Alle 19 di sabato 10 dicembre è partito l’ultimo treno notte da Messina. Sono più di 800 i lavoratori del servizio cuccette dei treni che hanno perso il posto. Il nuovo orario predisposto da Trenitalia prevede la cancellazione dei treni notturni sino al Nord, con scalo forzato a Roma, dove ci si imbarcherà per tutte le altre destinazioni. Finiscono così i treni della speranza, gli interminabili tragitti dove di notte si poteva dormire nelle cuccette, magari sorbendosi gli odori e i rumori degli altri compagni di viaggio. Finisce soprattutto l’idea di considerare la penisola come un territorio unico collegato in rete diretta. L’Italia vera comincia a Roma, dove partono e arrivano i treni ad alta velocità, da dove è possibile spostarsi senza perdere tempo in lunghe e defatiganti attese. L’altra Italia continua a galleggiare nell’arretratezza delle sue infrastrutture, dove i treni si caratterizzano per strani animaletti, cimici, scarafaggi, topi, che viaggiano senza biglietto, ma che possono ritrovarsi addosso al viaggiatore non appena chiude gli occhi, dove i bagni sono senz’acqua o sono otturati, dove l’unto, lo sporco e il cattivo odore sembrano ricordare le carrozze dei deportati verso i campi di concentramento nazisti, dove il rispetto degli orari sembra una cosa che non si deve mai fare, dove per percorrere un centinaio di chilometri occorrono cinque ore, dove le stazioni sono ormai smobilitate, non c’è più nessuno che faccia i biglietti e, se poi il controllore ti becca, devi pagare la multa.
Le Ferrovie dello Stato stanno ormai definitivamente abbandonando il Sud al suo destino, lasciando appena l’illusione che il ponte sullo Stretto si farà: e intanto si spendono miliardi tra inutili progettazioni, studi psicologici, ornitologici, biologici, sociologici, per vedere che cosa comporterà questa grande opera nella psiche della gente. La trattativa in corso, tra i lavoratori che da giorni hanno protestato, a Roma, occupando un edificio delle Ferrovie dello stato, a Messina con tende e sciopero della fame, a Milano su una torre della stazione centrale hanno prodotto solo generiche promesse di progressivo riassorbimento in altre mansioni. Il movimento di lotta di questi lavoratori si è legata alla rete No Ponte, cui partecipano un migliaio di lavoratori che,se mai dovesse realizzarsi l’inutile infrastruttura, perderanno il posto.
Per contro Mauro Moretti amministratore delegato delle Ferrovie dello Stato, percepisce uno stipendio di circa 2.600.000 euro, pari a 216.666 euro al mese, pari a 7.200 euro al giorno. Con lo stipendio dell’ex sindacalista,ora amministratore delegato delle Ferrovie, Mauro Moretti, sarebbero retribuiti circa 250 degli 800 lavoratori licenziati. Così va l’Italia.
NOTA: Carmine,Oliviero e Giuseppe, ormai da più di un mese sono in cima a una torre alla stazione centrale di Milano, al binario 21, per difendere il proprio lavoro (e di altre centinaia di colleghi), soppresso insieme ai treni notturni che fino al mese scorso collegavano nord e sud d’Italia. Hanno cercato di blandirli con le solite false promesse di una possibile riassunzione in altri ruoli, ma essi non scenderanno fino a quando non avranno la sicurezza di poter continuare a lavorare e a vivere. Anche viaggiare in treno sta diventando un privilegio. E per difendere una possibilità di esistenza ci si deve arrampicare a dicembre in cima a una torre, con vista su un binario morto all’ingresso di una stazione dove generazioni di italiani sono approdati in cerca di un futuro. Chi sta a Milano e ha un momento libero vada a trovarli, per non lasciarli soli con le loro ragioni e per firmare la loro petizione.
(S.V.)