/ Archivio notizie e iniziative | BlogAut | 9MAGGIO | Notizia

Appello dalla Val di Susa (con una nota di Alberto Moravia)

decresce la grandezza del testo Resetta la grandezza del testo Incrementa la grandezza del testo

UN APPELLO DALLA VAL DI SUSA  

 

Care amiche e cari amici,

 

  come membro del movimento No TAV della Valle di Susa e cittadina della Repubblica Italiana vi chiedo di prendere atto e sostenerci per impedire un ulteriore degrado della violenta, anti-democratica e pericolosa situazione che sta vivendo in questo momento il popolo della Val Susa.

 

     Le ragioni del nostro dissenso sono chiaramente espresse nella lettera che più di 360 professori universitari, esperti e tecnici, hanno indirizzato al Primo Ministro Mario Monti.

    A questa lettera hanno aderito in pochi giorni migliaia di persone da tutta Italia (http://www.notav.eu/modules.php?name=ePetitions&op=more_info&ePetitionId=3), chiedendo che il Presidente del Consiglio finalmente riceva i Professori perchè possano esprimere più in dettaglio le loro osservazioni e preoccupazioni.

 

     Oltre alla lettera, vi chiedo di leggere di seguito: “Ci sono due maniere di tracciare una strada” del libro “L’uomo come fine” di Alberto Moravia, anch'esso in allegato, perchè ci sembra che questo grande scrittore abbia in tempi non sospetti (1946) ben compreso quali danni e sofferenze possono essere generati da decisioni che non rispettano i reali bisogni e la vita delle popolazioni locali. Ciò potrebbe aiutarvi a riflettere su questo momento tanto difficile per la nostra gente e darvi una chiave di interpretazione delle notizie che vi arrivano dalla stampa e dai media.

 

     Il nostro No, non è spinto solo da emozioni e istinto, che pure hanno un valore innegabile, ma fatto da documentazioni e studi  forniti anche dagli stessi proponenti. Il progetto di Alta capacità/velocità Torino – Lione è dannoso non solo per l’ambiente, la salute e la qualità di vita della gente del posto, ma anche per il bene economico del Paese e l’Europa.

 

       Il TAV non dovrebbe essere solo una questione locale ma toccare le coscienze di tutti noi, specialmente dopo la militarizzazione del territorio.

 

      Vi ringrazio per la vostra attenzione e resto disponibile per rispondere a qualsiasi domanda o richiesta per informazione. Se ve lo sentite, girate questo appello.

 

      Sperando nella vostra solidarietà mando i miei sinceri saluti,

 

      Lisa Ariemma

 

    Meana di Susa (TO)

    ilianalisa@hotmail.com

 

    ---------------

 

IL TESTO DI ALBERTO MORAVIA

 

    3. Ci sono due maniere di tracciare una strada

 

    Sono un conquistatore venuto d’oltre oceano e il mio governo mi ha assegnato in premio dei miei servizi la proprietà di una vasta contrada. Ancora prima di prendere possesso del mio feudo, ho deciso, dopo averlo esaminato sulla carta, di tracciarvi una strada. La contrada è divisa fittamente in poderi di varia estensione, è traversata da un fiume e da numerosi corsi d’acqua minori, è sparsa di cascinali e altre costruzioni. Qua e là per la contrada sorgono chiese e cappelle dedicate a divinità locali. Inoltre vi si trovano numerosi pozzi ai quali la gente va ad attingere acqua, frantoi per spremere l’olio dalle ulive, mulini per macinarvi il grano, piccole officine artigianesche, un campo sportivo dove la domenica i ragazzi si esercitano al pallone e altre simili sistemazioni di pubblica utilità. La contrada è abitata da tempo immemorabile, e non pochi monumenti e ruderi di grande antichità testimoniano il passaggio di altre civiltà e altre conquiste. La contrada è molto bella perché la fusione delle opere umane con la natura vi ha assunto un carattere particolare e inconfondibile. Infine non tutta la contrada è di uguale conformazione. Qui è coltivata come un giardino, palmo a palmo, lì invece non fu possibile coltivarla perché il terreno era roccioso o paludoso. La roccia è durissima e la palude mefitica.

