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Troppo tardi per la fine del mondo  Prima parte: il fascismo mediatico

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Troppo tardi per la fine del mondo

(prima parte)

 

 

Il fascismo mediatico

 

Se si dovesse narrare lo stato attuale delle cose, direi che è quello del dopo la fine del mondo.

La fine del mondo è già avvenuta e non ce ne siamo accorti.….o forse sì, e abbiamo fatto finta di nulla. Oppure: è troppo tardi per la fine del mondo.

Era fra di noi quando l'Italia iniziava ad essere svenduta ai privati negli anni Novanta. Era fra noi quando lo stato patteggiava con la mafia. Era fra noi quando la maggior parte del paese eleggeva degli impostori…In fondo la “fine dl mondo” non ci ha mai abbandonati.

Poi: per chi ha vissuto di privazioni d’ogni specie, la fine del mondo non ha alcun senso. E’ un gadget come altri. Un passatempo per una serata con o senza luna.

D’altra parte viviamo in tempo-reale una specie di aritmia del tempo.  Un’accelerazione esponenziale di ogni ritmo della vita che ci trascina verso un transfert collettivo. Desiderio di sincronizzazione delle emozioni, di cui quella della fine del mondo, dovrebbe essere l’emozione ultima e definitiva come il giudizio universale. La paura collettiva di trovarsi davanti a Dio, il quale rinvia sempre il suo appuntamento con noi. Lo ha rinviato davanti agli orrori di Auschvitz. E non c’è alcuna ragione di credere che non lo rinvierà anche oggi o domani fino all’eternità.

 

Viviamo una specie di dopaggio del tempo. Siamo imbottiti di anabolizzanti emozionali che ci paralizzano di fronte allo sciocchezzaio iperreale del presente.

Ma se c'è una fine  ci deve pur essere una rinascita, una ripresa...La fine del mondo in fondo non è poi una cosa cosi tragica se si pensa che da essa, dal caos che rimescola tutte le cose, può rigenerarsi un altro mondo. La fine del mondo è sempre stata associata al Giudizio Universale, sistema della paura e del terrore che la Chiesa ha distillato in dosi omeopatiche e allopatiche. Ma, si tratta di uscire dal giudizio di Dio, uscire dalla psicologia del prete,  liberarsi di questo debito senza fine che altro non è stato che un sistema della crudeltà, oggi preso in carico dal sistema mafioso bancario il quale sta imponendo il debito come forma di vita. La fine del mondo si secolarizza, non è più una forma trascendente della paura (il giudizio universale), ma un passaggio all'atto della crudeltà.

D'altra parte siamo impotenti di fronte alle ingiustizie. Impotenti di fronte all'imbecillità politica. Impotenti di fronte a questo capitalismo onnivoro. Impotenti di fronte all'estorsione del debito operato dalle banche.…La mafia come paradigma del potere assoluto e della violenza non è più solo nella “mafia”, è nel capitalismo e nei suoi avvocati chiamati per  errore di sistema o per convenzione “politici”.

Occorre dunque chiedersi: che fai dopo la fine del mondo? Certo, possiamo sempre attualizzare la fine del mondo con un racconto, un film, una pièce teatrale, un reading… Ma si tratta pur sempre di una rappresentazione della fine. O di un trastullarsi dopo la fine o di un gioco ad apprendere i segni della fine, come accade nel film Giurassic Park dove l’errore e l’accidente diventano i veri protagonisti della fine, che tanto attrae l’immaginario americano che da qualche tempo è anche il nostro.

L'evento della fine non è più nell'azione ma nella speculazione.

Il vero problema è il tempo che attraversiamo dopo che abbiamo vissuto questa fine, che si può narrare in tanti modi. Ci sono ancora attori sociali alle prese con gli eventi? Ci sono ancora intellettuali alle prese con il senso di essi? Ieri Sartre poteva ancora dire "Ribellarsi è giusto"! Ma oggi che questa parola evoca spettri e viene associata da giornalisti compiacenti al terrore c'è qualcuno disposto a difenderla? Perché la ribellione è proprio l'elemento rigeneratore che si leva dopo ogni fine del mondo. Che fai dunque dopo la fine del mondo: rinasci ribellandoti o taci?

