Ai contadini siciliani restava poco o nulla dopo un anno di lavoro, qualche volta solo la paglia.
Ai braccianti pur lavorando dall’alba al tramonto, era negato ogni elementare diritto e molti furono costretti a lasciare la loro terra in cerca di miglior fortuna.
Il movimento dei fasci dei contadini siciliani al quale avevano aderito larghi strati popolari delle campagne, fu represso nel 1894 con l’intervento dell’esercito, dal siciliano Francesco Crispi, per salvaguardare gli interessi della vecchia classe dominante in Sicilia e arrestarne l’avanzata di ogni progresso civile.
La lotta di liberazione e la fine della guerra avevano creato nei contadini siciliani grandi speranze a seguito della costituzione del primo governo di unità nazionale e al decreto emesso dal ministro comunista Gullo che prevedeva l’assegnazione delle terre incolte e mal coltivate e una più equa ripartizione dei prodotti.
La Federterra e la Federbraccianti si erano riorganizzate e avevano tradotto in lotte concrete i primi obiettivi, contrastati subito dalle dichiarate posizioni dei grandi proprietari terrieri, dalle organizzazioni di destra e dalla mafia agraria.
II ritorno di Girolamo Li Causi in Sicilia dopo lunghi anni di confino fascista e il suo impegno politico per liberare la Sicilia da una secolare sudditanza, creò le condizioni per rivendicare l’autonomia regionale. La successiva campagna elettorale vide i contadini, i braccianti e tanti siciliani impegnati nella prima competizione democratica dopo il fascismo.
La lista del Blocco del Popolo con l’immagine di Garibaldi, che comprendeva tutta la sinistra siciliana, ottenne un gran successo di voti.
Tutti i lavoratori della valle, in particolare quelli dei comuni di Piana degli Albanesi, San Cipirello e san Giuseppe Jato potevano finalmente ritornare a festeggiare il primo maggio a Portella della ginestra, luogo simbolo delle manifestazioni dei Fasci Siciliani, vietato ai lavoratori durante il ventennio fascista. A Portella vi si recavano i contadini per ascoltare le parole del medico socialista di Piana degli Albanesi, capo dei Fasci siciliani, Nicolò Barbato, anche Barbato aveva chiesto con le sue iniziative l’assegnazione delle terre, ma per bloccarne il suo impegno egli fu incarcerato.
La fine della guerra e tutte le successive contraddizioni che avevano fatto emergere, favori la nascita del banditismo di Salvatore Giuliano che chiamavano “Il Re di Montelepre”.
Al bandito non mancarono alleanze e protezioni di mafia e mondo agrario e della peggiore politica che lavorava per fare diventare la Sicilia, isola satellite degli Stati Uniti d’America. In questo quadro di contraddizioni e di falsi obiettivi per la Sicilia, Giuliano fu nominato colonnello dell’EVIS, movimento che intratteneva rapporti con parte degli alleati.
I contadini attraverso le loro organizzazioni politiche e sindacali, erano riusciti anche con alterne vicende, a realizzare con operai e giovani intellettuali una concreta unità per sconfiggere il vecchio
edificio feudale
Con la vittoria della Repubblica, la nascita dell’autonomia regionale e la vittoria elettorale a favore della sinistra, si era determinato un grande movimento politico di rinnovamento che aveva creato entusiasmo e tante attese nei siciliani.
In questo quadro di mobilitazione e di entusiasmo il primo maggio del 1947 furono organizzate ovunque in Sicilia, feste di popolo con parole d’ordine a lettere cubitali scritte nei tanti cartelli; era rivendicato innanzi tutto, un reale cambiamento politico della regione.
Quel primo maggio a Portella della Ginestra, luogo simbolo di tante lotte, i cittadini di tutta la valle con le famiglie e i loro bimbi portati a spalla si erano riuniti per festeggiare il Primo Maggio in piena libertà; i banditi comandati dal loro colonnello Salvatore Giuliano in combutta con mafia agraria e forze oscure dello Stato, appena ebbe inizio il comizio del dirigente comunista di San Giuseppe Jato, spararono senza nessuna pietà sulla folla riunita a festa. Furono dodici i morti e tantissimi i feriti, tra loro anche donne e bambini-
Subito dopo la strage Girolamo Li Causi, ne indicò alla costituente con coraggio e determinazione, alcuni nomi di mandanti ed esecutori.
Questa prima strage di Stato, apri un periodo terribile nella regione e in Italia proprio perché era maturata all’indomani dell’importante risultato elettorale della sinistra in Sicilia, del grande movimento di unità che si andava realizzando e perché il Governo e i maggiori rappresentanti dello Stato, l’ispettore di pubblica sicurezza e i più alti gradi della Magistratura, utilizzavano la mafia come braccio dello Stato, dopo avere utilizzato il banditismo.
I morti sarebbero potuti essere di più se alcuni contadini non fossero riusciti a trascinare durante la sparatoria diversi bimbi lungo un canalone a ridosso della montagna Pizzuta e del monte Kumeta-
L’Italia intera protestò per il sangue versato da tanti innocenti e nonostante la strage, i contadini decisero di non mollare e molti si impegnarono per imporre il rispetto dei decreti Gullo.
Le lotte ebbero nuovo impulso e ora oltre ad occupare le terre i contadini vi seminavano il loro grano.
La polizia e i Carabiniere a cavallo su ordine di Mario Scelba misero in atto una grande repressione nelle campagne e nei paesi, procedendo al pestaggio e all’arresto di miglia di contadini e dirigenti sindacali che furono sottoposti a lunga detenzione e a processi interminabili, tra essi nel feudo Bosco di Bisacquino fu arrestato anche Pio La Torre.
Grazie a queste gloriose lotte e alle 52 morti assassinati nelle campagne di Sicilia, la sinistra costrinse il Parlamento Regionale Siciliano ad approvare una legge di riforma agraria, migliorativa rispetto a quella nazionale e finalmente anche il più modesto dei braccianti si sentì un uomo libero, non più costretto a inchinarsi innanzi al vecchio feudatario.
Da quel tragico primo maggio del 1947 l’Italia del lavoro e della sinistra, non ha mai smesso di riunirsi in questo luogo sacro ove il tempo ha trasformato anche i sassi sui quali erano stati adagiati i corpi dei poveri martiri, in bellissimi monumenti. Su alcuni di essi sono ancora scolpiti i nomi dei caduti e le calde parole che il poeta Ignazio Buttitta subito dopo la strage volle dedicarvi, accanto al grande sasso di Nicolò Barbato.
Maurizio Calà Ottavio Terranova