Così l’antimafia si fa del male
ATTILIO BOLZONI
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È tanta la voglia di antimafia in quest’Italia che si prepara a votare. Ma è la solita antimafia divisa e rissosa. Un’antimafia che si scanna dentro, che si sfida solo per farsi male. Non inizia bene questa campagna elettorale che si sta combattendo in nome di un’eredità – contesa in esclusiva – di Falcone e Borsellino. Colpi bassi e risentimenti. Chi ha cominciato o chi ha continuato con le insolenze e con gli oltraggi non importa, conta invece l’immagine che quell’antimafia sta offrendo di sé. Spaccata e superba. Così non andrà lontano. Neanche se quegli uomini che la rappresentano siederanno in Parlamento, neanche se qualcuno di loro diventerà ministro o raccoglierà un paio di milioni di voti. L’antimafia che è privilegio solo di alcuni è destinata a naufragare.
La bagarre — inevitabilmente — si è scatenata con i protagonisti scesi nell’arena. Da una parte Pietro Grasso, in lista con il Pd dopo quarantatré anni in magistratura, da pretore fino alla più alta carica della giustizia contro il crimine organizzato. E dall’altra Antonio Ingroia, candidato premier della «Rivoluzione civile», procuratore aggiunto a Palermo, il pm dell’affaire Dell’Utri e soprattutto dell’inchiesta sulla trattativa Stato-mafia. Erano nemici già dieci anni fa giù in Sicilia, si sono ritrovati nemici a Roma alla vigilia di una competizione elettorale dove, uno contro l’altro armato, portano avanti due filosofie giudiziarie, due «mondi» del tutto diversi d’intendere la lotta alla mafia. Sembra il replay di uno spettacolo già visto. Ieri alla procura di Palermo, oggi nella corsa per arrivare al governo del paese.
Quello che sta accadendo in queste ultime ore con le violenze verbali, gli insulti, le delegittimazioni reciproche — «la mia antimafia è meglio della tua», questo è il senso di ogni annuncio — con velenose allusioni e dichiarazioni a recenti e passati atti d’indagine, rivelano non solo la frammentazione di uno schieramento ma anche le paure che ci sono dietro. Tutti vogliono portare su l’antimafia — e meno male, dopo tanti silenzi, dopo tante indifferenze — ma solo un’antimafia a denominazione d’origine controllata. Che è sempre quella propria e non quella degli altri. Una brutta lezione. Soprattutto quando a ogni passo si cita Giovanni Falcone o Paolo Borsellino.
Le due candidature eccellenti hanno creato una crepa fra il Pd e quei movimenti che si collocano alla sua sinistra o comunque a debita distanza («E’ stato un segnale ambiguo quello di Bersani di candidare Grasso, il procuratore antimafia voleva dare un premio per la legalità al governo Berlusconi»; «Grasso è stato scelto da Berlusconi in virtù di una legge con cui venne escluso Caselli, colpevole di aver fatto processi sui rapporti fra mafia-politica», sono le imputazioni dell’ex procuratore palermitano), che sembra ineliminabile. Candidature, l’una e l’altra, che sono come un sigillo a questa disgregazione delle «antimafie».
E’ una strada probabilmente senza ritorno. Anche perché in tanti, troppi, stanno soffiando sul fuoco fin da ora. Uno, come sempre, è Emanuele Macaluso, uno dei dirigenti storici del vecchio Partito comunista siciliano che qualche giorno fa accusava Ingroia di lanciare accuse «sovversive» contro la Corte Costituzionale per la vicenda del presidente Napolitano intercettato e ora l’accusa «di aver usato le inchieste per lanciarsi in politica». Un altro è l’ex presidente della Camera Luciano Violante, che condivide la scelta di Grasso di presentarsi ma non giustifica quella di Ingroia che «ha ceduto al protagonismo ». Uno buono e l’altro cattivo. Uno va bene e l’altro no. Partigianerie e faziosità che non porteranno mai a intese.
Per capire meglio questa battaglia sull’antimafia che si appresta a entrare in Parlamento bisogna raccontare anche quello che è accaduto negli ultimi giorni a Franco La Torre, il figlio di Pio, il deputato comunista — l’uomo politico italiano al quale dobbiamo la nostra legge antimafia, un modello in tutto il mondo — che fu ucciso 30 anni fa a Palermo. La Torre, presidente di Flare, il network europeo contro il crimine organizzato, due venerdì fa — il 14 dicembre — è stato proposto dalle associazioni antimafia come candidato a Bersani per la sua storia personale e per ciò che rappresenta il suo nome. Poi, due settimane di silenzio totale. Nessuno gli ha mai risposto. Neanche un rifiuto. Solo ieri mattina Franco La Torre è stato contattato da un amico che gli comunicava la disponibilità dei dirigenti del Pd per un incontro. Da qualche ora, però, era già ufficiale che lui aveva scelto di stare al fianco di Ingroia. Un’offerta di candidatura fuori tempo massimo. Un altro esempio di come, in questa campagna elettorale, l’antimafia sia diventata un’arma impropria.
(Pubblicato il 30 dicembre 2012 in Jack’s Blog)