La fine del mondo è in un certo senso questa tempesta di eventi senza importanza, è lo sciocchezzaio che per oltre due generazioni ha popolato l'immaginario collettivo, mutandone lo sguardo.

In un certo senso ci muoviamo nel vuoto poiché tutte le utopie sono state screditate, criminalizzate, accantonate nell'antiquariato della memoria, oggi ostaggio della moda…Moda anni Sessanta, anni Settanta, anni Ottanta, ecc.. Le utopie sono diventate una scenografia retrò…

Che fare allora? In fondo la rivoluzione c'è stata. Ma l'ha fatta il capitalismo con i suoi diktak, con le sue bolle economiche, con l'asservimento dei politici e degli stati. E oggi possiamo verificare sulla nostra pelle quanto alla recrudescenza del capitalismo corrisponda una metastasi della ribellione. Glorificazione del potere, dispersione della rivolta.

 

Il processo di depravazione in atto della scena sociale e politica sollecita il paragone tra “fascismo storico” e “fascismo mediatico” che già Pasolini, con forza, aveva diagnosticato in diversi articoli pubblicati negli anni Sessanta e nei primi anni Settanta.

Il fascismo storico – osservava Pasolini nel dicembre del 1973 (Acculturazione e acculturazione) – “proponeva un modello reazionario e monumentale che però restava lettera morta…Oggi, al contrario, l’adesione ai modelli imposti dal Centro [mezzi di comunicazione di massa] è totale e incondizionata”. I contadini, gli operai, i proletari sotto il fascismo continuavano a seguire i modelli culturali delle varie tradizioni locali. Altrove Pasolini (L’articolo delle lucciole 1975) parla di “arcaicità pluralistica” che viene smantellata dal “livellamento industriale”. Questo livellamento, avrebbe un precedente storico decisivo nel nazismo. L’uniformità ideologica delle masse non è possibile senza una pianificazione tecnico-industriale che ingloba la sfera individuale. Nel caso del nazismo anche l’utero delle donne era mobilitato per la procreazione di bambini ariani, confermando il postulato di Foucault secondo il quale ogni biopolitica tocca la sovranità sui corpi a tal punto che masse e tecniche di dominio risultano ineffabilmente intrecciate. Il male passa dalla morale alla razza.

“Il vero fascismo – scriveva Pasolini - è quello che porta, anche senza carneficine e fucilazioni di massa, alla soppressione di larghe zone della società stessa”, quindi, concludeva, “dobbiamo chiamare genocidio questa assimilazione al modo e alla qualità della vita della borghesia”. La riduzione delle varietà, delle culture locali e la loro inesorabile assimilazione all’universo della televisione, significa il loro sterminio culturale.

L’onnipotenza della televisione – constatava Pasolini - si presentava già allora come un fattore di deregolamentazione dei meccanismi di delega democratica. Questa delegittimazione oggi è compiuta. E non solo perché la televisione mette in primo piano la simulazione a scapito della realtà, o perché sacrifica l’argomentazione articolata (il pensiero) a vantaggio dello slogan. Ma anche perché sostituendosi alle mediazioni culturali e politiche dello spazio giuridico-istituzionale, la Tv rende sterile gli organismi regolatori della democrazia: Parlamento, Giustizia, Scuola, Informazione. Genera, in altre parole, un trasferimento di sovranità dal reale al fittizio. E’ in questo trasferimento che l’opinione si sostituisce alla legge e il populismo diventa la ragion pratica della politica.

(Marcello Faletra)

( 23 dicembre 2012 )



Ci sono 1 commenti sulla notizia
Saldan: 03/01/2013 19:29:58
SONETTO SPURIO, IN MORTE DELLE UTOPIE Rispondi a questo messaggio
A voi che qui il tempo è dato di vivere d’un benessere che non dà conforto che è cupo o di voglie indotte corrotto agli occhi di chi là non può che piangere A voi che qui il bene è dato d’esistere "da questa parte" e con il conforto di dirvi assolti ma senza rapporto causa/effetto con chi di questo è morto. A voi non è più dato d’ignorare tutto questo o che non sia manifesto l’odio di chi lo deve sopportare. A voi non è più dato straparlare d’un mondo superiore d’un contesto a voi leggibile o da annientare.