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La lunga attesa di Felicia

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La lunga attesa di Felicia

(Salvo Vitale)

 

 Ho conosciuto Felicia intorno al ’67, quando cominciai a frequentare la casa di Peppino e con lui ci scambiavamo qualche libro o qualche giornale. In quel tempo la ricordo come un’ombra silenziosa, la classica “vestale” del  focolare domestico: solo chi avesse guardato bene i suoi occhi avrebbe potuto intravedervi un dramma interiore di cui all’apparenza non c’era segno.

 Mi resi conto di questo anni dopo, quando mi disse, tra un singhiozzo e l’altro: “un martirio…quello che ho passato….la dittatura…sul niente attaccava brighe…disperazione e paura…quando lo sentivo arrivare mi pisciavo addosso…mai una parola dolce, mai uno svago, mai una festa, mai una lira…teneva tutto in mano…mi faceva uscire solo per andare a trovare Tanino Badalamenti e parlare con sua moglie…mai un regalo, quello che ho passato, solo io lo so, e anche Peppino se lo immaginava, mi diceva: “io vegnu cà sulu pi tia”.(1)

 Nel suo silenzio non c’era ostilità né diffidenza: io ero l’amico di suo figlio,  il nipote di Cola Maltese, quello del Molinazzo,  non certo quello che lo portava sulla cattiva strada. In quel tempo Peppino abitava ancora in famiglia e suo padre contava su di me perché lo stimolassi a studiare e a prendersi “un pezzo di carta”. Successivamente, quando si accorse che tutto era inutile lo buttò fuori di casa, per dare agli “amici” una stupida dimostrazione di forza e di presa di distanza.

 Peppino andò ad abitare alla stazione, con la zia Fara, una sorella di Felicia, che lo aveva ospitato più volte e che fu per lui come una seconda madre. Quando Fara restò vedova, egli si trasferì definitivamente nella casa della stazione per farle compagnia e lì rimase, anche dopo la morte del padre. Morto Peppino, Fara si trasferì a casa di Felicia: due donne sole che si tenevano compagnia.  Fara era una donna molto semplice e silenziosa: aveva sofferto per la morte di Peppino come per quella di un figlio, ma sapeva nascondere bene la sua sofferenza.

 Cominciai a scoprire un’altra Felicia cinque giorni dopo la morte di Peppino, ovvero il 13 maggio 1978, giorno delle elezioni comunali: in quella circostanza rompendo una regola secolare, che imponeva a chi è a lutto, di non uscire di casa, almeno per il primo mese, Felicia e sua sorella Fara si recarono al seggio elettorale a votare per Peppino. Poco prima dell’ingresso al seggio  c’erano due galoppini che distribuivano facsimili democristiani: quando videro Felicia e Fara si avvicinarono per fare le condoglianze, dicendo loro che stavano invitando la gente a votare per Peppino e per la sua lista: Felicia li guardò con fierezza, quasi con disprezzo, senza dire una parola: non appena le due donne voltarono le spalle, essi continuarono  a distribuire i loro facsimili.

 

Non volle più ricevere i fratelli e parenti del marito, tra i quali Iacuzzu (Giacomo), detto “U Sinnacheddu” e Peppino, detto “Sputafuoco”, mafiosi di rango, a cui imputava la responsabilità di avere dato il proprio assenso alla decisione di uccidere suo figlio.

 La sua casa divenne per noi quasi un posto di pellegrinaggio: a turno andavamo a trovarla e lei era sempre curiosa di sapere cosa stava succedendo fuori. Il suo “Chiè?, Chi c’è?, Che state combinando. Stamu attenti e ‘un mi raccumannu autru” rivelava, per un verso, una sorta di vicinanza affettiva e di partecipazione spirituale alle nostre iniziative, per l’altro la paura che non ci succedesse qualcosa, ma più di tutto, che non succedesse qualcosa al figlio Giovanni.  Per tutti noi compagni di Peppino era diventata “mamma Felicia”, la madre non biologica, che tutti avremmo voluto avere. Una volta mi disse: “Quannu viru a tia è comu si virissi a me figghiu”, lasciandomi commosso per un intero giorno.

