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Nove anni fa moriva Danilo Dolci.

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RICORDO DI DANILO 

di Salvo Vitale 

Nove anni fa moriva Danilo Dolci. Aveva passato quarantacinque anni della sua vita a Partinico e a Trappeto, ma in pochi si erano accorti della sua presenza. Invece venivano a trovarlo ed erano in contatto con lui i più grandi intellettuali stranieri e italiani, poeti, educatori, artisti, sociologi, studiosi attratti dalla sua personalità eclettica e dalle sue idee innovative.

Ancora oggi, dopo dieci anni, Partinico non sembra essersi accorta della sua scomparsa, così come non si era accorta della sua presenza: la logica è sempre la stessa: quando una persona è scomoda basta ignorarla, non parlarne, cancellarla: è lo stesso che ucciderla. Non una strada o una scuola intestata alla sua memoria, non una lapide, non un segno della sua presenza.

Per molti il tempo pare essersi fermato al 1964, quando il cardinale Ruffini scriveva: “in questi ultimi tempi  si direbbe che è stata organizzata una congiura per  disonorare la Sicilia e tre sono i fattori che maggiormente vi hanno contribuito: la mafia, il Gattopardo, Danilo Dolci.”

La colpa di Danilo era naturalmente quella di dire in giro che il popolo siciliano è “tra i più arretrati e miserabili del mondo” e che la mafia esiste e comanda, mentre per il cardinale era un fenomeno assolutamente trascurabile. 

Nasce a Sesana (Trieste) nel 1924. Compie i suoi primi studi a Milano. Nel 1943 rifiuta di arruolarsi con i repubblichini ed è stato arrestato, ma  riesce a fuggire e a nascondersi in Abruzzo. Dopo la guerra torna a Milano e si iscrive alla facoltà di Architettura, dove conosce Bruno Zevi.

Nel 1950, poco prima di laurearsi, lascia l’Università e si trasferisce a Nomadelfia (Modena), dove in un ex campo di concentramento nazista, per iniziativa di un prete, don Zeno Saltini, era nata una comunità di accoglienza per bambini sbandati dalla guerra. Due anni dopo si trasferisce in Sicilia, presso il borgo marinaro di Trappeto, dove il padre, ferroviere, tra il 40 e il 41 aveva prestato servizio. Lì Danilo comincia quella che egli stesso chiama “continuazione della Resistenza, senza sparare”. Lo strumento preferito per chiedere pane, lavoro, democrazia è il digiuno e il metodo è quello della non violenza. “Fare presto e bene perché si muore” è il titolo di uno dei primi libri di Danilo, in cui si denunciano casi di povertà estrema e condizioni di vita disperate. Nel gennaio del ’56  Danilo pubblica “Banditi a Partinico, un libro che ottiene un notevole successo in Europa, e,nello stesso anno, con un migliaio di persone, organizza prima uno sciopero della fame e dopo lo “sciopero alla rovescia”, ovvero una manifestazione in cui centinaia di disoccupati si mettono a lavorare per riattivare una strada diventata intransitabile: l’intervento della polizia disperde i manifestanti, mentre Danilo e altri collaboratori vengono arrestati come pericolosi criminali. Ne segue un famoso processo in cui Danilo è difeso dal grande giurista Piero Calamandrei, mentre in suo favore depongono Elio Vittorini e Carlo Levi. Intanto cresce in tutta Europa il consenso e l’ammirazione per l’attività di Danilo: tra gli intellettuali che si schierano con lui Noberto Bobbio, Ignazio Silone, Cesare Zavattini, Alberto Moravia, Enzo Sellerio, Lucio Lombardo Radice, Erich Fromm, Beltrand Russell, Jean Piaget, Aldous Huxley, Jean-Paul Sartre, Ernest Bloch, Aldo Capitini, .