 

    Perché voglio tracciare la strada? Perché sono un proprietario nuovo e ho idee nuove. Perché sono convinto che quella strada sarà di grande utilità agli abitanti e dunque anche a me stesso. Perché penso che in generale le strade non possono non essere utili qualunque sia il luogo che attraversano. Per mille motivi e per nessun motivo. Io voglio tracciare la strada e basta.

 

    Mi si presentano due maniere di tracciare la strada. La prima maniera consisterà nel rispettare i limiti dei poderi, nel contornare i cascinali, nel varcare il fiume nel punto più stretto, nel lasciare intatti cappelle, frantoi, mulini, pozzi, officine, campi sportivi, nell’evitare le zone rocciose e quelle paludose.

 

    La seconda maniera consisterà invece nel tracciare la strada senza curarmi degli ostacoli. Taglierò dunque con la strada attraverso i poderi, varcherò il fiume nel punto più largo, spianerò cascinali, abbatterò mulini, frantoi, cappelle, officine, farò riempire i pozzi, sopprimerò i campi sportivi. Inoltre farò saltare con le mine centinaia di migliaia di metri cubi di roccia e farò prosciugare centinaia di migliaia di metri quadrati di palude.

 

    Io non sono tenuto a fare l’una o l’altra strada. Ho la legge dalla mia parte, ossia un decreto del mio governo la cui esecuzione a sua volta è garantita dalla forza. Posso fare quello che voglio e, se voglio, posso anche uccidere tutti gli abitanti fino all’ultimo e distruggere tutte le fabbriche e le coltivazioni. Ma io voglio fare la strada.

 

    La prima maniera è certamente la più lunga e, almeno per il momento, la più dispendiosa. Prima di tutto dovrò andare ad abitare nella contrada e lì passare qualche mese o magari qualche anno per studiare a fondo la conformazione del terreno e tutte le sinuosità e le deviazioni che la strada dovrà subire per rispettare le proprietà e gli edifici preesistenti e al tempo stesso non andare a cacciarsi tra le rupi o nell’acqua della palude. Per far questo dovrò conoscere uno ad uno gli abitanti, discutere con loro il tracciato della strada. Dovrò farmi un’idea della utilità e necessità dei vari pozzi, frantoi, mulini, officine e campi sportivi. Dovrò studiare e penetrare a fondo la religione degli abitanti e familiarizzarmi con le divinità cui sono dedicate cappelle e chiese. Dovrò impratichirmi anche della storia della contrada per valutare giustamente l’importanza dei numerosi monumenti e ruderi. Dovrò conoscere e apprezzare le bellezze della contrada per non guastarle e magari per accrescerle. Infine dovrò saggiare il terreno per sapere dove è roccioso, dove è paludoso, dove è cretaceo e via dicendo. Durante questo lungo, paziente ed esauriente esame mi accadrà allora un fatto singolare: conoscendo sempre meglio la contrada sentirò di amarla sempre più; e pian piano il fine che mi ero proposto, ossia la strada, sarà sostituito da un altro fine, la contrada stessa. È vero che la strada avrebbe servito alla contrada ma, insomma, il mio fine, in principio, era tracciar la strada, a qualsiasi costo. Ora invece scoprirò che il mio fine sarà proprio diventato la contrada, ossia il bene della contrada, ossia una certa idea che mi faccio della contrada e del suo bene dopo averla esaminata e conosciuta a fondo. A tal punto sarà stata completa questa sostituzione che, alla fine, o deciderò di tracciare la strada con innumerevoli deviazioni e tortuosità, oppure di rimandarne la costruzione a tempi più adatti, ossia a quando, per un motivo o per un altro, gli ostacoli fossero caduti da sé, oppure ancora di non fare alcuna strada, dal momento che ho potuto toccare con mano che la strada non soltanto non sarebbe stata utile ma anche sarebbe stata nociva. Comunque queste tre decisioni testimoniano che il mio fine vero ormai non è più la strada ma la contrada, ossia il mio rispetto della contrada, vale a dire una certa idea che mi sono fatto di come dovrebbe essere la contrada; e che sulla prima idea, del tutto razionale, di tracciare la strada, ha finito per prevalere qualche cosa di irrazionale, ossia l’amore per la contrada.