Uscì di casa pochissime volte: per andare a votare o per  difendere in tribunale l’immagine del figlio, ma era sempre bene informata, sia di quello che succedeva in paese, sia di quello che succedeva in Italia e nel mondo: sue fonti la televisione e alcuni parenti e vicini di casa, tra cui una cugina, Maria, detta Parasacca e il fratello di lei Peppino, Parasaccu anche lui, malato di cancro al polmone, il quale scelse di morire continuando a fumare le sue sigarette.

 Un giorno Maria le portò la strana notizia che Procopio Di Maggio, il boss locale, da sempre nemico di Badalamenti, aveva intenzione di rendere giustizia  a Peppino e alla sua famiglia e andava cercando “Tanino” per liquidarlo. Felicia la guardò con sufficienza e le rispose : “Non per mio figlio, ma per suo figlio”. Nella sua risposta si nascondeva tutta una storia: uno dei figli di Procopio, che corteggiava una figlia di Sarino Badalamenti, era infatti morto in uno strano incidente: poiché i Badalamenti erano contrari a questo rapporto, Procopio si era convinto che fossero stati loro a liquidarlo. Felicia conosceva bene il modo di ragionare dei mafiosi.

Aveva anche una memoria lucidissima ed era in grado di raccontare episodi anche lontanissimi della sua vita e della vita del paese, come ha fatto nella lunga intervista pubblicata ne “La mafia a casa mia

 Non aveva peli sulla lingua per nessuno: qualche mese dopo la morte di Peppino venne convocata dal giudice Signorino, che conduceva le indagini e, mentre aspettava, venne avvicinata da una persona con un taccuino in mano: “Signora, mi chiamo Mario Francese e sono un giornalista del Giornale di Sicilia. Posso farle qualche domanda?”. La risposta di Felicia fu violenta: “Non voglio parlare con nessuno. Voi giornalisti avete trattato mio figlio come un criminale”. Si addolcì un po’ quando Francese le disse di essere convinto anche lui che Peppino era stato ucciso da Badalamenti e parlarono per un bel po’. Non poteva sapere che qualche mese dopo (27-01-1979) quel giornalista sarebbe stato ucciso, come suo figlio, dalla stessa mafia. 

 

 Il brindisi e i fiori

 

Tra il 1981 e il 1990 la guerra di mafia arrivò a Cinisi lasciando sul terreno una quarantina di morti: fu il massacro della cosca dei Badalamenti, (che Mario Francese chiamava “dei guanti di velluto”) ad opera dei Corleonesi di Totò Riina e dei loro alleati locali. Quando nell’81 venne ucciso Nino Badalamenti e mi recai da Felicia, il suo commento fu spietato e preciso: “Buonu ficiru: appi chiddu chi si miritava”. Felicia ignorava, o sospettava solamente che Nino Badalamenti era stato uno degli assassini di suo figlio, come verrà poi testimoniato dal pentito Salvatore Palazzolo.

 Nella radicalità del suo rancore era rimasta una traccia visibile di quella cultura mafiosa nella quale era stata educata e dentro la quale era stata cresciuta. Nessuna ombra di pietà dentro il suo dolore, dove il suo desiderio di giustizia si mescolava con la voglia di vendetta. Nessun perdono  nei confronti di chi l’aveva privato di una parte del suo sangue. Felicia non sapeva fare l’ipocrita e non aveva nessuna voglia di perdonare. A chi glielo chiedeva, rispondeva in maniera netta: “Vorrei capire perché dovrei perdonare un mafioso soprattutto se non ha mai chiesto perdono. Il Signore deve perdonarlo, se ci riesce, perchè viene difficile pure a lui e li manderà tutti all’inferno”.

