Governare contro la Costituzione
Gli imbrogli dell’informazione, i fallimenti della politica economica, i costi, gli sprechi, gli arretramenti della democrazia, la dilatazione della distanza tra le classi sociali
Gli ultimi decenni della storia del mondo occidentale hanno visto la conclusione di quel lungo processo di trasformazioni che era iniziato con l’Illuminismo e che ha portato buona parte dei popoli a dotarsi di costituzioni fondate sul principio di uguaglianza, su un sistema di regole condivise e sul patto tra il cittadino e lo Stato che riconosce i diritti individuali come contropartita dei doveri che il cittadino s’impegna ad assolvere.
Paradossalmente, la conquista di quegli ideali enunciati dai philosophes illuministi, avvenuta faticosamente negli ultimi due secoli, ha visto, in tempi recenti, affievolire sempre più la partecipazione dei cittadini alla vita democratica e l’affermazione di alcuni fenomeni che hanno, di fatto, determinato un lento ma progressivo disfacimento delle stesse istituzioni democratiche.
La degenerazione dell’informazione, la globalizzazione e, più recentemente, una dissennata e selvaggia speculazione finanziaria, che ha lasciato lo strascico di una crisi economica virulenta, sono i principali responsabili del tramonto del sistema economico e sociale occidentale. Essi interagiscono determinando un monolitico sistema di potere universale che condiziona la formazione dell’opinione pubblica, piega a proprio favore i sistemi produttivi, le dinamiche occupazionali e sindacali e, perfino, l’assetto economico dei singoli Stati.
Informazione ed economia globalizzata sono controllate da un ristretto numero di facoltosi soggetti che, grazie all’assenza di regole e di limitazioni, hanno potuto agire indisturbati determinando trasformazioni che hanno modificato negativamente la vita di quasi tutti i popoli del pianeta.
L’informazione, che, col tempo, sembrava poter diventare un potere complementare ed alternativo a quelli tradizionali (legislativo esecutivo, giudiziario ed economico), perché avrebbe potuto assumere il ruolo di guardiano del potere di cui avrebbe svelato malefatte, vizi, difetti, prepotenze e abusi, col tempo è diventato prezioso strumento del potere economico che di essa si serve per la formazione di convincimenti, opinioni, mode, costume, consenso. Ciò, quando, invece, avrebbe dovuto assumere un ruolo neutro, fondamentale nella formazione di un’opinione pubblica libera e fondata su una corretta analisi dei fatti.
Non c’è dubbio, quindi, che un’informazione libera e obiettiva avrebbe impedito inganni, prevaricazioni, demagogia, abusi, corruzione, malgoverno. Il giornalista avrebbe garantito ai suoi lettori la conoscenza dei fatti, senza manomissioni e senza inganni, ed avrebbe dato impulso alla costruzione ed al consolidamento di un’etica condivisa e di una coscienza civica e democratica, guidando il cittadino a superare il suo egoismo individuale e a guardare al vantaggio che deriva dall’agire per il bene comune, condizione che amplifica e rende più godibile il bene individuale. D’altra parte, sarebbe un diritto di tutti i cittadini conoscere i fatti reali, senza la manipolazione e le deformazioni apportate da chi produce l’informazione. Una tal esigenza sarebbe ancor più tassativa, oggi, che i nuovi mass media estendono l’informazione a tutti i soggetti alfabetizzati e no, introducendosi in tutte le case.
Purtroppo una simile concezione ideale dell’informazione non è mai esistita, se non in qualche sparuto numero di giornalisti, perché i poteri economici e politici l’hanno considerata troppo importante per lasciarla libera da condizionamenti esterni. Con l’avvento della televisione, che ha accesso diretto in tutte le case, il controllo dell’informazione è diventato sempre più sistematico e scientifico.
Da tempo, il potere economico, che mirava ad estendere i suoi interessi sovranazionali e a modificare a proprio vantaggio i sistemi socio-economici, si è reso conto della necessità di controllare l’informazione e, con essa, il potere politico.
Oggi, l’informazione non ha più il compito di informare, ma è diventata un mezzo sottile ed efficace, strumento perfetto per modellare l’opinione pubblica secondo convenienze di bottega, per appagare le morbose curiosità di chi vive in condizioni di sottocultura e per offrire surrogati informativi che consentono di occultare scomode verità.
