PEPPINO E LE ISTITUZIONI
Dire che Peppino Impastato sarebbe stato dalla parte di chi sta difendendo l'integrità di un territorio, non significa affatto dire che è contro il dialogo. Perché ciò che è in gioco in questa faccenda è una certa declinazione della memoria. Vale a dire una riscrittura mediatica della storia che cambia le posizioni, i fatti e li rovescia in funzione di un esacerbato manicheismo dove da una parte vi sarebbero i “buoni” (forze dell'ordine, politici, ditte appaltatrici, i difensori dei “grandi eventi”, ecc.), i quali a detta di molti media nazionali lavorano per lo “sviluppo” e per il “bene del paese”. Dall'altra vi sarebbero i “cattivi” cioè chi si sta difendendo da procedure illegali, irrituali, nella pratica delle espropriazioni (con prove alla mano), e definiti cialtronescamente “anarco-insurrezionalisti”, “Black-Block”, ”Terroristi”, eccetera. Ora le definizioni mediatiche svolgono una funzione decisiva nell'assimilazione collettiva di un fatto, nella sua definizione e nel racconto che viene distillato a dosi omeopatiche o allopatiche.
Quando Salvo Vitale fa notare che Ruotolo, nel dire che Peppino Impastato era contro la mafia e stava dalla parte delle istituzioni dice una cosa a cui non corrisponde alcuna prova dal punto di vista storico, come l’esperienza diretta ha dimostrato e di cui anch'io sono stato testimone, ma devia l'immagine di Peppino, il quale lottava prima di ogni altra cosa per una certa idea di giustizia, là dove essa era calpestata. E se era calpestata dalle istituzioni lottava contro quei rappresentanti delle istituzioni che erano collusi con la mafia. Non c'è bisogno di citare tutta la letteratura storica che ha abbondantemente dimostrato quanto la mafia senza l'appoggio di rappresentanti delle istituzioni (partiti compresi) non avrebbe avuto lo sviluppo virale che conosciamo. Non dobbiamo mai dimenticare che i primi ad affossare il brutale assassinio di Peppino furono proprio i carabinieri di Cinisi, cioè i rappresentanti delle istituzioni, avvalorando una tesi assurda: che Peppino era morto perchè stava facendo un attentato!
L'a-priori che vorrebbe che ogni rappresentante delle istituzioni per il semplice fatto di essere tale, sia indenne dal delinquere o da commettere crimini è una delle mistificazioni più violente che da alcuni anni si sta riproponendo nel nostro paese. Lo abbiamo visto recentemente con il presidente della Regione Sicilia Cuffaro, condannato a cjnque anni di reclusione per favoreggiamento alla mafia, il quale come è noto fece una campagna pubblicitaria della sua immagine di antimafioso con l'espressione “la mafia fa schifo” - pannelli pubblicitari che hanno tappezzato Palermo per diverse settimane. Dato il risultato, come non sospettare che in ogni eccessiva propaganda antimafiosa fatta da esponenti istituzionali e della politica a volte non si nasconde proprio il collaboratore della mafia? In fondo è un espediente semplice è vecchio come il mondo: inveire pubblicamente contro la cosa che si appoggia in modo da essere al di là del sospetto. Ma le bugie hanno le gambe corte.
Di episodi di tal genere vi è una cospicua letteratura ed è tedioso tirarla fuori adesso. Il problema non è essere con le istituzioni o contro le istituzioni. Perché allora occorrerebbe capire chi sono coloro che sono a capo delle istituzioni, e in che modo agiscono per “il bene del paese”. Purtroppo sono troppi i casi di corruzione di funzionari delle istituzioni che negli ultimi vent'anni, solo per limitarci a una data storica che è quella di “Mani Pulite”, hanno utilizzato tutto l'armamentario a disposizione delle istituzioni non solo per svuotarne il significato di sfera pubblica, ma di piegarle alle volontà di gruppi d'affari privati. Il caso RAI è uno di questi dove esponenti di mediaset , inseriti nell'azienda come un cavallo di troia dal loro capo Berlusconi, controllano il declino lento, ma inesorabile, dell'informazione pubblica. I repulisti di giornalisti (editti bulgari e non) che si sono succeduti in questi ultimi anni sono davvero clamorosi per dire astrattamente “io sono dalla parte delle istituzioni”. Perché alla luce di tutta una serie di casi del genere questa espressione non ha alcun significato, se non quello dell'impostura e della truffa.