 Non ci si dovrebbe rallegrare per la fine violenta d’una persona, ma, in quella occasione mi scappò di dirle: “Allora dobbiamo brindare”. Non se lo fece dire due volte: tirò fuori dalla vecchia vetrina una polverosa bottiglia quasi vuota di amaretto e due bicchierini: appena poche gocce per un brindisi, più simbolico che reale tra due persone profondamente ferite dentro.

 Da allora quel gesto divenne un’abitudine, quasi una forma di complicità: tornammo a ripeterlo per l’omicidio di Giuseppe Finazzo, “u Parrineddu”, indiziato dell’omicidio di Peppino, dalle cui cave era presumibilmente uscito il tritolo per farlo saltare in aria. In quell’occasione, ancora una volta i carabinieri, invece di indirizzare le indagini negli ambienti mafiosi, effettuarono una perquisizione nella casa a di Giovanni Impastato, proprio dirimpetto a quella di Felicia, sospettandolo come responsabile dell’omicidio, per vendetta. Felicia ebbe una reazione violenta, gridando ai carabinieri: “Chi vuliti? Nun v’abbastau a prima vota? Ca ‘un c’è nienti. Itivi a circari l’assassini nna li casi d’i mafiusi” (Che volete? Non vi è bastato la prima volta? Qua non c’è niente. Andate a cercare gli assassini nelle case dei mafiosi)

 Tornammo a brindare per la morte di Leonardo Galante, di Natale Badalamenti, di Leonardo Rimi. Poi ci fermammo,  non solo perché la bottiglia era quasi alla fine, ma perchè quel gioco non ci piaceva più e non ci apparteneva più. Una lunga pausa durata molti anni, a parte un  cin cin per l’arresto di Badalamenti (1984) e per la morte di Ciccio Di Trapani, (1996) da noi sospettato, e poi indicato dal pentito Salvatore Palazzolo come uno dei killer di Peppino.

 Intanto la figura di Peppino intanto cominciava a varcare i confini del suo territorio e ad essere nota a una cerchia sempre più vasta di persone. La casa di corso Umberto I, oggi ribattezzata “Casa Memoria”, dove fa bella mostra una lapide messa privatamente per iniziativa del Centro Impastato, è diventata nel tempo un punto di riferimento)e d’incontro per i ragazzi  e per ogni genere di persone che si riconoscono nelle idee e nella lotta di Peppino contro il dominio mafioso. Una cosa che lei amava dire spesso era che la sua casa era viva e piena di gente, quella di Badalamenti chiusa e deserta.

Nessun brindisi neanche per la condanna prima di Vito Palazzolo e poi di Tano Badalamenti (2002). Felicia aveva pazientemente atteso quel minuto. Era sopravvissuta a un ictus cerebrale, che l’aveva costretta anche a un’operazione, era sopravvissuta alla rottura del femore, alla sua difficoltà di respiro, alla bronchite, all’asma, alla morte della sorella Fara, solo per arrivare a quel momento, aspettato da venti anni. Il suo gesto d’indicazione, secco e spietato, la sua voce ferma nell’indicare e nell’accusare Badalamenti dell’assassinio del figlio, il suo terribile: “Assassino, tu fusti” hanno avuto un ruolo decisivo per giungere alla condanna dei due mafiosi.

 In quella donna magra, vestita di nero, che a stento riusciva a muoversi, ma che conservava dentro tanta rabbia e tanta energia, c’erano tutte le donne siciliane, c’era il riscatto della loro dignità dopo secoli di silenzio, di umiliazioni, di violenze subite, di sopportazione.

 Le manifestazioni molto partecipate degli ultimi anni le hanno riempito il cuore di gioia: puntualmente si affacciava a salutare, mentre un’onda di gente urlava il suo nome. Nei suoi occhi ci fu una forte commozione  quando venne la Commissione Antimafia a consegnarle la propria inchiesta sul depistaggio iniziale delle indagini, assieme alla lettera di Peppino, usata proditoriamente come prova per giustificare l’ipotesi del suicidio: nel momento in cui Beppe Lumia  chiese scusa, a nome dello stato, per gli errori allora fatti e per la mancata giustizia, Felicia disse: “E’ come se mi aveste restituito Peppino ancora vivo”.