L’informazione è veicolo camuffato ed ingannevole d’idee e di notizie manipolate, è strumento per occultare o minimizzare i fatti scomodi, per costruire paraventi informativi che possano distogliere l’attenzione del cittadini dagli aspetti fondamentali della vita politica e sociale, è stimolo alla costruzione di punti di vista, di convinzioni, di comportamenti e di abitudini, utili solo a chi intende rabbonire ed utilizzare le masse per il proprio tornaconto.
La vicenda della guerra in Iraq, sponsorizzata dalla rete americana FOX e il fenomeno politico Berlusconi, sono due limpidi esempi dei risultati che si possono ottenere attraverso il controllo dei media. Nel primo caso la televisione ha fatto credere agli Americani che Saddam Hussein fosse un terrorista, collegato con Al Qaeda, che minacciava gli interessi politici, economici e militari dell’America. Nel secondo caso, il controllo di buona parte della TV commerciale e pubblica ha permesso di far passare per uomo dotato di carisma e di capacità eccezionali, in grado di erogare, a tutti, benessere e opportunità, un personaggio costantemente accusato di essere un corruttore, un evasore, un interlocutore interessato della mafia, uno spregiudicato puttaniere e, secondo alcuni magistrati di Milano, anche uno sfruttatore di minorenni.
La Globalizzazione, fenomeno propagandato come panacea che avrebbe fatto espandere le economie occidentali grazie alla creazione di un villaggio globale, che avrebbe moltiplicato le opportunità produttive e di mercato con benefici economici per tutti, in realtà è un semplice e spregiudicato espediente che punta a sfruttare l’enorme massa di potenziali lavoratori del terzo e quarto mondo.
L’intuizione del mondo imprenditoriale che era possibile sfruttare i lavoratori del terzo mondo, privi di tutele sindacali e dei più elementari diritti civili, ha portato prima al controllo politico, economico e, in qualche caso, anche militare dei paesi poveri, poi al trasferimento delle strutture produttive negli stati, dove è possibile utilizzare manodopera a basso costo in assenza di rivendicazioni. Tale fenomeno ha provocato una contrazione delle opportunità di lavoro nel mondo occidentale e la costante perdita dei diritti, sempre meno difendibili, in un contesto in cui è diventato più conveniente accontentarsi piuttosto che essere tagliati fuori dal lavoro, cioè da un reddito indispensabile per garantirsi la sopravvivenza.
Tali dinamiche economiche e produttive hanno determinato, di fatto, una mutazione economica e sociale che ha avuto una ripercussione sulle condizioni dei lavoratori che lentamente hanno cominciato a perdere i diritti conquistati in secoli di lotte sindacali.
Il terzo fenomeno, quello della speculazione finanziaria ha determinato il crollo del sistema economico, soprattutto occidentale, ed una crisi che si innesta ed interagisce con i primi due fenomeni.
In Italia la crisi economica si è sovrapposta ad una precedente crisi istituzionale che ha moltiplicato i suoi effetti negativi ed ha inciso, in maniera paradossale ed abnorme, sui cittadini a reddito fisso, sui pensionati e su chi, per scelta di vita e/o per coscienza civica, ritiene corretto rispettare le leggi e pagare le tasse.
Lo scenario politico e sociale italiano degli ultimi mesi sta diventando sempre più paradossale, assurdo e, perfino, balordo. L’incancrenirsi di una situazione economica grottesca ed una risposta governativa inetta, aberrante ed inadeguata rendono sempre più evidenti gli obiettivi perseguiti da chi ci governa e dall’accolita di maneggioni che li circonda.
L’economia, il bilancio, le entrate costituiscono l’elemento che qualifica uno Stato, un’impresa, una famiglia. Il vile denaro, infatti, consente di stabilire la disponibilità economica di qualsiasi soggetto pubblico o privato che permette di riconoscere una situazione economicamente solida, asfittica, di sopravvivenza, in crisi.
Per un’impresa o per una famiglia gli introiti sono l’elemento fondamentale che permette di dare risposte alle necessità della propria vita: un’impresa, per esempio, ha dei costi strutturali, il capitale investito, gli impianti, la loro manutenzione, la manodopera, le materie prime, la promozione, la rete di vendita e tant’altro, nessuna impresa potrebbe rinunciare ad incassare una parte consistente degli introiti maturati con la vendita dei propri prodotti, perché, immediatamente, sarebbe fuori dal mercato, non competitiva e, nel giro di poco tempo, sarebbe inevitabilmente costretta a chiudere. Allo stesso modo nessun lavoratore pubblico o privato, autonomo o dipendente rinuncerebbe a portare a casa una parte consistente del suo stipendio o dei suoi introiti senza stravolgere le condizioni di vita che il proprio reddito deve garantire a lui ed alla propria famiglia. Rinunciare ad una parte di ciò che si è guadagnato per qualsiasi attività imprenditoriale o lavorativa comporterebbe un deficit di esercizio che poterebbe al tracollo di un’azienda o di una famiglia. Se, poi, l’imprenditore, invece di recuperare le somme dovute, facesse ricorso alle banche chiedendo in prestito il denaro, che gli è venuto a mancare, aggraverebbe la sua situazione, anzi, nel giro di poco tempo, arriverebbe alla bancarotta.
