Riflessione
Da quasi mezzo secolo, una nuova coscienza è emersa a impedirci di accettare una società che dopo aver eliminato il rischio di morire di fame al prezzo della certezza di morire di noia, è tornata a riproporre svergognatamente la morte per fame senza eliminare affatto la noia rimasta a garantire la sua morbosa compagnia.
Nessuna società prima di questa aveva mai educato a una tale intima, umiliante sottomissione senza fine, nessuna aveva mai fatto emergere tanto prepotentemente il bisogno di liberarsene.
Non c’è nessuna garanzia di riuscirci, ma c’è una voglia sempre più diffusa di provarci. Essa riguarda una minoranza, certo, e forse addirittura un’infima minoranza di fronte all’armata di tragici idioti educati da secoli a soffrire e a chiamare riuscita la loro disgrazia.
Eppure, qualche novità interessante emerge oltre le nebbie dello spettacolo: degli individui insorgono nella vita quotidiana, spingono la politica a ribellarsi alla teologia economicista e rioccupano il territorio della vita preannunciando pacificamente un terremoto possibile. Mai il potere si era mostrato tanto miserabile, vigliacco, falso, cinico e inconcludente. Quando si vede in che cosa consiste oggi la riuscita degli uomini di potere, viene davvero voglia di fallire. Fallire per godersi il calore umano della fratellanza. Fallire per condividere la solidarietà tra eguali. Fallire per fare un elogio pratico delle differenze la cui pratica è partecipazione a una libertà comune.
La malattia dello schiavo moderno ha un nome antico: alienazione. Sono però proprio questi schiavi moderni, manipolati e oppressi, che possono guarire l’umanità dalla pandemia d’influenza porcina che impazza e il cui sintomo inequivocabile è che ci sono pochi maiali molto più uguali degli altri.
essegi 17.09.12