 Non potevo mancare di andarla a trovare appena sentito della morte di Gaetano Badalamenti (30-04-2004): lei temeva che il boss potesse tornare in Italia per estradizione o per condono della pena e che ricominciasse l’attesa snervante di giustizia attraverso il processo di appello, ma di colpo ogni timore venne meno e forse da quel momento Felicia cominciò ad avvertire di avere ormai chiuso vittoriosamente e definitivamente la sua lunga attesa e il suo conto con la vita. Si era vendicata degli assassini e li aveva seppelliti. Le chiesi se l’era rimasto qualche  goccio d’amaretto  per l’ultimo brindisi. Mi rispose: “Figghiu meu, quannu ntisi ca ddu porcu avia murutu, dd’anticchia chi c’era m’u vippi tuttu” ( Figlio mio, quando ho sentito che quel porco era morto, quel po’ che c’era l’ho bevuto tutto). Qualcuno mi ha rimproverato per avere raccontato questo personale ricordo, con un’osservazione tipicamente cinisara: “I cristiani chi hannu a diri, chi era na ‘mbriacuna?” (le persone cosa devono pensare, che era un’ubriacona?). Come se bere poche gocce significasse ubriacarsi: in tal senso anche i preti dovrebbero essere ubriaconi, quando celebrano la messa. E poi, chi se ne frega di quello che possono dire “i cristiani”?

E’ morta otto mesi dopo e sarebbe stata felice di sapere di essere diventata  un punto di riferimento per tutto il movimento antimafia.

 Nella sua ultima apparizione in pubblico,  girata dal regista Gregorio Mascolo,  Felicia è ripresa davanti alla porta della sua casa, mentre distribuisce fiori ai partecipanti. al tradizionale corteo del nove maggio: un’immagine per ricordarla, con un mezzo sorriso, mentre dà un fiore per tutti, con alle spalle una strada lunga 87 anni e un viso dov’è scavata e scolpita la sua storia, insieme a quella delle donne della sua terra.

 

Due madri

 

Tra le donne siciliane offese dalla mafia esiste una straordinaria vicinanza tra Felicia e Francesca Serio, la madre di Turiddu Carnevale, il sindacalista ucciso dai mafiosi di Sciara il 16 maggio 1955: anche Francesca si costituì parte civile per l’assassinio del figlio:

 

Una donna sola, prima abbandonata dal marito e poi vedova, che ha allevato l’unico figlio tra mille sacrifici e che è cresciuta accanto a lui, nel dialogo quotidiano con un militante coraggioso e spesso isolato dal suo stesso partito. Dopo la sua morte accusa gli assassini, ne ottiene una prima condanna ma poi deve subire lo smacco della loro assoluzione. Da allora continua a testimoniare la sua vicenda, parlando del figlio con tutti quelli che vanno a trovarla, e le sue parole sono pietre, come scriverà Carlo Levi che ha scritto le pagine più intense su di lei e su suo figlio. Mamma Carnevale partecipa anche a manifestazioni pubbliche accanto a Pertini, organizzate da un partito che sarà sempre più un’altra cosa. Il 18 luglio 1992 è morta dimenticata nella sua casetta di Sciara”.(2)

 

Il richiamo al libro di Levi e l’accostamento tra le due donne risaltano in questo passaggio:

 

“Parla, racconta, ragiona, discute, accusa, rapidissima e precisa. alternando il dialetto e l’italiano, la narrazione distesa e la logica dell’interpretazione. ed è tutta e soltanto in quel discorso senza fine, tutta intera…niente altro esiste di lei e per lei, se non questo processo che essa istruisce e svolge da sola, seduta nella sua sedia accanto al letto: il processo del feudo, della condizione servile contadina, il processo della mafia e dello stato. Essa stessa si identifica totalmente nel suo processo e ha le sue qualità: acuta, attenta, diffidente, astuta, abile, imperiosa, implacabile. Così questa donna si è fatta in un giorno: le lacrime non sono più lacrime ma parole e le parole sono pietre”(3)

 

Quello che Levi dice per Francesca vale, parola dopo parola, pietra dopo pietra, per Felicia. Pietrificazione del dolore nei più profondi abissi dell’animo. Francesca e Turiddu ebbero immortalata la loro storia dal poeta Ignazio Buttitta in una famosa ballata, Peppino e Felicia hanno incontrato sulla loro strada il regista Marco Tullio Giordana che, dalla loro storia ha ricavato due personaggi cinematografici di grande effetto emotivo.