Paradossalmente, nonostante una così evidente e basilare legge economica e di mercato, nella gestione dello Stato Italiano ciò non avviene, anzi, accade l’esatto contrario.
È pur vero che in tutto l’Occidente, da qualche tempo, il fenomeno della globalizzazione aveva determinato una sorta di competizione tra i lavoratori in possesso di diritti e normative, ereditati dopo un travagliato e lunghissimo percorso sindacale, e lavoratori del terzo mondo, senza diritti, sfruttati, ma, in Italia, al danno del dover competere in condizioni di disparità con lavoratori senza diritti, si sovrappone la beffa di una situazione d’ineguaglianza che sta determinando il ritorno ad una autentica ed oggettiva suddivisione in classi.
L’evasione fiscale, infatti, in una situazione di permissivismo e di acquiescenza inverosimile è diventata strumento per ripristinare privilegi, immunità e, perfino, una nuova edizione della suddivisione in classi delle società preilluministiche.
Le statistiche ufficiali ci ricordano che l’evasione fiscale annua ammonta a circa 120 miliardi di euro, l’economia sommersa a 350 miliardi di euro (circa il 16-17% del PIL) Secondo i dati pubblicati dalla Banca d’Italia, il nostro debito pubblico nel gennaio 2011 era pari a ben 1.879,9 miliardi di euro (oggi sono 1935), dividendo l’importo totale per in numero degli Italiani, risulta che ogni cittadino ha sul groppone ben 30.000 € (oggi 32.000 €. neonati compresi) di debito pubblico.
In un solo anno (2010-211), il debito pubblico italiano ha subito un aumento incredibile, di ben 90 miliardi di euro.
Gli interessi pagati sul debito pubblico ammontano a 70 miliardi di €, mentre la corruzione in Italia ha un costo annuale di 60/70 miliardi di euro. Senza contare l’economia in mano alla mafia che è pari al 7% del PIL, vale a dire qualcosa come 160 miliardi di €..
Sommando le sopra citate voci (120 miliardi +70 miliardi + € 70 miliardi di €) si otterrebbe la cifra di 260 miliardi di euro che, annualmente, si disperde nelle tasche di alcune ben individuate categorie di cittadini, ma che avrebbe un peso decisivo nel bilancio dello Stato e nella vita di tutti i cittadini.
Non c’è dubbio che il primo atto di qualsiasi politico, dotato di razionalità e buon senso, sarebbe stato quello di dare corretta soluzione ad un fenomeno illegale che, non solo viola il patto stipulato fra i cittadini che si sono impegnati a mettere in comune parte dei propri redditi, nel rispetto dell’art. 53 della Costituzione italiana, ma compromette la possibilità che lo Stato eroghi i servizi essenziali garantiti a tutti i cittadini, soprattutto ai meno abbienti.
Pagare le tasse, in proporzione al proprio reddito, è un dovere di tutti, perché esse consentono di pagare strutture e servizi che tutti, poi, possono utilizzare: Scuola, Sanità, Giustizia, Forze dell’Ordine, Cultura, Beni archeologici e monumentali, infrastrutture, trasporti, assistenza e tant’altro. Chi evade non è soltanto un parassita della società, ma un criminale che mette a repentaglio e danneggia il sistema dei servizi e delle tutele, che, possiamo, sinteticamente, definire il bene comune. Tale concetto è chiaro e condiviso in tutti gli stati civili del mondo, dove l’evasione fiscale è punita per legge: negli U.S.A. chi evade va in galera, al Capone fu arrestato e condannato per evasione!
Paradossalmente, da oltre 20 anni, non solo i nostri governanti si rifiutano di affrontare il problema o di tentare una qualche soluzione, ma si adeguano alla situazione, considerando l’evasione un fatto consolidato ed acquisito che rientra nella norma e che non merita alcuna attenzione. Con tale convincimento i nostri politici si limitano ad elaborare criminose soluzioni ai problemi di bilancio creati dal debito pubblico causato dall’annuale saga dell’evasione fiscale.
