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INDIGNATOS, IL NUOVO VOLTO DEL DISSENSO - Il movimento compie un anno

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INDIGNATOS, IL NUOVO VOLTO DEL DISSENSO

Il movimento compie un anno

 

Sono nati in Spagna giusto un anno fa, ispirandosi a un libretto di un giovane partigiano di 90 anni, Havel. Per la verità anche Don Ciotti, in Italia, aveva usato lo stesso vocabolo qualche anno prima, senza troppa fortuna. Li abbiamo visti in azione a Madrid, durante la visita del papa e a Roma, nella manifestazione del 12-10-2011, dove, a causa dell’infiltrazione di alcuni violenti, che hanno causato devastazioni, sono stati criminalizzati in blocco Li vediamo rispuntare in tutta Europa e, in particolare a Madrid, nella Plaza del Sol a testimoniare, a un anno di distanza, la loro presenza.  In questo momento rappresentano l’unico movimento antagonista di massa che può rimettere in discussione le politiche di recessione e di rigore e rilanciare la questione sociale con nuove regole e nuove impostazioni. Facile dire chi sono: giovani senza  futuro, senza prospettive, stritolati da quelle leggi del profitto che continuano senza soluzioni di continuità a spostare denaro nelle tasche degli affaristi e dei politici e a toglierlo  a chi spesso viene a trovarsi sulla soglia della sopravvivenza.  Il capitalismo più recente non ha per niente cambiato le regole del gioco e non vuole cambiarle. I padroni del vapore continuano a deviare, in misura più massiccia che in passato, a loro favore, flussi di denaro che foraggiano la loro condizione di privilegio e umiliano chi, pur avendo i mezzi e l’intelligenza, si trova tagliato fuori da questi cerchi chiusi. Per alcuni aspetti siamo a una riproposizione delle caste indiane o della piramide medievale di vassalli, valvassori, valvassini, militi. Quindi  dietro gli indignatos, cosa che nessuno ci dice con chiarezza, c’è una contestazione generale del sistema con le sue ingiuste quote di distribuzione della ricchezza e di gestione del lavoro. L’esempio di Marchionne, che esce dalla Confindustria per liberarsi dai lacci dello Statuto dei Lavoratori e dare il via al capitalismo selvaggio, all’americana, con le regole che sta già mettendo in atto alla Crysler, è chiarissimo: più sfruttamento, più potere di controllo, più accumulazione di denaro nelle borse dell’azienda, per sostenere  ritmi di produzione simili a quelli cinesi e non farsi scalzare dalla concorrenza. L’accumulazione continua a costruirsi deprezzando il costo del lavoro, meglio se commissionato all’estero, e tenendo alti i prezzi dei prodotti  in vendita.  Così a chi rimane “in patria” resta ben poco, a parte il terziario di lusso, l’artigianato o l’alimentare certificato, che comunque trovano spietata concorrenza nelle diffusissime contraffazioni del marchio. Il tutto sempre in un’economia gestionale che stritola le piccole aziende, data la loro incapacità a tenere il passo e a sostenere il rispetto delle norme sia finanziarie che contributive, sia di mercato che di innovazione tecnologica. Per  il resto “la casta”,cioè la ricca borghesia, oggi trasformatasi in nuova aristocrazia, si riproduce pacificamente, arroccata nelle sue altezze, staccata dai problemi reali, con la sua abitudine ad incontrarsi, ad accoppiarsi, a coltivare i propri vizietti da piccoli dei, al di sopra degli umani vincoli della morale, della decenza, del rispetto minimo della condizione degli indifesi. E vuoi che non ci si debba indignare? Se a tutto questo si aggiunge un tema che già da un decennio era stato messo in evidenza dai no-global, ovvero la sproporzione delle risorse tra le diverse zone e le diverse economie del mondo, è facile individuare alla base di queste ampie fasce di malessere il solito atavico problema della “lotta di classe”, questa volta allargata a settori della piccola e media borghesia che non hanno alcuna garanzia e possibilità di rimanere nella propria classe di appartenenza. Si potrebbe, ad essere lungimiranti e possibilisti, dire che siamo all’alba della rivoluzione. E qui cominciano a tracciarsi le strategie di deviazione dal problema reale: cosa vogliono? Risposta: Lottano contro le banche,e contro lo Stato, anzi contro gli Stati che le finanziano. E allora? Forse vogliono abolire le banche…..Ma, in questo caso, abbandonando le banche al fallimento, chi tutelerà quei milioni di risparmiatori che hanno affidato alle banche quel po’ che hanno risparmiato in una vita di lavoro? Ed ecco che l’indignato diventa una minaccia per la società, un nemico, uno che minaccia di ribaltare il sistema che, nel bene e nel male ci consente ancora di sopravvivere, o un utopista che se la prende con qualcosa che rimarrà e deve rimanere al suo posto nei secoli dei secoli.  Se si voleva svilire il significato d’una protesta, non c’è voluto molto. A tutto ciò si aggiunge il timbro della violenza. E’ vero, c’è la violenza mirata, quella che individua il nemico e si sfoga su di esso, e la violenza generalizzata contro tutto e contro tutti, quella che si sfoga contro chi non c’entra niente o, addirittura, potrebbe essere un alleato nella lotta. La risposta calata dall’alto è la non violenza, la pacifica dimostrazione, la legalità e il rispetto delle regole della democrazia. Cantava Pietrangeli, nella sua “Contessa”:

