Profumo di Zagara e tanfo di morte
Rino Giacalone
Tutti sapevano che “la mafia a Trapani non c’era” e Rostagno invece ne parlava, sempre, sempre, sempre. Una grande camurria. Don Francesco Messina Denaro, allora a capo della cupola, non lo sopportava proprio. Lo disse pure a Provenzano, da cui riceveva visite nella propria casa. Anche Siino – come Brusca e Milazzo, racconta ai giudici che a volere la morte di Rostagno è stato don Ciccio Messina Denaro. I poliziotti volevano mettere sotto indagine la mafia, ma, presto si trovarono fuori. Le testimonianze in Corte di Assise del generale Montanti e il luogotenente Cannas, alquanto sconcertanti, inverosimili … surreali …disonorevoli. Bisognava dimostrare che a Trapani la mafia non c’era?
L’odore degli aranci e un ordine di morte. La terra di Sicilia sporcata dalla violenza mafiosa.
Era il 1988 e quell’odore che solo i nostri agrumi sanno dare era quello che inondava il terreno di un mafioso, fratello di mafioso, genero di un patriarca della mafia, cognato di un sanguinario assassino. Il terreno in questione era quello di Castelvetrano di proprietà di Filippo Guttadauro, fratello del medico Giuseppe, il colletto bianco che era a capo del mandamento mafioso di Brancaccio a Palermo, il medico intercettato a fare da ponte tra Cosa nostra e la politica. Filippo Guttadauro è anche qualcosa di più, ha sposato Rosalia una delle figlie del patriarca della mafia belicina, Rosalia è figlia di Francesco Messina Denaro, il “campiere con il bisturi”, si occupava di terreni e latifondi don Ciccio Messina Denaro e lo faceva così con tanta precisione e scrupolo da meritare il riconoscimento di sapere bene usare il “bisturi”, perché lui sapeva come “incidere” il territorio, marcandolo con l’impronta mafiosa.Filippo Guttadauro perciò è il cognato di Matteo Messina Denaro il boss che è oggi certamente il capo della mafia trapanese, il mafioso che poco più che ventenne si vantava già che da solo con i suoi delitti poteva riempire un cimitero, oggi con le stesse mani, rimaste sporche di tanto sangue, gestisce dalla latitanza che dura da diciannove anni vere e proprie holding, imprese e casseforti.
ROSTAGNO? UNA CAMURRIA
In quel terreno di Castelvetrano in mezzo al profumo degli aranci nel 1988 ad Angelo Siino - che non era solo il titolare di una concessionaria d’auto a Palermo o il pilota di rally amico dei migliori rampolli della borghesia di mezza Sicilia, ma era, soprattutto, il ministro dei lavori pubblici di Totò Riina- don Ciccio Messina Denaro comunicò che Mauro Rostagno era arrivato al capolinea, doveva cioè morire. Siino ha raccontato di quell’odore degli aranci e del tanfo della morte nell’aula bunker del carcere di San Giuliano a Trapani dove per alcune udienze si è trasferita la Corte di Assise che sta processando i presunti mandante ed esecutore del delitto di Mauro Rostagno, Vincenzo Virga e Vito Mazzara. Se Francesco Messina Denaro fosse ancora vivo, è morto nel 1998, ci sarebbe stato anche lui imputato in questo dibattimento, perché, le dichiarazioni di Siino, come altri collaboratori di giustizia, come Giovanni Brusca e Francesco Milazzo, riconducono la morte di Rostagno al volere di don Ciccio Messina Denaro: era una “camurria” Rostagno, così dicevano di lui i boss.