Il nostro ceto politico ha elaborato un ricco e colorito stupidario, inventandosi le risposte più esilaranti e demenziali per negare l’evidenza di fatti inoppugnabili e per occultare agli Italiani la realtà delle cose.
Siamo, in tal modo, arrivati ad una fase avanzata e pericolosa di una politica farsesca che, utilizzando le tecniche della comunicazione pubblicitaria, della demagogia e dell’inganno, manipola i fatti secondo convenienze ed interessi di soggetti largamente incompatibili con la civile convivenza. È indubitabile che nessuno possa sostenere che evadere le tasse sia lecito e, invece, ci sono stati politici che hanno catturato il consenso elettorale ammiccando agli evasori e lasciando credere che negare allo Stato ciò, che è dovuto per legge, sia un legittimo diritto perché lo Stato pretende troppo. Paradossalmente, quella che si definisce opposizione non è che mostri di pensarla diversamente, anzi, a poco a poco ha finito con l’appiattirsi sull’opinione dei più furbi e dei più spregiudicati, che definiscono statalismo uno Stato che garantisce servizi, equità, redistribuzione delle risorse, giustizialismo l’applicazione della legge, etc.
Purtroppo, a ben analizzare le affermazioni ricorrenti di politici (di quasi tutti gli schieramenti), di economisti, di giornalisti, di sindacalisti, di opinionisti, si deve ammettere che esse sono totalmente infondate e peregrine. Riportiamo alcune battute che danno la misura dell’ignoranza o, forse, si dovrebbe dire meglio della stupidità e/o della disonestà di tanti politici o giornalisti asserviti al potere politico:
Il debito pubblico è un’eredità che ci portiamo dietro dagli anni di Craxi!
Una simile affermazione sarebbe perfino suffragata dal fatto che nel 1990 il debito pubblico ammontava al 90% del PIL, mentre oggi il debito pubblico è aumentato di appena il 30%. In realtà, facendo un calcolo alquanto elementare e valutando l’ammontare dell’evasione fiscale annuale, costante negli anni, che le statistiche ci indicano in 120 miliardi di euro annui, è lapalissiano che non si tratti di eredità del passato craxiano che non siamo mai riusciti a risolvere, ma è la naturale conseguenza dell’evasione di oggi che, in grandi quantità, si sovrappone a quella precedente, rende impossibile il risanamento di bilancio e va ad aumentarne le dimensioni. Anzi, più semplicemente, potremmo affermare, senza possibilità di essere smentiti, che mettendo insieme le somme evase negli ultimi 6-7 anni e calcolando su di esse la svalutazione monetaria e gli interessi legali avremmo la cifra attuale del debito pubblico.
È inconfutabile, quindi, che il debito pubblico non sia un’eredità del passato, ma un fatto presente, attuale e voluto da una classe politica che non intende deliberatamente occuparsene!
Secondo Roberto Mania (Venerdì di Repubblica n.1227 del 23/9/2011) “se solo avessimo evaso quanto gli Inglesi, oggi avremmo un debito pubblico intorno al 60 % del PIL, invece l’abbiamo al 120 %”, dato, che ci pone a rischio bancarotta,
Il debito pubblico è stato causato dagli Italiani che sono vissuti al di sopra delle loro possibilità economiche!
Non c’è dubbio che chi sostiene un tale assunto potrebbe ignorare i più elementari elementi di economica e delle statistiche fiscali, ma è assai più verosimile che sia un autentico bugiardo ed un grande imbroglione. Infatti, è vero che c’è stata una parte di Italiani che è vissuta al di sopra delle proprie possibilità, ma questi sono stati gli evasori, i corrotti, i mafiosi, i politici, i loro accoliti, i tangentisti, le cricche, le mafie, in altre parole, quella parte della popolazione che è vissuta illecitamente sulla pelle dell’altra parte degli Italiani, quella onesta che ha pagato le tasse; questi ultimi non sono certamente vissuti al di sopra delle proprie possibilità, ma sono stati costretti, obtorto collo, a tirare la carretta ed a sostenere, da soli, i costi dello Stato.