 

 

    Vediamo adesso come agirò per applicare la seconda maniera. Intanto non mi recherò nella contrada ma, semplicemente, traccerò sopra una carta topografica due rette parallele da un punto a ad un punto zeta. Questa sarà la mia strada, questa deve essere la mia strada. Quindi chiamerò una coorte di geometri, contabili, ingegneri, costruttori, progettisti e tecnici vari e li incaricherò di farmi un progetto completo della strada che ho segnato sulla carta. Naturalmente porrò certe esigenze pregiudiziali che rappresentano per così dire gli aspetti ideali della strada come io l’ho immaginata e voglio che sia eseguita: tanto di costo, tanto di tempo, tanto di lunghezza, tanto di larghezza, e così via. I miei tecnici studieranno da tecnici la questione e da tecnici finalmente stenderanno il progetto. Si tratterà di un progetto perfettamente razionale, così per il costo, come il tempo, come per tutte le altre modalità. Ogni inquietudine che potessi nutrire, scomparirà di fronte al progetto: esso risponde in tutti i suoi aspetti alle esigenze della ragione, potrebbe essere attuato oggi, dieci secoli fa o tra dieci secoli, nella mia contrada o al centro dell’Africa o in Siberia. Tranquillizzato, impartirò gli ordini affinché si dia mano alla costruzione della strada: versamento di fondi, arruolamento di operai, raccolta di materiali, sistemazione degli impianti e così via Ma dopo dieci giorni, quindici giorni, un mese incominciano a giungermi all’orecchio voci inquietanti. Alcuni contadini si sono ribellati quando gli operai hanno intrapreso di buttar giù la loro casa, c’è stato un conflitto, ha dovuto intervenire la polizia e ci sono stati alcuni morti; una mina che doveva far saltare in aria una roccia ha ucciso quattro operai; il ponte sul fiume è stato travolto dalla piena; in occasione della demolizione di un’antica cappella miracolosa la popolazione si è sollevata: altri dieci morti; i ragazzi hanno accolto a sassate i miei tecnici che visitavano un campo sportivo; le acque di due pozzi sono risultate avvelenate etc. etc. Avuta notizia di questi e altri infiniti simili incidenti, io mi infurio in sommo grado; riesamino il progetto della strada, lo trovo razionale in ogni suo aspetto e non esito a definire criminali sia i contadini che si oppongono a che la strada sia tracciata, sia quelli tra i miei tecnici che non hanno saputo prevenire e impedire gli incidenti. Questa criminalità dei contadini e dei tecnici mi appare tanto più irrefutabile e imperdonabile in quanto essi, chiamati a rispondere davanti alla mia giustizia dei loro falli, non sanno opporre, alla santa e perfetta razionalità del progetto, se non irrazionali e personalissime ragioni. Un contadino, per fare un esempio, per scusare la rivolta seguita alla demolizione della cappella, parla di attaccamento dei fedeli al santo venerato nella cappella stessa e osa contrapporre questo attaccamento ai calcoli rigorosi del progetto. Un tecnico, dal canto suo, obietta la stanchezza degli operai come causa del cattivo funzionamento della mina. Ma io rispondo che nel progetto era contemplato che la mina dovesse brillare il tal giorno alla tale ora al tal minuto e non c’era ragione al mondo perché questo non accadesse. Infine mi convinco che per non so quale motivo una manifesta cattiva volontà si oppone alla costruzione della strada e do in conseguenza nuovi ordini. La strada si deve tracciare a tutti i costi e nel tempo che e nel modo prestabiliti dal progetto; perciò si adoperino tutti i mezzi per raggiungere questo fine. Dove è possibile adoperare il denaro, si adoperi il denaro e si corrompa e si comperi e si venda senza riguardi; dove è necessaria la violenza fisica, si bastoni, si imprigioni, si torturi, si impicchi senza scrupoli; dove infine è sufficiente l’inganno, si facciano tutte le promesse possibili, si seducano gli animi con miraggi di ricchezze future, si illustrino a colori rosei i risultati, si stimoli in tutti i modi l’entusiasmo. I miei giannizzeri corrono subito ad eseguire gli ordini. Un terzo della popolazione viene corrotto, un terzo sterminato, un terzo instupidito. Passano alcuni mesi e finalmente, nel tempo previsto, la strada è inaugurata. È vero che al momento dell’inaugurazione, mi accorgo che la contrada ha cambiato faccia e là dove un tempo c’erano coltivazioni, case e opere umane, ora non c’è più che una landa quasi deserta, ma in compenso ho la mia strada, dritta, lucente, irresistibile fino alla linea dell’orizzonte. Il mio scopo è raggiunto. La ragione, dopo tutto, ha trionfato. E poi so che tra un anno, dieci anni, o cent’anni, altri uomini occuperanno le sedi di coloro che io ho sterminato, altre coltivazioni si stenderanno là dove oggi c’è la brughiera, e, insomma, alla fine, i nuovi abitanti si serviranno della mia strada e ne trarranno profitto. Ma queste previsioni, in fondo, sono un di più, una superfluità, e non ne ho davvero bisogno per far tacere i rimorsi della coscienza. Per questo mi basta la sola frase: la ragione ha trionfato. Si noti che io non sono un fanatico, ma all’infuori della ragione, non mi riesce di vedere che irrazionalità, ossia oscurità, caos, nebbia e confusione. Che meraviglia che io m’attacchi con tutte le mie forze alla ragione?

