Napolitano ce l’ha fatta. C’erano dubbi?
E’ arrivata, dopo essere stata annunciata più volte, la sentenza della Corte Costituzionale: il Presidente non può essere intercettato, anche se chiamato da qualcuno che è intercettato: in tal caso le intercettazioni vanno distrutte. Il tutto è cominciato a venir fuori quando, dopo vent’anni di indagini sulla morte di Paolo Borsellino e della sua scorta, si scoprì che Borsellino, il primo luglio 1992, poco prima di morire, era andato a Roma per incontrarsi col pentito Mutolo e che sarebbe passato dal Viminale per salutare il neoministro degli interni Nicola Mancino. L’appuntamento è indicato nell’agenda di Borsellino, non in quella rossa, che è scomparsa. In quella occasione il giudice avrebbe visto qualcosa che lo aveva sgomentato, certamente uno degli anelli più solidi dei rapporti tra la mafia e rappresentanti dello stato. Mancino “non ricorda” di avere incontrato Borsellino. Salvatore Borsellino, fratello di Paolo, si è chiesto: come si fa a non ricordare un incontro con il giudice più esposto d’Italia nella lotta contro la mafia? La cosa è tanto strana che i giudici di Palermo hanno deciso di incriminare l’ex-ministro per falsa testimonianza. Ma perché Mancino non ha ammesso quell’incontro? Che cosa c’era da nascondere? L’incriminazione ha spinto Mancino a telefonare al Quirinale, due volte al giudice Loris D’Ambrosio, consulente giuridico del Quirinale, recentemente scomparso, e due volte allo stesso Napolitano, per chiedere di essere protetto, o per fare attivare tutti quegli interventi e procedimenti istituzionali che lo tenessero fuori dal processo. Insomma, per metterci la buona parola nel caso che ai magistrati di Palermo, condotti e ispirati da quel cattivaccio e comunista di Ingroia, non venisse in mente di metterlo a confronto con Claudio Martelli, suo predecessore agli Interni, ma col quale pare non corrano più buoni rapporti. Che diamine! In fondo, oltre che ministro, lui era stato Presidente del Senato e magari vicepresidente del Consiglio Superiore della Magistratura. Presidente, magistrati e politici vari sono e sono stati “amici” e, tra amici, è giusto e doveroso proteggersi a vicenda. Così, i magistrati, che gli stavano dietro, si sono trovati tra le mani la patata bollente delle intercettazioni delle sue telefonate e hanno fatto quel che loro competeva: depositarle agli atti, in attesa di un confronto tra le parti per deciderne l’eventuale utilizzazione, pur avendone rilevato l’inconsistenza giuridica del contenuto. Ma Napoletano si è sentito infastidito da questi giudicelli palermitani e ha sollevato la questione della non intercettabilità delle telefonate sia fatte che ricevute da lui. E naturalmente, quale magistrato poteva mettersi contro il capo dello stato? Solo Ingroia si è permesso di far notare che il capo dello stato chiedeva di avere le prerogative di un monarca assoluto. Di fatto, i monarchi del ‘600, tra tutti Luigi XIV, il re Sole, si ritenevano “ab-soluti”, cioè sciolti da qualsiasi legame con la legge. Ma va detto che tutto quel che li riguardava era pubblico, anche gli aspetti più intimi della vita privata: nel nostro caso invece si pretende di avere una privacy, di averla rispettata, ma anche di estendere tale tutela a tutto l’insieme delle prerogative presidenziali. “Nessuno mi può giudicare” canterebbe Caterina Caselli. Per difendere questa insindacabilità, o, se si preferisce, immunità e impunità, Napolitano non ha esitato a lanciarsi a testa bassa contro la Procura di Palermo, che è oggi l’avamposto più delicato nella lotta contro la mafia, spalleggiato da giornali come “La Repubblica” , che, in un articolo del 13 settembre aveva già anticipato questa decisione. Il gesto di Napolitano rappresenta un grave errore politico, fatto nei confronti di chi si ritrova ad operare tra tante difficoltà, ed è motivato, a suo dire, solo per difendere un principio. Si potrebbe parlare di conflitto d’interessi: il presidente della Repubblica è anche capo del Consiglio Superiore della magistratura, di cui Mancino è stato vicepresidente per sei anni. I giudici che gli hanno dato ragione altro non hanno fatto che ratificare una direttiva che da sempre coinvolge la “casta”, ovvero le stanze del potere, le quali si coprono l’un l’altra, con buona pace della verità e della giustizia. Rimane la domanda di Di Pietro: “Cosa ha detto a Mancino che non vuole farci sapere?” Non lo sapremo mai, è uno dei tanti misteri d’Italia destinati a rimanere tali. Borsellino può attendere dietro la porta di Mancino, per essere ricevuto, tanto lui non ricorda neanche se c’era Contrada o Subranni. Così come può attendere all’infinito che giustizia sia fatta. La trattativa? Minchiate!!! E’ vero che c’è una sentenza dei giudici di Firenze che il 12 marzo 2012 ne attestava l’esistenza, ma che ne capiscono quelli! E poi, come hanno detto i giudici della Corte Costituzionale, secondo l’art.271 del Codice Penale, il capo dello stato è “irresponsabile”, cioè non gli si può imputare la responsabilità delle iniziative altrui: se Mancino gli ha telefonato, che c’entra lui? E quindi “absolutus” e irresponsabile. Morsi, l’attuale presidente egiziano, ha stabilito qualche giorno fa, che le sue decisioni sono indiscutibili: ci dispiace dover leggere solo sul giornalaccio del detenuto domiciliare Sallusti questa amara considerazione: “Morsi ha fatto la stessa cosa in Egitto e sono scesi tutti in piazza. In Italia tutti zitti”.
(Salvo Vitale)