Hanno cominciato a muoversi qualche anno fa, quasi contemporaneamente in Sardegna e in Sicilia. I pastori sardi hanno cominciato a far sentire la loro voce attraverso il loro leader Felice Floris, allorchè il governo Berlusconi-Bossi fece acquistare, con i soldi destinati al Sud, centomila forme di parmigiano invendute, mentre, nei confronti delle proteste dei pastori per il pecorino sardo invenduto, si scelse di mandare poliziotti in assetto antisommossa e di manganellare senza pietà i pastori, sia in Sardegna che a Civitavecchia, dove erano sbarcati per andare a Roma. Pino Aprile, autore del libro “Terroni”, in una recente intervista ha dichiarato che “Il Comitato interministeriale di programmazione economica divide le quote da sbloccare, che spesso sono soldi destinati al sud, per 200 quote e destina 199 quote al nord e una al sud. Con Monti le quote, anche perché i soldi sono diminuiti, sono state circa 40, di cui 39 al nord e una al sud e in tutto il programma di Monti non c'è una parola per il sud. E poi ci si meraviglia delle proteste? I cittadini del Sud vogliono solo rispetto, attenzione ed essere considerati alla pari degli altri cittadini di questo paese.”
Le richieste e il programma del Movimento possono riassumersi solo nella necessità di operare scelte politiche che promuovano di un ritorno all’agricoltura e l’incentivazione di mezzi e sostegni che facilitino la produzione, la distribuzione e la commercializzazione dei prodotti agricoli. Non si tratta di un generico e romantico “ritorno alla terra”, ma di una necessità dovuta al costante abbandono delle campagne e quindi alla mancanza di produzione, che fa aumentare la richiesta e i prezzi. Da anni i governi trascurano la promozione di politiche agricole, preferendo spostare l’attenzione verso la nascita a ripetizione di centri commerciali e verso lavori del terziario, a scapito della produzione di materie prime. Per contro sono saliti alle stelle, assieme ai prezzi dei carburanti, quelli dei concimi chimici, dei mezzi agricoli, specie dei trattori e della forza lavoro, specie di quella competente.. Ancor più grave il problema del reclutamento dei lavoratori delle campagne, la cui assunzione comporta una serie di versamenti all’INPS che fanno lievitare considerevolmente il costo di una giornata di lavoro. Per non parlare della catena di distribuzione, la cosiddetta “filiera” dei prodotti, che, attraverso i vari passaggi, subiscono aumenti variabili dal 100 al 200%,. E’ qui che la mafia esercita con disinvoltura il suo ruolo parassita. L’ultimo elemento di accentuazione della crisi è dato dalla concorrenza dei prodotti esteri: si sceglie di comprare all’estero, data la possibilità di acquistare a prezzi più favorevoli, dovuti al basso costo della manodopera e dei prodotti necessari per favorire il rendimento della terra. In Sicilia esiste poi atavico problema della distribuzione delle acque irrigue, le cui reti sono fatiscenti e la cui gestione, prima nelle mani della mafia, adesso della Regione, è stata pressocchè abbandonata dalla mancanza di investimenti, mentre ancora migliaia di funzionari e impiegati siedono in posti di lavoro assolutamente inutili , tenuti in piedi solo dalle consuete politiche clientelari.
In uno dei tanti interventi apparsi sui vari blog leggiamo: “La protesta qui in Sicilia è nata per chiedere alcuni sgravi per determinati settori, ma di ora in ora si aggiungono sempre nuove persone sempre nuove categorie, non singoli gruppi che protestano per i loro interessi, la gente se ne frega dei colori dei partiti (mezzi di mantenimento per parassiti) non vi sono i sindacati a organizzare inutili feste colorate, qui c'è gente che si è resa conto che non può più vivere in questo sistema, gente che rivuole i propri diritti, gente caduta nella trappola del sistema bancario del "poi pagherai" che ha indebitato il 90% della popolazione italiana, gente che vuole essere padrona della propria vita. Molti penseranno : ma come la terra della mafia si sta ribellando alle ingiustizie? la risposta è : la mafia vive grazie all'omertà, ogni cittadino italiano che si rende conto di quello che sta accadendo e rimane in silenzio fa vivere il concetto di mafia. Guardate i vostri figli negli occhi e trovate la forza per alzare la testa per ragionare con il vostro cervello e il vostro cuore. Salvatore Milazzo. “