La tesi che gli Italiani siano vissuti al di sopra delle proprie possibilità porta, invece, a riflettere su un dato inequivocabile: chi ha evaso le tasse o si è ingrassato con le tangenti od è vissuto di espedienti, parassitariamente, alle spalle dello Stato, o i corrotti, negli ultimi dieci anni, hanno, di fatto, sottratto alle casse pubbliche una somma che è pari all’intero debito pubblico.
Semplificando si può affermare che, mentre lo Stato è dimagrito e messo in uno stato d’indigenza, con un debito pubblico che supera i 1900 mila miliardi di €, una parte degli Italiani ha tratto beneficio ed ha fatto lauti affari dal sistema di permissivismo vigente, accumulando un gruzzolone che, paradossalmente, è proprio quello che è stato sottratto allo Stato e che, poi, va identificato col suo debito.
La volontà politica di mantenere un simile stato di cose è dimostrata dall’assenza di qualsiasi serio provvedimento legislativo che abbia la finalità di far pagare le tasse a tutti, nel rispetto delle indicazioni previste dall’art. 53 della Costituzione. Il ceto politico si è sistematicamente rifiutato di combattere l’evasione, la corruzione, l’economia sommersa, gli affari delle mafie, pur avendo la possibilità di legiferare e creare gli strumenti adeguati per ripristinare legalità e principi di diritto. Il sistema giudiziario è, poi, allo sfascio. Secondo il sostituto procuratore di Torino, Tinti, il 93% dei reati commessi in Italia rimane impunito, e chiunque può permettersi un costoso avvocato, può aggirare tranquillamente la legge.
È sotto gli occhi di tutti che la classe politica dominante ha, da un lato, tutelato la pratica dell’evasione, la corruzione ed il malaffare, verso cui ha mostrato inerzia, passività, se non proprio, accondiscendenza, dall’altro ha modificato l’assetto e le strutture dello Stato con una politica che ha portato alla progressiva cancellazione dei servizi principali: Scuola e Sanità sono i settori più colpiti dalla riduzione sistematica di risorse e di personale. Nella scuola l’aumento degli alunni per classe, la riduzione di spesa ottenuta con l’eliminazione dei rientri pomeridiani o con le nuove modulazioni alle elementari, o col rimescolamento delle carte (i tagli contrabandati per riforma), che ha di fatto determinato una riduzione di ore e materie, ha di fatto destrutturato la scuola abbassandone nettamente la qualità. Allo stesso modo, la creazione di livelli minimi di assistenza sanitaria, camuffati col finto obiettivo di razionalizzare il servizio sanitario con la creazione di centri ospedalieri contrabandati come poli di eccellenze, che avrebbero garantito a tutti l’assistenza sanitaria, hanno provocato una progressiva cancellazione del servizio sanitario e lo sfascio che, oggi, è sotto gli occhi di tutti.
In poche parole, invece di recuperare le tasse dovute allo Stato attraverso una seria ed equilibrata lotta all’evasione, i politici hanno cominciato a cancellare servizi violando apertamente i dettami costituzionali.
Conseguentemente i servizi sono stati adeguati agli introiti fiscali al netto dell’evasione, degli interessi del debito pubblico e dei 60 miliardi di euro che vengono garantiti ogni anno ai corrotti.
In tal modo, la nostra classe politica ha determinato un altro oggettivo paradosso: il peso dei servizi dello Stato è stato sostenuto solo da chi ha pagato le tasse, mentre l’altra parte, che vive d’illecito, ha fruito dei servizi che ha contribuito ad affossare.
I giovani sono stati danneggiati e privati della speranza di un futuro decente dalla generazione precedente che ha goduto di privilegi, senza che lo Stato avesse le risorse economiche sufficienti per erogarli.
Ciò è macroscopicamente falso perché è evidente che non c’è stato alcun furto, abuso, sperpero, scialo delle generazioni precedenti, che non hanno goduto di stipendi, Servizi o tutele sovradimensionati rispetto a quelli che lo Stato poteva pagare; un pensionato, che ha versato i contributi per la sua intera carriera lavorativa, ha il diritto di ottenere una pensione che deriva dall’accantonamento dei suoi soldi. Non c’è dubbio che egli non ha tolto nulla né allo Stato, né agli Enti Previdenziali, né ai suoi figli. Gli stipendi dei lavoratori italiani sono stati sempre inferiori alle medie europee ed i servizi più scadenti.
Se invece si va a guardare come stanno effettivamente le cose, si deve necessariamente constatare che l’evasione fiscale, garantita da una classe politica inetta, e il debito pubblico sono i principali responsabili dell’impossibilità dello Stato di dare ai cittadini risposte civili e i Servizi garantiti dalla Costituzione non le generazioni precedenti.
