9 MAGGIO 1978.
La campagna elettorale per le elezioni comunali era alle sue ultime battute. Quella sera Peppino Impastato saliva ancora una volta sull'improvvisato palchetto per i comizi, per dare voce a tutta la sua rabbia nella denuncia puntuale degli intrallazzi mafiosi e delle sue collusioni politiche, religiose e sociali.
Quella sera cominciò a piovere. Strano per un paese come Cinisi a quella data. E pioverà pure per i suoi funerali. Strana pioggia anche quella. Abitualmente è quasi estate. E forse, a ripensarci, non era pioggia: forse erano lacrime sgomente che avremmo versato e che il cielo ci anticipava.
Quella sera il comizio di Peppino fu più duro del solito, più estremo, ancora più diretto, incisivo. Estremo. C'era gente quella sera a quel comizio. E molta più c'è n'era dietro alle persiane chiuse.
E ci fu un momento che un brivido, un tremore strano, mi fece trasalire. Così, istintivamente, scattai una foto, come se l'immagine dovesse fissare il racconto del comizio. Le sue parole. Ma l'immagine è muta. Scattai una foto con quella luce, la luce dei lampioni. Faro Di Maggio reggeva un ombrello per riparare Peppino. Un gesto vano: non è dalla pioggia che avrebbe dovuto ripararsi, ma dal tritolo. Poco dopo la pioggerella smette e Peppino torna ad essere solo sul palco. Scattai un'altra foto, Peppino da solo che arringa la folla.
Fu l'ultima volta che lo vidi.
Fu l'ultima volta che lo fotografai. Intero. Vivo.
Fu l'unica volta che il soggetto fotografato era lui.
Peppino che non amava farsi fotografare e di cui ne rispettavo le intenzioni. Non sapevo che da lì a poco mi sarei ritrovato a fotografare il suo sangue spruzzato sulle agavi, le sue budella penzolanti dai fili elettrici, materie raggrumate sui pali, le sue carni dilaniate e disperse in tutti gli angoli della campagna. Il suo esempio e la sua memoria non moriranno mai.
(Paolo Chirco)