Troppo tardi per la fine del mondo
(seconda parte)
Porcile
La legge che non consente di scegliere i candidati alle elezione è stata definita da destra e da sinistra “una porcata”. La destra l’ha fatta, la “sinistra”, una volta al potere, non l’ha tolta. Questa “porcata”, evidentemente, da quasi un decennio, non ha costituito una ragione sufficiente per essere cancellata. Definire “porcile” la classe politica non è dunque un’espressione estremista o esagerata. E’ una realtà, una constatazione di fatto, che la stessa classe politica ha determinato definendola, appunto, “porcata”. Se loro definiscono una “porcata” la legge che avrebbe dovuto garantire il primo atto della vita democratica, vuol dire che lo scenario attuale non è democratico, e che questi rappresentanti della politica, non sono più una garanzia per la democrazia.
Porcile è anche una tragedia di Pasolini (1965) da cui ha tratto anche un film. Parla di rampolli industriali con anomalie sessuali (che raggiungono l’orgasmo solo con i porci) e di medici nazisti che tra un bicchiere di birra e l’altro chiaccherano di razze, di “bolscevichi ebrei”, di corpi appena gasati portati nelle sale di anatomia universitarie ancora caldi con gli occhi spalancati e luccicanti, di ossa e crani, così come si parlerebbe di oggetti qualsiasi. Insomma, si parla di “abiezione di maiale”. Una vocazione alla perversione del potere quando si crede al di sopra di tutto e di tutti. Per coloro che hanno sperimentato come “destino” i lager nazisti, essere stati trattati a un grado inferiore agli oggetti è stata la “soluzione finale” che si è aggiunta alla loro distruzione reale. Di loro non doveva restare traccia alcuna. Dovevano essere annullati per sempre. Ora, quando Pasolini parla di “genocidio culturale” (Acculturazione e acculturazione) intende esattamente una cosa analoga alla perversione dei nazisti, ma in ambito culturale, antropologico, sociale. E’ l’abiura delle culture locali di fronte all’acculturazione mediatica. Perché il medium televisivo -e oggi potremmo aggiungerne altri - , per la sua natura centralistica, anziché essere stato un prolungamento di queste culture, ha contribuito a svuotarle dei loro riferimenti storici. La Tv – notava Pasolini – “è un medium di massa: essa, infatti, quale fonte di informazione centralistica, è manipolata per ragioni extra-culturali, e la sua diffusione deve tener anticipatamente conto del bassissimo livello medio della cultura dei destinatari, a cui si asserva per asservirli” (Giornalisti, opinioni, TV, 1968). La Tv come medium non è neutrale, perché “una televisione in astratto, come puro problema tecnico” non esiste. In quanto fatto sociale la TV è un fatto politico nella misura in cui essa è uno strumento di censura che promuove “una fonte perpetua di rappresentazioni di esempi di vita e ideologia piccolo-borghese. Cioè di ‘buoni esempi’. Ecco perché la televisione è ripugnante almeno quanto i lager” (La fine dell’avanguardia, 1966).
Come sanno bene gli antropologi in ogni populismo è implicito qualcosa del tribalismo. Nelle tribù vale il divieto sacrale di modificare lo stato delle cose presenti. Saccheggio, deroghe alle leggi, stupro del paesaggio, “infrastrutture” come passaporto al denaro pubblico, parlamentari scelti dai capi partito, privatizzazione selvaggia…Da quasi vent’anni questa è la postpolitica. E’ già una tradizione.
Ma il populismo è anche la contrapposizione del popolo allo stato. La quantità che prevale sulle regole. La massa sulla legge. L’orda sulle minoranze.
Ecco allora la Costituzione diventare un gadget politico come un’altro. Questo disprezzo per la Costituzione non è nuovo.
Nell’Articolo delle lucciole (1975) Pasolini lo faceva risalire all’inizio del “regime democristiano” del dopoguerra: “La continuità tra fascismo fascista e fascismo democristiano è completa e assoluta…La mancata epurazione, la continuità dei codici, la violenza poliziesca, il disprezzo della Costituzione”. L’unità d’Italia dopo il “fascismo fascista” non s’è fatta con la Costituzione – osservava Pasolini. S’è fatta col “trauma del contato tra l’arcaicità pluralistica e il livellamento industriale”. Non con la patria, la famiglia, la chiesa, il risparmio e la moralità, cioè con i valori formali del moralismo cattolico-fascista, ma col consumismo: “Ho visto dunque con i ‘miei sensi’ il comportamento coatto del potere dei consumi ricreare e deformare la coscienza del popolo italiano fino a un’irreversibile degradazione”. Questo “trauma storico” ha fatto si che gli italiani “sono diventati in pochi anni …un popolo degenerato, ridicolo, mostruoso, criminale”.