 

“Voi gente per bene che pace cercate,

la pace per far quello che voi volete,

ma se questo è il prezzo vogliamo la guerra,

vogliamo vedervi finir sottoterra,

ma se questo è il prezzo l’abbiamo pagato,

 nessuno più al mondo dev’essere sfruttato.”

 

Mohandas Khamradchar Ganhdi, ci ha insegnato che la non violenza non è la passeggiata per le vie di Roma, o di Nuova Delhi, ma una forma di lotta con precisi obiettivi da raggiungere e con strategie in grado di mettere in tilt l’intero sistema e arrecare più danni di quanto non possa causarne una giornata di violenza gratuita: bisogna sapere spostare lo scontro  sul terreno più favorevole e agire, sul piano della lotta politica,  tenendo presente che il potere dei rappresentati del popolo esiste fintanto che il popolo glielo riconosce: gli indiani hanno vinto quando hanno smesso di riconoscere il potere degli inglesi.

In questa dimensione non c’è che da scegliere: o continuare a stringere la cinghia, rispetto a chi invece la allarga con nuovi buchi, impinguandosi con i costi dei nostri sacrifici, oppure dire basta, senza illudersi che dall’alto, per non si sa quale volontà superiore o accesso di benevolenza, si allentino i cordoni della borsa per realizzare una più equa redistribuzione delle ricchezze. Questa improbabile tesi sostenuta nell’analisi della questione sociale, da parte dei cattolici, sin dai tempi dell’enciclica “Rerum novarum” si scontra con l’evidenza d’una realtà in cui nessuno regala niente senza adeguata contropartita. Quello che vuoi devi conquistartelo. I mezzi e gli strumenti bisogna saperli scegliere e, se si tratta di una guerra, va valutato prima se esiste una possibilità di vincerla, come e con quali armi. La strategia della non violenza può legarsi a infinite forme di protesta: basta individuare quel granello di sabbia che possa mettere in crisi tutto il macchinario, tipo uno sciopero dell’ascolto delle televisioni per una settimana, uno sciopero dell’acquisto dei prodotti reclamizzati nelle reti Mediaset e affini, uno sciopero dei clienti delle banche, che vanno a ritirare i loro depositi, uno sciopero degli automobilisti che boicottano le pompe Esso e Shell. Anche la considerazione che bisogna rispettare le regole della democrazia e la volontà della maggioranza fa acqua da qualche parte: è matematicamente dimostrato che si può governare, e in Italia si governa con il 30% dei consensi, rispetto a una quasi pari rappresentanza dell’opposizione e a un numero, di gran lunga superiore, di astensioni. Così come è dimostrato che quel 30% crea e ha creato i suoi consensi sulla base del suo strapotere economico e del controllo capillare dei mezzi d’informazione. Non ci vuol molto a concludere che si tratta di una democrazia truccata. C’è ragione d’indignarsi?   Nel corso della “rivoluzione culturale cinese” il sindaco di Pechino venne inviato a pulire i gabinetti pubblici della città per due anni, affinchè imparasse cosa vuol dire lavorare e qual è la condizione di vita di certi settori della società. In Italia, dato lo scarso numero di pubbliche latrine, si potrebbe destinare a un posto di operatore ecologico la nostra classe politica, a partire dai parlamentari. Senza perdere di vista il folto numero di dirigenti strapagati e ossequiati. Se non altro, ripulendo le strade, farebbero qualcosa di utile.  

 

(Salvo Vitale)

( 14 maggio 2012 )



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