 ho scritto questi versi, mentre l’ultimo spicchio di luna calante scoloriva nel cielo, ritornava, dall’altro lato, alle mie spalle il sole e io avevo in testa una  di quelle “lei” di cui ci si innamora a 18 anni. Passavo intere notti a guardare i colori del mare cangiarsi dall’azzurro al nero, ad ascoltarne il respiro, a inseguire gabbiani in cielo, verso l’ultima luce del crepuscolo, ad ascoltare i rumori dei motori delle barche che uscivano verso sera e ritornavano al mattino, a scrutare il fondo del mare che, con la luce delle lampare si poteva leggere, a salire sul carro dell’Orsa maggiore e immaginare viaggi in altri mondi, a tenere la stella polare come momento fisso di direzione, a cercare la costellazione di Orione o quella dello Scorpione.

 

MATTINO

 

Serena naviga

la più lontana spoglia di luna.

 

Sopra i monti hai una nuova vita

nell’animato incendio dell’aurora.

 

Il mare ha solo una gran voglia d’annullarsi.

Anch’io divento mare

 

(1961)

 

Lì ho continuato ad andare, a ripetere a me stesso i versi di Montale, sia quando c’era tempesta (“il tuo delirio sale agli astri, ormai”), sia quando c’era sereno (“antico, sono ubriaco della tua voce”), sia quando cercavo di lasciare dentro di me i frammenti dell’esterno in cui mi perdevo (“avrei voluto sentirmi scabro ed essenziale, come i ciottoli che tu volvi, mangiati dalla salsedine”).

Lì ho fotografato, con la macchina e con la mente incredibili tramonti in cui il sole d’agosto irradiava il suo caldo feroce, prima di affogare nel mare, tre quarti, mezzo, l’ultimo pezzetto, più nulla se non il rosso vivido che si andava sfumando verso l’alto in una gamma infinita di colori, sino allo scendere lento della sera.

Lì sono andato anche quando le delusioni della vita mi hanno ridotto alla disperazione, a cercare altre strade per poter tornare alla tranquilla staticità, all’eternità dell’acqua appena increspata dal vento di levante. Una volta vi ho passato un’intera notte con Erika, a parlare delle nostre delusioni, delle nostre esperienze d’amore finite, per andare poi, nel primo mattino, al bar del porto , un cornetto, un caffè e via a scuola, dove, sette per tutti, perché tra il sonno e il ripercorrere i  momenti vissuti, in quel momento non m’interessava di niente.

Lì, ho scritto questa altra breve poesia, cui sono molto legato.  In origine era “l’uomo solo”, che poi è diventato l’uomo, onde evitare un troppo evidente richiamo a Pavese, del quale conoscevo a memoria quasi tutte le poesie. L’uomo che annega nel mare è uguale a quello che “diventa mare”, nella poesia precedente. L’interazione con la natura è compiuta. Era compiuta. Perché adesso quello scoglio non c’è più, o, comunque, non sarà più possibile andarci.

 

L’uomo ritorna al suo scoglio,

dove la vita ha un confine

e un passo nel vuoto risolverebbe tutto.

 

Solo lui sa

quante volte ha ritratto il piede sospeso.

 

E’ tranquillo chi rema là in fondo?

L’uomo annega nel mare, finito.

 

Passa il tempo e quest’uomo

più non cerca parole

Quando l’ultima cicca gli brucia le dita

si distoglie e ritorna ai suoi passi

 

(1962)

 

( 25 maggio 2013 )



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