Dunque il colpo di stato in Italia non s’è fatto tutto in una volta con gli eserciti e i massacri di massa come accadeva contestualmente negli anni Sessanta e Settanta in Grecia, a Cipro e in Cile, ma lentamente, attraverso l’acculturazione mediatica, nella forma apparente di una democrazia che in fondo non è stata mai sentita come una cultura condivisa, una partecipazione collettiva al bene comune, un valore da sorvegliare in ogni momento della vita del paese. Ma i partiti populisti e xenofobi, nati dalla “degenerazione” di un popolo non sono la causa della perdita di legittimità del sistema democratico, piuttosto ne sono l’effetto. La formazione di uno spazio sociale sganciato dalla dialettica fra “culture locali”, come le chiamava Pasolini, e principi costituzionali nati dall’antifascismo, spazio sociale come quello mediatico, ha indebolito la legittimità delle istituzioni democratiche, favorendo la rapida espansione dell’irrazionalismo populista.
Un popolo il cui plusvalore di ignoranza e di indifferenza alla cosa pubblica viene ripagato e infarcito con abbondanti programmi strappalacrime e con il culto del capo che potrebbe, all’occorrenza, salvarlo dalla miseria reale. Un popolo di tal fatta non è più neanche un popolo, ma bestiame la cui cura richiede un “pastore” (Il Presidente) e cani da guardia (giornalisti silenziatori, avvocati dell'indifendibile, finanzieri collusi, uomini dei servizi segreti deviati…) onde evitare fughe o dispersione del gregge, ma soprattutto, intimidire con la sola presenza di questo esercito ben in vista di colletti bianchi pronti a scagliarsi contro chi potrebbe sfuggire al controllo.
Se la politica è un pensiero, allora, a questo punto ci troviamo di fronte a uno degli aspetti più pericolosi di questo pensiero nazional-popolare: la natura arrogante della sua irrazionalità, o “la banalità del male” per dirlo con le parole di Hannah Arendt. E' il fondamentalismo dei centristi, il fanatismo dei moderati che hanno consentito che l'idea di politica venisse trasformata in un puttanaio mediatico, dissuadendo ogni forma di protesta o ribellione di fronte a questo stato di cose.
In questo scenario non ha più senso parlare di potere. Perché venendo meno la resistenza al potere, liquidando ogni spiraglio di dissenso, non è più necessario immaginare due volontà che si contendono il luogo del potere. Venendo meno l’opposizione reale al potere, anche questo si trasforma, non è più tale, ma dominio. E’ quello che in passato è accaduto con le dittature del nazismo e del fascismo.
L'imperativo ecologico è che tutti i rifiuti devono essere riciclati. Ma chi ci libererà di questi rifiuti postpolitici? Chi ci bonificherà della loro malsana presenza? Per questa incallita genia di postpolitici non degradabili come la plastica, occorrerebbe uno smaltimento differenziato di cui ancora non si intravede la forma. Anche gli artisti più trasgressivi, in confronto a loro, sembrano pallide figure di un passato ormai sterilizzato. Questo letamaio di impolitici hanno più faccia tosta. Più aggressività. Più violenza. Più perversione. Danno più spettacolo. Tanto peggio per gli altri. Assistiamo allo sfrangersi di un paese in un mondo senza più illusioni governato da prosseneti dello stupro del bene pubblico. La nostra civiltà nata con le leggende degli eroi termina con l'oscenità irresistibile della sessuopolitica e la mafia che si è fatta stato.
La "politica" di questa genia di canaglie che si sono fatti avvocati del saccheggio del paese è analoga alla funzione anale: assorbe il differenziato e rigetta l'indifferenziato. L'eccesso di presenza televisiva di questi impolitici corrisponde alla debacle degli sfinteri.
Oggi la parola politica si scambia di significato con la parola corruttore, impostore, arrogante, truffatore, mafioso.
Queste parole sono diventate sinonimi fra loro. A partire dal linguaggio vi è un mutuo soccorso fra quello che una volta era separato se non opposto. Non deve meravigliare l’indifferenza del pubblico di fronte a questa nuova “svolta linguistica”. Essa ratifica che la democrazia è passata ad uno stadio disfunzionale. E il linguaggio registra come un sintomo queste metamorfosi. Ce le mostra in tutta la loro paradossalità. Ma allo stesso tempo ci abitua a convivere con questi nuovi significati. Ci abitua alla loro corruzione.
Lo spettacolo dell’abiezione politico-mediatica trascina con sé inevitabilmente anche quello del corpo della Storia. Oggi la storia sembra ripiegarsi su se stessa, e assiste impotente alla manipolazione senza fine del proprio corpus. Diviene un referente perduto, cioè un mito: lo spettacolo della politica che invade ogni angolo della società è quella che esce dalla storia, area di avventura e di sperimentazione senza fine. E’ proprio per ciò che la rinascita insospettata di nuove forme di fascismo soft non fa più paura, proprio perché la storia non è più un referente, non è più un’unità di misura della memoria, è in tale scenario irreferenziale emerge la portata estetizzante dello spettacolo coatto, del fascismo soft che prende piede con la democrazia di emozioni dei reality show.