Lo Stato non ha un euro per intervenire dove è necessario perché una classe politica inetta ed incapace di pensare ai bisogni dello Stato ha concesso a quella parte degli Italiani fuorilegge di scialacquare e di vivere al di sopra delle proprie possibilità con i soldi dello Stato.
Nessuna generazione passata ha tolto nulla ai giovani di oggi, ma gli effetti combinati della globalizzazione, di una politica disonesta e della progressiva cancellazione dei diritti, che è obiettivo principale di una casta di politici che bada solo ai propri privilegi e che va messa al bando.
Esilaranti e fantasmagoriche sono poi le soluzioni proposte per risanare il debito pubblico: serve un rilancio e una crescita dell’economia per risanare il Bilancio, bisogna tagliare le spese dello Stato, si vendano i beni dello Stato e cosi via.
Il debito pubblico, in Italia, non deriva dai danni causati da un’economia malata, ma dalla inverosimile dimensione dell’evasione fiscale.
È del tutto evidente, per esempio, che se in Italia ci fosse un incremento della produzione del 3% e contemporaneamente ci fosse un aumento dell’evasione fiscale del 3% la crescita economica non apporterebbe alcun benefico effetto al bilancio dello Stato italiano.
Anzi, bisogna capire perché, ormai, i servizi garantiti dallo Stato sono a livelli di sopravvivenza o di facciata. Si pensi per un momento alle risorse destinate dallo Stato alla manutenzione, alle tutele ed alla valorizzazione dei beni archeologici e monumentali. Irrisorie ed insufficienti! Monumenti d’inestimabile valore vanno in malora, le Forze dell’Ordine spesso non hanno carburante per adempiere ai loro compiti, nelle cancellerie dei Tribunali manca perfino la carta per le fotocopie, lo Stato è allo sfascio!
I bilanci dello Stato dell’ultimo ventennio offrono un dato inconfutabile: uno Stato civile e moderno non può sopravvivere con le tasse pagate solo da una parte della popolazione e con un’evasione devastante come quella italiana.
- Vendere i beni dello Stato significherebbe trasferire ai soliti noti un patrimonio d’inestimabile valore con i soliti trucchi e le solite speculazioni. E poi? Nel giro di poco tempo si ripresenterebbe il problema del deficit di bilancio!
L’unica soluzione è nella cura della malattia, non nei palliativi. Se lo Stato incassasse i 260 miliardi di euro (120 miliardi di evasione +60 miliardi di corruzione e risparmiasse i 70 miliardi d’interessi), non solo non ci sarebbe alcun bisogno di manovre finanziarie, ma si avrebbe un avanzo di bilancio annuale con cui si potrebbero migliorare i servizi allineandoli ai dettami costituzionali, si potrebbero fare investimenti per rilanciare il sistema produttivo, la ricerca e per valorizzare l’incommensurabile patrimonio culturale italiano.
Nonostante l’evidenza dei fatti, la scena politica italiana è gremita di gente che sostiene che lo Stato deve fare un passo indietro. E gli evasori, i corrotti, i tangentisti devono fare passi avanti? Non è dato capire! Ignoranti o in mala fede?
La politica dei governi del periodo conclusivo della prima repubblica e, poi, quello di Berlusconi e del suo “geniale” ministro, Giulio Tremonti, fatto passare per guru in materia di bilanci, può essere storicizzata ricavandone dati statistici oggettivi ed incontrovertibili:
1) l’insostenibile deficit dello Stato, causato dall’evasione fiscale, dalla corruzione e dall’economia sommersa, ha provocato continui aggiustamenti di bilancio chiamati manovre finanziarie. Esse, non hanno mai preso in considerazione la possibilità di recuperare l’enorme quantità di denaro sottratta al fisco, ma sono state costruite sui tagli di spesa e sull’aumento delle tasse ai cittadini che già le pagavano, spesso si sono aumentate le imposte sui consumi, soprattutto sui prodotti petroliferi.
2) Tali interventi sono stati sempre sbandierati come indispensabili per rimettere a posto il bilancio dello Stato, in realtà, le manovre non l’hanno mai rimesso a posto, con la conseguenza che la costante necessità di riaggiustare i conti ha provocato una ciclica reiterazione delle manovre di bilancio con ulteriori tagli e con ulteriori aumenti delle tasse ai danni dei soliti noti.