 In tempi in cui l’immagine ha finito con il sostituirsi alla parola, Francesca è morta dimenticata da tutti, Felicia è diventata un simbolo nazionale della  Sicilia che non si piega alla prepotenza mafiosa.

 La vicinanza tra due donne è stata tracciata da Sara Favarò in questa poesia: 

 

 “U chiantu di dù matri”:

 

Sta sira avanti a mia

‘na vecchia ca si chiama storia

chianci scunsulata picchi l’anni passaru

senza lassari signi di vittoria

e rasti supra a terra.

Mi dici ca ddi picciotti

ca luttavanu cu idda e ci currianu appressu

c’à speranza all’occhi,

ora sunnu n’a panza d’a terra vurricati.

Mi fici du nomi,

unu chiù granni e l’autru chiù nicu,

ca patri e figghiu essiri putianu

e appiru a stessa sorti.

Mi dici:

Pippinu Impastatu di Cinisi dicia ‘nt’e chiazzi:

pi jiri avanti iuncemu vrazza, manu e cori,

dicemulu u nomi d’assassini

ca mpastanu a terra cu u sangu d’i travagghiatura.

E continua a vecchia:

‘na matina d’u 78 u truvaru nn’a linia d’a ferrovia

a pezzi e muddichi, comu siddu u trenu

passannu dda notti l’avissi macinatu.

U trenu unn’era trenu:

era bumma a tritolu d’i mafiusi

scattata nn’a panza di Pippinu  pi vinnitta.

L’occhi, sulu l’occhi eranu vivi,

circavanu a Cristu ncelu

e ci addumannavanu pietati.

Pietati pi mia,vecchia sempri a luttu,

e iu sugnu cca, a malidiri li mafiusi barbari,

can un vulianu e nun vonnu

ca li picciotti lottanu pi nna Sicilia libbira,

unni a terra ngrassari si putissi cu l’onestà

e no cu u sangu limpidu di li ‘nnucenti

‘mputenti contro l’omertà.

E chianci a vecchia, chianci, chianci,

un chianti comu marusu ntimpesta,

u chianti di du matri.

Chi sira! Chi sira!”  (4)

 

Una polemica inutile

 

I funerali di Felicia hanno avuto una notevole risonanza sulla stampa e sulle televisioni. La presenza di magistrati, artisti, sacerdoti, studiosi, di figure impegnate nella lotta contro la mafia,  non è stata sufficiente tuttavia a ingrossare un corteo al quale hanno partecipato circa cinquecento persone.

 

Il neo-sindaco di Cinisi ha proclamato il lutto cittadino e si è presentato ai funerali con la giunta e buona parte del Consiglio Comunale, tuttavia all’ordinanza non è stata data opportuna diffusione e molti l’hanno ignorata    Al passaggio del feretro alcuni commercianti hanno abbassato la saracinesca, altri hanno continuato tranquillamente a vendere la loro roba.

Quasi tutti i giornali hanno scritto che Cinisi era assente e hanno affrettatamente concluso che il paese è rimasto mafioso, malgrado la fine del dominio dei Badalamenti.

