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Forche, forchette, forchettoni, forconi

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FORCHE, FORCHETTE,FORCHETTONI, FORCONI

 

Le forche le agitavano in Parlamento, ai tempi di Mani Pulite, i Leghisti, quelli che hanno assolto per la seconda volta il filo camorrista on. Cossentino perché non sono forcaioli. Oddio, tra i Forconi c’è stato qualcuno che ha pensato di far passare sotto la forca i politici italiani, ma chi, in Italia, non l’ha pensato?  E alla bouvette del Parlamento, di forchette in mano a quelli che una volta erano chiamati “forchettoni”, per la loro voracità, ne circolano parecchie, comunque molto meno che tra quelli che si accontentano di un panino, al costo doppio di una bella aragosta parlamentare.

Ora che l’onda lunga è momentaneamente passata, torniamo un attimo sui movimenti dei forconi, dei pescatori e degli autotrasportatori, che hanno paralizzato la Sicilia per una settimana, con consistenti propaggini in altre regioni d’Italia. Parallelo è stato il movimento dei tassisti, che era legato ad altre rivendicazioni di categoria. Non si sono visti molto gli allevatori, a parte i pastori sardi.  I pescatori sono entrati in scena alla fine e si sono fatti notare per un intervento molto duro davanti al Parlamento, che ha provocato cariche di polizia. I forconi sono nati invece molto prima e da tempo si sono mossi con una piattaforma ben precisa, legata soprattutto al ripristino di una politica di rilancio dell’agricoltura, particolarmente nel sud, attraverso la riduzione, oltre che del prezzo dei carburanti per gli attrezzi agricoli, dei prezzi di concimi, sementi, insetticidi, del costo degli oneri fiscali sul lavoro dipendente, e di un più attento controllo della filiera di distribuzione, che è il canale più rilevante di aumento dei prezzi dalla produzione alla vendita. Rivendicazioni sacrosante, in considerazione dell’abbandono ormai endemico delle campagne meridionali, poiché il lavoro agricolo non è più remunerativo e non può tenere il passo con il costo dei prodotti importati dal resto del mondo. Il movimento ha assunto ben presto le caratteristiche di un sindacato di base, dal momento che la CIA, le Acli e altre organizzazioni, in particolare quelle confederali, negli ultimi anni  sono rimaste a guardare o si sono limitate al disbrigo di pratiche assistenziali. Partiti e sindacati non sono riusciti a mandare giù di essere stati scavalcati da una base che non chiedeva più di sedersi al tavolo delle trattative per discutere, ma di avere risposte immediate legate alla propria sopravvivenza di lavoratori, di persone e di responsabili del proprio nucleo familiare.

Quando se n’è cominciato a parlare, nel passato settembre,  a nessuno è venuto in mente di individuare connessioni mafiose, guardando i visi incavati, le mani ruvide, ascoltando il linguaggio e l’espressione dei bisogni di questa gente. Ma il problema è proprio qua: bisogna vederli, sentirli, mentre molti giornalisti, seduti nel loro ufficio, si  sono limitati a trinciare giudizi, orecchiando qua e  notizie messe in giro per creare discredito e creando strane associazioni tra piccoli episodi, diventati elementi centrali, per formulare analisi fantasiose e  accuse infamanti. Tipico. In Italia succede sempre con i movimenti di protesta, dai no-global, ai No-Tav, agli indignatos: bastano pochi infiltrati e diventano tutti violenti, terroristi, esponenti dei centri sociali o anarchico-insurrezionalisti. Purtroppo, anche chi è stato vittima di questa strategia o ne conosce la tecnica, ha imparato ad usarla nei confronti delle categorie sociali nelle quali non si riconosce.

Bisogna fare qualche altra considerazione, relativamente agli autotrasportatori: ci sono i titolari, i proprietari del mezzo di trasporto  e  gli autisti :  spesso si tratta della stessa persona, altre volte gli autisti sono al servizio della ditta che mette a disposizione il mezzo. La proprietà del mezzo richiede un notevole investimento economico per l’acquisto: in tal senso capita spesso di trovare autisti al servizio di grosse aziende, specialmente nel settore edilizio, che possono essere in odore di mafia, ma la richiesta della riduzione del prezzo dei carburanti non è una richiesta mafiosa, tanto quanto può esserlo una qualsiasi richiesta di diminuzione del prezzo del pane. Quindi niente sud parassita che chiede privilegi, niente voglia di Berlusconi, che dello sfacelo è la causa prima, niente accuse di identità o collusioni mafiose nei confronti di chi, dopo giorni di guida, finisce col considerare il suo mezzo come la sua casa e la sua casa come un sogno lontano. Tantomeno c’entrano i neofascisti: il fatto che uno stronzetto qualsiasi, alla guida di un movimento inesistente, dica di appoggiare questa lotta, riesce solo a provocare un semplice ah, va bbè!!!. Sono state anche intraviste nascoste alleanze tra Dell’Utri e Miccichè, che per la verità è rimasto a guardare, ma, non avendo condannato, avrebbe appoggiato, e tra Lombardo, che avrebbe spronato i ribelli a continuare, poiché tra i loro simboli c’era la Trinacria, una bandiera che “fa paura “ a qualche storico rimasto forse indietro nel tempo.

Nell’ambito di questa offensiva antiforconista, gestita da ampi settori di sinistra, ove si eccettui una parte dell’estrema sinistra, che si è schierata favorevolmente, c’è stato anche chi ha visto una complicità della stampa che avrebbe appoggiato il movimento, quando invece l’ha ignorato o cercato di criminalizzarlo; c’è stato, addirittura, chi ha accusato i pochi intellettuali favorevoli, di ribellismo, di voglia di schierarsi con i rivoltosi senza fare le giuste analisi, di mancata conoscenza dei principi del marxismo. E così i protestatari sono stati individuati come gente di estrazione piccolo e medio-borghese, perché possiedono o il camion o la terra, e quindi non sono proletari, cioè non appartengono a coloro la cui rivoluzione, quando avverrà, sarà l’unica ad essere giusta. Insomma, ancora una bella occasione per dividersi, com’è tipico della cultura di sinistra. La conclusione più desolante è che tutto ciò, sinora, non è servito a niente e ha provocato  solo ingenti danni economici a chi ha dovuto subire la protesta senza esserne controparte, ma essendone, addirittura, parte in causa. Sembra più intelligente la nuova strategia dei forconi, diretta all’occupazione delle aule consiliari. Di inversione di rotta, soprattutto nelle politiche agricole, nessuno parla: è stata solo abbozzata qualche promessa di sconto ai caselli autostradali e qualche liberalizzazione ai distributori di carburante: mentre ancora paghiamo l’accisa per finanziare la guerra fascista  in Etiopia, c’è chi invece sta pensando a un prossimo aumento magari, per finanziare il festival di Sanremo. Per il resto l’unica economia che funziona è quella dei centri commerciali, che  non producono, ma vendono. Almeno sino a quando ci sarà denaro da spendere.

(Salvo Vitale)

( 1 febbraio 2012 )


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