3) Le manovre, messe in atto dai vari governi, tranne quelle del governo Prodi (ministro Visco), l’unico che ha puntato sul recupero dell’evasione fiscale, non hanno apportato alcun beneficio ai bilanci dello Stato, ma hanno, invece, impoverito sempre più i cittadini che rispettano la legge e ridotto l’offerta dei servizi pubblici.
La paradossale e balorda strategia politica di Berlusconi, in definitiva, ha avuto due limpidi risultati: da un lato ha reso più precarie le condizioni di vita dei lavoratori a reddito fisso, dei pensionati e dei cittadini onesti, ha fatto ingrassare gli spregiudicati ed i disonesti concedendo loro condoni e privilegi, per tutti si ricorda il condono per il rientro dei capitali all’estero, mentre dall’altro lato ha tagliato drasticamente e progressivamente i Servizi dello Stato.
La nuova crisi mondiale ed i suoi costi, in Italia, sono andati, quindi, a sovrapporsi alla crisi già in atto, causata dall’evasione fiscale, dalla corruzione e dall’economia sommersa, etc.
Prima della crisi economica, infatti, i lavoratori dipendenti italiani, i pensionati ed i cittadini che pagano le tasse avevano dovuto subire l’onere di ripianare ciclicamente il deficit dello Stato pagando un prezzo così elevato da ridimensionare gravemente il proprio tenore di vita.
Qualsiasi politico di buon senso avrebbe capito che non si poteva continuare a tartassare i soliti noti, ma che era arrivato il momento di voltare pagina e di cominciare a colpire chi nulla o poco ha, fino ad oggi, dato, nonostante gli obblighi di legge. Oltretutto, non ci vuole tanta cultura per capire che colpire i soliti noti comporta il rischio che essi, per larghi strati, non saranno nella condizione di sopportare altri salassi, balzelli o imposizioni per tamponare la nuova crisi e la sempre meno sostenibile voragine del debito pubblico italiano, senza il rischio di far espandere il numero degli indigenti e dei poveri.
Invece, nulla di nulla, accantonato Berlusconi, che non era più presentabile e che non avrebbe potuto chiedere agli Italiani alcun sacrificio senza suscitare il disgusto e le legittime reazioni degli Italiani onesti e consapevoli, ecco arrivare il suo surrogato, Monti, accreditato come professore e taumaturgo.
Se si riesce a liberare la mente dal martellante messaggio pubblicitario di quasi tutti i mass-media che fa apparire Monti come il salvatore della patria, che ha dato dignità, lustro e credibilità all’Italia, ha fatto abbassare lo spread, e si guarda esclusivamente quello che ha fatto, si può costatare che i suoi interventi sono, perfino, peggiori di quelli presi in passato dalla vecchia classe politica.
Monti ha le stesse qualità di Berlusconi, è un comunicatore fuori dal comune ma, ahimè, la sua capacità di dare risposte ai problemi italiani appare assai modesta, lo dimostra la sua refrattarietà e l’ostilità a percorrere l’unica via che una persona, dotata di buon senso e di una minima capacità di far di conto, avrebbe dovuto intraprendere. E, infatti, c’è stato chi, dopo i suoi primi provvedimenti, ha affermato: persino mia zia (cioè una persona ignorante) sarebbe stata capace di pensare ai provvedimenti presi da Monti!
La sua politica è chiara! Egli, avvalendosi di un credito di fiducia, eccessivo per i suoi meriti reali, ha appioppato agli Italiani onesti e già tartassati, una serie di balzelli che peggioreranno il loro tenore di vita. Invece di porre rimedio all’evasione, la causa principale del deficit di bilancio dello Stato, Monti ha concentrato tutte le sue energie sul ridimensionamento dei diritti dei lavoratori, che lui ritiene indispensabile per rilanciare l’economia Italiana, appiattendosi su una visione scolastica delle dinamiche economiche e sociali imperversanti nel mondo occidentale e cercando, quindi, di consolidare in Italia il modello economico e sociale tipico del mondo globalizzato, dove il lavoro non ha più alcuna dignità, non è più un valore, non deve essere più costituzionalmente garantito.
I provvedimenti di Monti rischiano di far restare puramente teorici i diritti alla salute, all’istruzione, alla giustizia, ed i principi di uguaglianza, della pari dignità della persona etc. Se si va a guardare il resto d’Europa, i lavoratori dipendenti italiani, i pensionati ed i cittadini onesti sono agli ultimi posti della graduatoria in tutti i parametri che riguardano i diritti, il lavoro, le tutele, il rispetto della dignità, etc.