 Qualche giorno dopo la morte di Peppino, in un comizio Umberto Santino disse: “Sino a quando queste finestre resteranno chiuse Peppino sarà morto invano”. Su questa storia delle finestre chiuse voglio tuttavia fare una constatazione. Da sessant’anni  conosco il corso di Cinisi ed ho sempre visto chiusa la maggioranza delle finestre, sia d’estate, per proteggersi dal caldo, sia d’inverno per ripararsi dal freddo; molte case sono vuote, i loro proprietari sono emigrati, altre appartengono a gente che va a lavorare fuori dal paese, altre a gente che non vede il motivo di aprirle se passa un corteo. Si potrebbe obiettare che ai funerali di Peppone, (settembre 2000), il figlio ucciso del boss Procopio Di Maggio, c’erano circa ottocento persone, che il feretro è stato salutato con un applauso, che le saracinesche erano tutte abbassate,  che molti gettavano fiori al suo passaggio, che le ghirlande erano fatte di orchidee. Ma anche in quell’occasione c’erano  le finestre chiuse, per cui l’appello ad aprirle  ha più un valore simbolico che un riferimento reale.  Resta  il fatto che gli abitanti di Cinisi, se si eccettuano i parenti, le autorità, qualche esponente politico e gli irriducibili compagni di Peppino, malgrado il paese fosse stato tappezzato da un bel manifesto con la foto di Felicia, non c’erano. Sarebbe ingiusto però dire che non c’erano perché sono  mafiosi.

 Se a Cinisi ci sono alcuni mafiosi questo non vuol dire che tutti i Cinisari sono mafiosi. Si tratta di quelle accuse, facilmente strumentalizzabili, studiate per sviare l’attenzione dal problema reale. E il problema in quel minuto era Felicia e l’importanza della sua figura. Molti Cinisari hanno fatto rimostranze, altri si sono offesi, altri hanno preso le distanze dall’“antimafia funeralaia”, altri hanno tentato di giustificarsi e di motivare la loro assenza mettendo in giro cumuli di menzogne: il docente di una scuola mi ha riferito di aver sentito dire da un alunno di Cinisi, sicuramente imbeccato dai genitori, che Felicia era una donna inutile e insignificante, salita alla ribalta solo dopo il film, che non amava Peppino perché lo aveva abbandonato e lasciato alla sorella Fara, che mentre era fidanzata con uno era fuggita con un altro, che poi sarebbe stato Luigi Impastato.  Perché la gente avrebbe dovuto andare ai funerali di una simile disumana persona?

Tutto ciò ci rimanda alla secolare trasmissione di valori sedimentati nel tempo, come la paura, la diffidenza, la conservazione dei principi ereditati, il rifiuto dell’innovazione, il sospetto, la cultura del rispetto nei confronti del  potente, l’orgoglio di far parte di una catena che ti protegge, il servilismo, la svendita della propria dignità, il ricatto, la roba, l’affermazione della famiglia, anche a costo del delitto, cioè quella che in due parole si chiama cultura mafiosa, della quale un paese come Cinisi è imbevuto.

 La tecnica della diffamazione è uno degli archetipi fondamentali della strategia mafiosa nei confronti delle persone su cui si  vuole gettare il discredito, specialmente se si tratta di accuse non controllabili e non verificabili, utilissime a generare un sospetto e un dubbio, studiate per far morire il morto un’altra volta, distruggendone la memoria.

 Per citare qualche esempio di sviamento diffamatorio della dignità d’una persona,  Giuseppe Fava sarebbe stato ucciso da qualche marito cornuto, Cosimo Cristina si sarebbe suicidato perché si sentiva un fallito, Mauro Rostagno è stato ucciso dalla moglie Chicca e dall’amico Cardella, che se la intendevano , Giuseppe Impastato è andato a mettere una bomba per far saltare in aria un treno carico di operai, bel compagno!,  e così via.

 Non siamo certamente nell’ambiente mafiogeno di qualche quartiere malfamato: l’ambiente di Cinisi è più raffinato, la sua piccola e media borghesia è infarcita di ipocrita perbenismo ed ha la capacità di credere e fare   credere anormale ciò che in altri modelli di società è normale e viceversa. Normale è ciò che è omogeneo al sistema di valori in circolazione, al codice mafioso, anormale è ciò che lo nega e ne vuole proporre un altro.