Dopo il silenzio dei primi giorni, i mezzi d’informazione hanno deciso di portare avanti la strategia tipica usata nei confronti dei movimenti autogestiti che nascono dalla base: criminalizzare la protesta o metterle un “cappello” politico. In un video su Youtube, un agricoltore siciliano, Martino Morsello, ha usato espressioni verbali rivoluzionarie. “A morte questa classe politica, come si è fatto con i francesi, con il Vespro”. E si sono scatenati tutti i falsi perbenisti, per parlare di violenza, sono stati individuati trascurabili episodi di piccola violenza, tipici di queste manifestazioni, a Lentini o a Gela, per cercare di creare discredito su tutto il movimento. C’è poi chi ha tentato di dare all’agitazione una paternità di destra, partendo da possibili connessioni tra il movimento di “Forza d’urto” e Forza Nuova, che attraverso il suo segretario nazionale Roberto Fiore ha dato “pieno sostegno, sperando che sia con loro che possa partire la rivolta popolare”. Dall’altro lato della barricata, si sono schierati in appoggio, partecipando anche ai presidi, i movimenti della sinistra antagonista siciliana, da “Anomalia”, a quelli dell’”Ex-carcere”. Ultimi gli studenti, che hanno riempito le vie di Palermo e, cosa strombazzata da tutti i giornali, hanno osato bruciare una bandiera italiana. E infine i soliti mestatori che cercano di far passare il movimento come uno dei tanti episodi di protesta contro la politica economica del governo Monti, quando invece le radici del movimento sono più lontane e investono la politica dei passati governi, che ha ignorato totalmente il Meridione. Qualcuno, sul blog POST ha commentato:“non c’è molta differenza, sono tutti gruppi che amalgamano elementi anche contraddittori come disperazione, qualunquismo, ideologismo, violenza, ignoranza, speranza, intolleranza, voglia di cambiare… è un vasto sottobosco di persone molto diverse che però finiscono solo per essere inutile rumore di fondo, e il mondo va avanti un po’ strumentalizzandoli un po’ ignorandoli”. E’ stato anche fatto notare che “a capo del Movimento dei Forconi c’è Mariano Ferro, ex Mpa e molto vicino a Lombardo: idee anti-globali, autarchiche, tradizionali e, adesso, infastidite dall’impostazione tributaria di Serit”. Per ultimo si ci è messo Ivan Lo Bello che, a nome di Confindustria Sicilia, ha denunciato la presenza di infiltrazioni mafiose tra i manifestanti senza tuttavia precisare ulteriori dettagli.
E’ ancora presto per avere una chiara valutazione di questa lotta. Si stanno incrociando categorie sociali diverse e situazioni che scavalcano le tradizionali logiche di appartenenza politica. In tal senso i partiti rimangono a guardare, mentre una parte del PD e i sindacati si sono schierati contro, non tollerando che possano esistere proteste e rivendicazioni sociali fuori dal loro controllo. Gli autotrasportatori costituiscono la “forza d’urto” decisiva, in un paese che ha impostato quasi tutto il trasporto delle merci nel traffico gommato e dove i trasporti ferroviari sono assenti o lentissimi. Al loro interno c’è da distinguere tra i proprietari del mezzo di trasporto e gli autisti al servizio delle grandi ditte: in entrambi i casi, il forte sospetto che sotto possano esserci interessi di parte o richieste di sgravi a vantaggio di alcuni ceti sociali, che possono includere anche settori dell’economia mafiosa, è legittimo, ma ciò non toglie che i costi del trasporto verso il sud, gravati da aumenti di carburanti e pedaggi, penalizzano un’economia già debole, come quella insulare.
Più motivata pare la richiesta di un cambio di politica nei confronti dell’agricoltura e della pesca: è un passaggio che può restituire lavoro e beni primari in una terra dove i terreni incolti continuano ad estendersi, i pescherecci di Mazara del Vallo sono abbandonati dai figli degli armatori, i quali hanno scelto di dedicarsi ad altre professioni, la disoccupazione giovanile coinvolge la metà dei giovani rimasti in Sicilia, mentre, negli ultimi 10 anni 700.000 di essi l’hanno abbandonata per cercare lavoro altrove. Dai governi regionali, malgrado la tanto strombazzata autonomia, non c’è molto da sperare. Il parassitismo politico è l’altra faccia del parassitismo mafioso che, con la richiesta del pizzo, impedisce l’afflusso di nuovi capitali e nuovi investimenti.
Un’ultima nota: Per fare smuovere il governo, sia quello nazionale che quello regionale, è stato necessario mettere in subbuglio un’intera regione, facendo cadere il peso della protesta su cittadini e consumatori, quando invece la controparte contro cui scioperare sta ben più in alto? Conosciamo già la risposta: “Ci abbiamo provato già da parecchio tempo e ci hanno ignorato. Purtroppo questo è l’unico modo per farsi ascoltare”. Non è ancora “un nuovo Risorgimento”, ma chissà!!!
(Salvo Vitale)