 

    Queste le due maniere di tracciare la strada. Come ho già detto io posso fare in quella contrada tutto quello che mi salta in mente. D’altra parte non è possibile dire quale delle due strade convenga di più; né quale delle due comporti maggiori svantaggi. La prima maniera può portarmi addirittura a non tracciare affatto la strada; la seconda a distruggere la contrada pur di tracciare la strada. Ma la differenza principale tra le due maniere, indipendentemente da ogni considerazione di tornaconto, è pur sempre questa: nella prima maniera il mio fine è rappresentato dagli uomini che vivono nella contrada, nella seconda dalla ragione che mi ha dettato il progetto della strada.

 

    È chiaro, perciò, che la scelta dipenderà non tanto dal mio interesse personale, quanto da due cose che stanno fuori di me: da un lato gli uomini che vivono nella contrada, dall’altro la ragione. In altri termini, ambedue i fini che mi stanno davanti agli occhi trascendono la mia persona e per questo forniscono una giustificazione moralmente valida ai mezzi che posso adoperare per raggiungerli.

 

    Io posso sperare per un momento, così in teoria, che i due fini non facciano che uno solo, ossia che gli uomini e la ragione siano la stessa cosa sotto altre parole. Ma in pratica mi accorgo che questo non è vero. Gli uomini non sono fatti di sola ragione, anzi a dire il vero, scrutando la loro vita, e i loro costumi, la loro religione, i loro affetti, le loro passioni, mi accorgo che la ragione non ha tra di loro che un posto modesto. D’altra parte la ragione, che mi ha guidato nella formulazione del progetto, non tiene affatto conto di ciò che gli uomini sono realmente. Agli uomini con eguale disinvoltura essa può sostituire animali, piante, sassi, o addirittura cifre e formule algebriche, il risultato che essa si propone rimane invariato.

 

    Così la scelta dipenderà da me, da ciò che io sono, ossia da ciò che io sono in relazione con gli uomini della mia contrada Se io sarò capace di considerarli uomini e non materia inanimata adotterò certamente la prima maniera; in caso contrario sarò costretto, anche ove non fossi portato per temperamento a farlo, ad adottare la seconda. Questo è il mio dilemma.

 

 

 

    Alberto Moravia “L’uomo come fine” 1946

 

    In Tascabili Bompiani n. 209 del 1963 dallo stesso titolo

 

 

 

    È stato “portato” in valle dal Prof. Sergio Ulgiati che lo ha citato ed elogiato durante il suo intervento al Forum Europeo contro le Grandi Opere Inutili di fine ottobre 2011

 

 

 

 

 

 

( 5 marzo 2012 )



Ci sono 0 commenti sulla notizia