Che Monti sia pienamente consapevole dell’esigenza di ripristinare un minimo di perequazione sociale attraverso la lotta all’evasione è provato dai suoi fittizi annunci e dai suoi abortiti proclami sulla lotta all’evasione, sul bisogno di legiferare in materia di corruzione e di rilanciare l’economia. Ebbene, nonostante tale consapevolezza, nei provvedimenti di Monti non c’è traccia di una vera inversione di tendenza, non c’è traccia di un provvedimento che vada nella giusta direzione.
C’è, però, quella che può essere definita la politica dell’intimidazione, dell’annuncio, della demagogia: i raid della finanza a Cortina, a Portofino, a Milano ed in varie altre località, appaiono semplicemente pura operazioni di facciata, finalizzate a rabbonire gli Italiani onesti chiamati a sacrifici inverosimili, quanto inutili.
Monti appare perfettamente identico ai politici che l’hanno preceduto e che lo sostengono, che andrebbero studiati come un fenomeno da baraccone non come classe politica responsabile, pronti ad approfittare della loro posizione di privilegio, ma incapaci di prendere in considerazione un’effettiva cura dei mali italiani.
La storia insegna che i sacrifici chiesti oggi da Monti non serviranno a nulla, fra qualche anno sarà necessario inventarsi una nuova manovra di bilancio e gli Italiani saranno nuovamente chiamati a sostenere altri sacrifici e altri tagli.
È convinzione di chi scrive che l’obiettivo di certi pseudo governanti sia quello di cancellare tutti i servizi in modo da poter ridurre il fabbisogno dello Stato e raggiungere un equilibrio contabile che permetta di mantenere l’evasione attuale, la corruzione ed il parassitismo. Ciò sarebbe provato dalle gestioni di tutti i governi che si sono avvicendato in Italia negli ultimi 28 anni.
Invece di prendere in considerazione la possibilità di mettere in pratica i dettami dell’art.53 della Costituzione i politici affermano che
- Il rimedio di ogni male: le riforme. Troppe cose non funzionano vanno, perciò, cambiati il sistema fiscale e la costituzione!
Riforma è la parolina magica che consente a tanti politici di presentarsi davanti al popolo, illudendolo che lo Stato non funziona perché il sistema è vecchio e ha troppe falle; se i lavoratori dipendenti hanno salari che sono inferiori alle medie europee, riforma diventa un miraggio che copre le magagne ed illude gli ingenui.
Si tratta di affermazioni che non stanno in piedi: se si lascia violare l’art. 53 della Costituzione permettendo che una buona parte dei contribuenti si sottragga al dovere di pagare le tasse, il problema non si risolve con una riforma ma facendo rispettare le leggi. Se l’applicazione della legge è, ormai, un fatto puramente teorico, creare nuove leggi, con la prospettiva che esse non saranno mai rispettate, non ha senso.
Si vuole introdurre nella Costituzione l’obbligo al pareggio di bilancio, ma non l’obbligo a governare rispettando i dettami della Costituzione: ci si trova davanti ad una contraddizione che rende palese l’inattendibilità di chi lo propone. Una simile norma sarebbe l’ennesimo paradosso di una classe politica assurda che permette, di fatto, di violare l’art. 53 della Costituzione, stabilendo per legge che lo Stato potrà erogare i suoi servizi solo se rientrano nelle disponibilità previste dal pareggio di bilancio.
Politici seri e responsabili avrebbero introdotto un altro obbligo, quello di considerare fuori legge i governanti che non assumeranno le necessarie iniziative per debellare l’evasione fiscale e la corruzione, per far funzionare la macchina della Giustizia ed i Servizi dello Stato.
Ciò sta provocando il ritorno alle classi sociali che l’Illuminismo aveva ritenuto che col tempo potessero essere cancellate, con una fondamentale differenza, se, nel Settecento, i ceti privilegiati erano i nobili ed il clero, oggi lo sono i corrotti, i politici, gli evasori, gli adepti alle cricche ed alle massonerie deviate.
Incomprensibili ed irricevibili sono i richiami dell’Europa ai problemi di bilancio fingendo di non vedere i veri problemi di alcuni Stati europei: l’Italia e la Grecia andrebbero espulsi dall’Unione Europea non per il loro bilancio, ma perché paesi in cui vigono sistemi antidemocratici e classisti basati sull’illecito, sulle sperequazioni e sulle ingiustizie.
Leo D’Asaro
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