“La storia? È un mucchio di sciocchezze”, affermava compiaciuto Henry Ford a un giornalista del Chicago Tribune il 25 maggio 1916. I suoi nipotini, oggi, passano dalle parole ai fatti. Il lavaggio del cervello va fatto fin dalla più tenera età. Così come durante il nazismo si insegnava a riconoscere i simboli dell’ebraismo per classificarli come fonte del Male. A partire dall’immagine negativa di un popolo si è poi passato all’atto, all’azione con i lager. Ma, occorre prima che l’altro diventi nella rappresentazione popolare un pericolo, un nemico da distruggere. Questa è la “modernizzazione” che ci stanno rifilando. Ciò che rende oscena l’attuale classe politica non è il fatto che vi sia “troppo stato”, ma che lo stato è di troppo. Una classe di impolitici che legittima a tutto campo l’infamia con aggressioni contro la magistratura, l’odio contro la classe insegnante, contro i lavoratori, contro gli immigrati, mentre dispensa elogi alla classe imprenditoriale, questa intoccabile e insindacabile immacolata concezione della nostra telecrazia. Una classe di impolitici che rappresenta gli interessi degli industriali e delle holding finanziarie e che è riuscita a farsi votare da un popolo ridotto alla miseria economica, civile e culturale.
Questa è la “modernità” che stanno cucinando “in nome del popolo italiano”
Una volta l'apocalissi si originava dal peccato, oggi dall'imbecillità collettiva, dall'assenza di ribellione, da un esercito di leccaculo nella politica, nell'arte, nella "cultura" con le virgolette,
Una volta il crimine si cercava di commetterlo senza farsi scoprire. Come un incubo la prova incombeva sul criminale. Oggi si fanno leggi per rendere le prove inesistenti. Forse in un futuro non molto lontano il crimine, come opposto della legalità, non esisterà più, perchè tutta la società sarà diventata criminale. E se alla luce degli scandali dei politici e delle lobby affaristiche che li sostengono lo spiraglio di una rivolta sociale è lontana di fronte a questa opera di distruzione, vorrà dire che è riuscita nel suo intento. L’indifferenza è feroce. Nella sua inerzia civile rappresenta il partito più attivo. Essere riusciti ad ottenere il silenzio delle masse è la vittoria più grande del totalitarismo mediatico. Perché, di fatto, è l’indifferenza che consente le adesioni massicce ai regimi d’ogni specie. Se ne conoscono bene le conseguenze. Questi ultimi anni sono stati campioni di tranquilla incoscienza. Campioni della storia truccata. Delle piazze spesso disertate di fronte allo stupro della democrazia. Disinteresse, distrazione, ottenute attraverso strategie di consenso e di silenzio. Come aveva capito bene Pasolini la Tv come un cavallo di Troia ha preso in ostaggio le coscienze e le ha sterminate, ridotte al silenzio. Li ha costrette alla prova dell’umiliazione forzata davanti all’idiozia dei talk show, col consenso delle masse stesse.
Forse siamo figure postume di un racconto di Kafka dove il Messia non verrà che quando non sarà più necessario, non il giorno del Giudizio, ma il giorno dopo. Non è la “fine della storia” o "la fine del mondo". Coloro che non vedono l’ora di vedere la storia finita dovrebbero preoccuparsi dello spettro della preistoria che li anima. E’ la preistoria di un’esistenza ridotta a mera biologia e alla tribù di appartenenza. Decisamente non è un bel paesaggio. Ma è così. In mancanza d’altro – protesta, ribellione, rivolta senza sosta di fronte al furto della democrazia e alla miseria civile - bisogna sperare che l’assurdo faccia il suo effetto fino in fondo. Albert Camus ricorda la storia di un pazzo che pescava in una vasca da bagno. Quando un medico psichiatra gli domandò “se abboccava all’amo”, il pazzo gli rispose: “Ma no imbecille! Se è una vasca da bagno!”. Il “pazzo” era consapevole che quel che faceva era assurdo. Di fronte a questa scelta volontaria la logica dello “psichiatra” si trasforma a sua volta in assurdità. L’eccesso di logica si rovescia nel suo contrario. Il lusso di pescare inutilmente in una vasca da bagno equivale al tempo dedicato passivamente e deliberatamente davanti allo schermo, pur sapendo che non se ne ricava nulla. Di fronte al “genocidio culturale” (Pasolini) le piazze sono vuote e tutti pescano lucidamente nelle vasche da bagno dello schermo.
C’è una violenza dell’azione. Ma c’è anche una violenza dell’inerzia.
Non è la fine del mondo, ma l'illusione della fine, poichè già il primo uomo “civilizzato” portava con sé la sua fine. L'assassinio del proprio simile, s'inscrive nello sfondo mitologico che sta alla base delle civiltà. La fine del mondo accade ogni secondo quando un uomo opprime il proprio simile o un popolo un altro, come da anni sta accadendo in Palestina.
Ribellarsi dunque non è soltanto giusto, è necessario per uscire dall’imbecillità della fine del mondo.