Il caso Alitalia di qualche anno fa è dello stesso ordine: governata da manager che avrebbero dovuto fare il “bene pubblico” dell'azienda, l'hanno invece fatta fallire e consegnata in mani private per una manciata di denari, scaricando i debiti sul pubblico...e cosi via. Gli esempi sono troppi. Quando il giovane Aldrovandi viene massacrato a botte in una cella da rappresentanti dell'ordine che cos'è questo episodio? Quando al G8 di Genova del 2001 la costituzione è stata sospesa alla scuola Diaz dalle forze dell'ordine, con una macelleria che la magistratura ha inequivocabilmente classificato come “terroristica”, cosa significa? Quando parliamo di istituzione che cosa vogliamo dire? Insomma è evidente che questa parola è un significante vuoto, attorno a cui ruotano come satellizzate informazioni e posizioni che cercano di convogliare il consenso dalla parte di chi ha interessi troppo alti economicamente per mollare.
E' evidente che in questo contesto di deviazioni e di riscritture revisioniste della storia noi siamo le prime vittime. Perché il miglior servizio che si può fare per la salvaguardia delle “Istituzioni” pubbliche, è quello di difenderle prima di tutto da coloro che li governano. Dal momento che i casi di corruzione superano di gran lunga i casi di attacco alle stesse. Gladio, P2, “mani pulite”, servizi segreti deviati, P3, eccetera, cosa sono state e cosa sono tutte queste strutture parallele allo stato, ma straordinariamente dentro lo stato che ha visto la diretta partecipazione pure di alti funzionari militari, strutture che alla stregua della mafia sono dentro le istituzioni dello stato, al punto da deviarne il senso. Gonfiare un episodio come quello del giovane che dice ingenuamente “pecorella” al poliziotto mentre viene ripreso da un cameramen della polizia (dunque il poliziotto sapeva delle riprese e il ruolo che avrebbero svolto nell'informazione), insomma tutto questo teatro mediatico non è altro che funzionale agli impostori dell'informazione. Come definirla se non una trappola ben congegnata? Da una parte c'era la “pecorella” poliziotto, ma dall'altra parte un agnello sacrificale. E mediaticamente il copione ha funzionato.
Il giovane che dichiara di ispirarsi a Peppino Impastato è sulla stessa lunghezza d’onda di Peppino che non era ben visto da certi rappresentanti delle istituzioni (sindaci, esponenti delle forze dell'ordine, ) perché diceva la verità sui mafiosi e sulle coperture che questi godevano da parte di rappresentanti dello stato! Perchè la giustizia è difesa, a parole, anche da coloro che pretendono di essere dalla parte dei “buoni” per semplice definizione convenzionale, mentre sottobanco agiscono come losche figure da piovra. Questo melodramma dell'informazione che vuole che un Bossi che sputa sul tricolore o che dice che ci sono “trecentomila fucili pronti” qualora la “padania” non dovesse avere luogo, sia meno pericoloso di un ragazzo che parla – e neanche rabbiosamente – con un poliziotto e lo “offende” con l'espressione “pecorella”, la dice lunga su questo volgare teatrino mediatico.
Insomma si attribuisce un valore assoluto ad un episodio minoritario, perché la posta in gioco in Val di Susa è ben altra: gli interessi di grossi gruppi finanziari che stornano denaro pubblico sotto l'espressione galvanizzante “modernizzazione”, che in quella realtà e con il riflusso delle merci degli ultimi anni, non ha alcun senso in termini di bene pubblico.
L'informazione livellatrice che vorrebbe che Peppino venga rifilato dalla parte di chi sta con le “istituzioni”, astrattamente, - forzando un costrutto retorico - è dello stesso tipo di quel revisionismo storico che vorrebbe che tutti i morti causati dal fascismo e dalla conseguente Resistenza fossero ricordati alla pari. Dimenticando la cosa principale: chi è morto per liberare l'Italia dalla dittatura non è uguale a chi è morto perché la dittatura continuasse.
E se Peppino è stato assassinato, è perchè sapeva e diceva la verità non solo sulla mafia, ma anche sul contesto istituzionale nel quale essa agiva e si trovava di casa.
Marcello Faletra