Nel 1958 riceve da Mosca il premio Lenin, il cui denaro sarà investito per la costituzione di un Centro studi e iniziative per la piena occupazione, Danilo continua la sua opera di studio dei bisogni, degli usi, della cultura dei contadini, rendendosi conto che l’arretratezza e la mafia possono essere battute con l’istruzione e con il lavoro. Fondamentale il suo contributo per la realizzazione della diga sul fiume Jato, che sottrae il controllo dell’acqua irrigua e la sua distribuzione dalle mani della mafia per darla direttamente alla gestione dei contadini. Nel 1965, dopo essere stato ascoltato dalla Commissione Antimafia, Danilo denuncia di collusione con la mafia il ministro Bernardo Mattarella e il sottosegretario Calogero Volpe, oltre ad altri politici siciliani: ne segue un processo che si conclude con la condanna a due anni e mezzo, per diffamazione. Nella sua vita Danilo ha subito 26 processi, legati sempre alla sua attività sociale e ai suoi interventi non violenti.

Nel marzo del 1967 Danilo organizza la “Marcia della protesta e della speranza”: da Partanna a Castelvetrano, a Menfi, a Santa Margherita Belice, a Roccamena, a Partitico, a Monreale a Palermo si snoda un corteo che, attraverso gli interventi dei principali intellettuali italiani che vi partecipano pone alla ribalta le terribili condizioni delle popolazioni della Sicilia Occidentale, ma indica anche soluzioni di sviluppo, di occupazione, di cambiamento: alla marcia partecipa anche Peppino Impastato, in qualità di inviato del giornale “L’idea”, e su questa scriverà un dettagliato servizio.

Il 15 gennaio 1968 un violento terremoto distrugge alcuni paesi della valle del Belice: ritardi nei soccorsi, improvvisazioni, speculazioni, promesse non mantenute servono solo a rendere insostenibile il dramma delle popolazioni colpite. Con un gruppo di esperti e calcolando le somme disponibili Danilo presenta un piano di ricostruzione, discusso con i cittadini, ma il governo non lo prende minimamente in considerazione: con quel piano non si potevano far profitti o favori agli amici. Il 25 marzo 1970, da Partinico si ascolta la voce di una radio privata, “La radio dei poveri cristi”, la prima nella storia delle emittenti libere, lanciare un appello disperato per la salvezza delle popolazioni del Belice: dopo qualche ora la polizia irrompe nei locali, rompe le attrezzatura e arresta i due redattori responsabili, Franco Alasia e Pino Lombardo.

Sono anni in cui arrivano una serie di riconoscimenti, da Berna, da Stoccolma, da Copenaghen, oltre a nove candidature al Nobel per la pace.

Danilo comincia a volgere, con maggiore impegno, i suoi interessi verso il mondo della poesia e quello della pedagogia. I suoi versi, in libri come  “Il limone lunare”, Non sentite l’odore del fumo”, “Poema umano”, “Il dio delle zecche”, “Creatura di Creature”, “Se gli occhi fioriscono”, appartengono a pieno titolo alla letteratura moderna contemporanea, così come i suoi testi sulla comunicazione e sul metodo maieutico come strumento didattico interattivo, appartengono alla storia della pedagogia, con la conferma della laurea honoris causa in scienze dell’Educazione conferita, nel 1996, dall’Università di Bologna. Il “Centro educativo di Mirto”, costruito a Partitico grazie a una serie di finanziamenti privati internazionali, costituisce un esempio unico di strategia educativa fondata sull’autoformazione e finalizzata all’emancipazione della personalità dei bambini dalla subcultura mafiosa. Vi collaborano i più grandi educatori del momento, fra gli altri, Paulo Freire, Johan Galtung, Ernesto Treccani, Paolo Sylos Labini, Gianni Rodari, Gastone Canziani, Mario Lodi e Aldo Visalberghi. Purtroppo alcuni contrasti emersi con l’istituzione, che ne  pretende e ne ottiene la gestione, pongono fine a questa esperienza rivoluzionaria.

Tra il ’96 e il 97 Danilo comincia  una raccolta di documenti sulla base Nato dell’isola La Maddalena, costruita senza l’approvazione del parlamento e fuori dalla giurisdizione del governo italiano. Muore d’infarto, il 30 dicembre 1997, nella sua casetta di Trappeto, dove aveva dato vita al centro internazionale di “Borgo di Dio”, una struttura oggi abbandonata e destinata allo sfacelo se non si predispongono al più presto opportuni interventi.

( 30 dicembre 2006 )



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