Quell’ambiente su cui l’anticonformismo di Peppino ha infierito, con la satira,  ridicoleggiandolo,  non può riconoscersi in figure così diverse dal proprio essere, come lo sono state Peppino e sua madre e così normali: rischierebbe la propria estinzione.

Qualcuno ha detto che il paese si è chiuso a riccio nei confronti di chi lo aveva ferito e denigrato, cercando di colpevolizzare, ancora una volta, chi da anni si batte per fare entrare un soffio d’aria nuova. Il paese era chiuso a riccio già da molto prima, allorché ha scelto l’indifferenza e il distacco, così come fa ogni anno, in occasione delle manifestazioni per ricordare Peppino. Ecco perché Mafiopoli deve fare ancora molti passi per arrivare dalla casa di Badalamenti a quella di Peppino e di Felicia, prima di rendersi conto che “se tra le donne siciliane ce n’è qualcuna che merita un ruolo di primo piano nella lotta contro la mafia, per la sua modestia, per la sua decisa volontà di denunciarne i delitti, di accettare la sofferenza senza rassegnarvisi, per la sua insistenza nel volere un paese e una società più puliti, questa è Felicia Bartolotta”.(5)

 

 

 

NOTE:

 

1 Salvo Vitale: “Nel cuore dei coralli” Rubbettino 1996 pag 47

2 Umberto Santino: “Storia del movimento antimafia” Editori Riuniti 2000 pag. 179

  1. 3  Carlo Levi: “Le parole sono pietre” Einaudi 1955 pag.160   
  2. 4  Salvo Vitale (a cura): “Quasi un urlo di libertà” Ed. della Battaglia Palermo 1996 pag. 21  
  3. 5) Salvo Vitale: “Nel cuore dei coralli”, op. cit. pag.186      

 

Questa testimonianza è stata pubblicata nel volume “Cara Felicia”,

NOTA: Il quadro come immagine di titolo è di Pino Manzella

 

 

BIBLIOGRAFIA SU FELICIA

 

“Cara Felicia”, a cura di Anna Puglisi e Umberto Santino, pubblicato nell’aprile 2005 dal “Centro Siciliano di documentazione Giuseppe Impastato”, via villa Sperlinga 15, con una serie di atti giudiziari,  testimonianze e messaggi: “Dalle pagine di questo libro Felicia esce con tutta se stessa, senza coloriture retoriche, con la sua tenacia e le sue accuse che già suonano come condanne irrevocabili, ma pure con le sue paure e le sue contraddizioni”.

 

“Felicia e le sue sorelle” di Gabriella Ebano , 2006 Cedam Roma (nuova edizione 2010)  Interviste a 20 donne vittime della violenza mafiosa: una via scavata attraverso la memoria, il dolore, la speranza. Il libro è stato ripubblicato nel 2012 in una nuova edizione contenente un cd.

 

“Peppino è vivo”, poesie per Peppino Impastato, a cura di Salvo Vitale, pubblicato nel 2006 dall’Associazione Culturale Peppino Impastato, Corso Umberto 220 Cinisi, che contiene diverse poesie dedicate a Felicia,  riprodotte nella presente pubblicazione. Il libro è stato ripubblicato, in edizione interamente rinnovata, nel 2008, dalle edizioni EGA di Torino.

 

Felicia Impastato, di Giacomo Pilati,  editore Coppola Trapani 2006 . Un’intervista che fa parte della collana “i pizzini della legalità”. La stessa intervista è stata pubblicata nel libro “Le Siciliane”, curata dallo stesso autore e  dallo stesso editore nel 1998 e nel 2008.

 

“Donne ribelli” di Nando Dalla Chiesa, edizioni Melampo, Milano 2007

 

“Felicia” (tributo alla madre di Peppino Impastato) a cura di Salvo Vitale e Guido Orlando editore Navarra Palermo 2006

 

“Felicia”, (la mafia uccide, il silenzio pure): un film realizzato da Gregorio Mascolo nel 2010: lo stesso è autore di alcuni cortometraggi su Felicia.

 

 

 

( 7 dicembre 2012 )



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