Ogni giorno dalla tv, Rtc, dove si è ritrovato a lavorare dopo che da qualche anno era arrivato a Trapani, parlava sempre di una cosa, mafia, mafia e mafia, e questa cosa i boss non potevano permetterla, loro che dai politici, da altri giornalisti, dai professionisti avevano ottenuto ben altra attenzione. In quel 1988 “la mafia a Trapani non c’era” e Rostagno invece ne parlava, sempre. E don Ciccio Messina Denaro non ne poteva più, lui era il capo della cupola provinciale, ed era il mafioso che periodicamente riceveva visite importanti nella sua casa di Castelvetrano. Chi era davvero don Ciccio lo svela un racconto, quello fatto da alcuni pentiti che hanno dimostrato di conoscere diversi segreti, come quello che riguarda la frequentazione tra Binnu Provenzano e don Ciccio Messina Denaro. Non era circostanza rara che i due si incontravano, ma non era don Ciccio Messina Denaro ad andare da Binnu a Corleone, ma era semmai questi Tutti sapevano che “la mafia a Trapani non c’era”
Oggi la mafia siciliana non ha più una cupola ma si è quasi “ndraghetizzata”, ci sono le diverse famiglie che distinte “governano” i territori. quando si cominciò a riscrivere quel “patto” con lo Stato che pochi anni dopo avrebbe portato al famoso “papello”. Su questa strada uno come Rostagno non poteva proprio starci a raggiungere Castelvetrano, era già un latitante Provenzano, ma non aveva timore di mettersi alla guida di una Fiat 500 per arrivare nel cuore del Belice e bussare alla porta di casa di don Ciccio Messina Denaro che lo attendeva. Qualche volta seduto sulle ginocchia del padre c’era Matteo, anni dopo oramai cresciuto e diventato anche lui boss, Matteo Messina Denaro nei pizzini inviati a Binnu, e firmati come Alessio, scriveva del suo enorme rispetto, del fatto di avere imparato a comportarsi da capo mafia grazie proprio a lui, di immedesimarsi in lui in modo totale, Binnu Provenzano per Matteo Messina Denaro aveva preso il posto del padre morto di crepacuore, da latitante, nel novembre del 1998, a poche ore da un blitz di Polizia che per la prima volta portava in carcere l’altro maschio di casa Messina Denaro, Salvatore, preposto di una agenzia della Banca Sicula, la Banca della famiglia D’Alì. Anni dopoquel rispetto finirà calpestato: quando nell’aprile del 2006 Provenzano venne scovato dalla Polizia nel covo di Corleone, saltò fuori l’archivio di “pizzini” che custodiva, documenti che “tradotti” disvelarono uomini e affari, e a quel punto Matteo non esitò a bollare come uno scimunito Provenzano in un altro “pizzino”, uno di quelli che “Alessio” scriveva a “Svetonio”, exsindaco del suo paese, Tonino Vaccarino, non sapendo che questi faceva l’informatore dei servizi segreti.
“Quel vecchio ci ha rovinati tutti” scriveva Alessio sfogandosi con Svetonio, non sapendo che anche lui stava facendo altrettanto e se il comportamento del Sisde del generale Mori, che aveva assolto Vaccarino- Svetonio fosse stato più accorto, informando la Procura di Palermo invece di tenere i pm all’oscuro del loro contatto per quasi cinque anni, poteva anche accadere che quella corrispondenza tanto spavalda poteva portare alla sua completa rovina eall’arresto, ma questo non è purtroppo accaduto. E il boss resta latitante.
CUPOLA E PARTITI
Il capo della Procura Nazionale Antimafia, procuratore Pietro Grasso, giorni addietro ha spiegato che Matteo Messina Denaro non è il capo della mafia siciliana. Ma non è un capo perché non ne ha stoffa e capacità, non è il capo “perché non esiste più la cupola mafiosa”, quella che quando esisteva veniva governata da Michele Greco, o Totò Riina e poi Bernardo Provenzano.
Oggi la mafia siciliana non ha più una cupola ma si è quasi “ndraghetizzata”, ci sono le diverse famiglie che distinte “governano” i territori. E Matteo Messina Denaro “governa” la mafia trapanese, che non è cosa di poco conto o meno importante rispetto alla stessa cupola regionale.
Perché a Trapani, riconosce lo stesso Grasso, resiste lo zoccolo duro della mafia, quella che senza coppole e lupare, ha saputo infiltrarsi, per decenni, senza nemmeno la necessità di tanti camuffamenti, nelle istituzioni, nella economia, nelle imprese, la mafia qui a Trapani aveva una garanzia precisa come ha raccontato il pentito Nino Giuffrè, “a Trapani c’erano i cani attaccati”, non si facevano le indagini, e chi pensava dipoterle fare si trovava messo fuori gioco, trasferito o sparato, oppure trasferito e sparato come accadde a Ninni Cassarà, capo della Mobile a Trapani prima e a Palermo dopo. A Trapani la mafia ha pensato di creare un partito per mandaresuoi politici in Parlamento, e qui da Trapani è partito l’ordine di non fare più nulla e semmai di votare Forza Italia come ha raccontato il pentito di Mazara Vincenzo Sinacori che udì dare quell’ordine proprio a Matteo Messina Denaro. Il processo per l’omicidio di Mauro Rostagno prova proprio come le paroledi Nino Giuffrè siano fondate. I poliziotti che volevano mettere sotto indagine la mafia presto si trovarono fuori da quelle indagini, ad occuparsene restarono solo i carabinieri. Le testimonianze in Corte di Assise di due tra quelli ritenuti gli investigatori più capaci del tempo, il generale Montanti e il luogotenente Cannas, sono state incredibili. Montanti ha raccontato che abitudine asovracaricare le cartucce, come quelletrovate sul luogo del delitto, era tipica dei cacciatori, Cannas ha ammesso senza tante vergogne che il verbale di sopralluogo sul luogo dell’omicidio venne trascritto “in bella copia” quando oramai erano trascorsi diversi mesi dal delitto e che per quei mesi aveva lavorato “solo con gli appunti”. Queste per dire delle cose che sono apparse le più inverosimili.
In un contesto dove doveva apparire inverosimile che fosse stata la mafia ad uccidere. Era il 1988 quando la mafia si cominciava a trasformare, quando si cominciò a riscrivere quel “patto” con lo Stato che pochi anni dopo avrebbe portato al famoso “papello”. Su questa strada uno come Rostagno non poteva proprio starci