Mafia, antimafia e zone limitrofe
Una parte dei siciliani - diciamo un terzo - e' decisamente contro la mafia e approfitta di ogni occasione per schierarsi e contarsi. Un'altra parte, il 15-20 per cento, la accetta e ne condivide non i valori (la mitica e tutto sommato folkloristica "cultura mafiosa") ma gli interessi, dal commerciante protetto all'imprenditore colluso. Il resto e' palude, che si schiera di qua o di la' a seconda dei momenti e delle emozioni.
Il potere mafioso, come ogni dittatura, non opprime tutti: a una parte della societa' - quella che Mario Mineo definiva "borghesia mafiosa" - toglie dignita' e cultura, ma concede privilegi sostanziali (per esempio l'abolizione della concorrenza) in una sorta di sanguinoso protezionismo.
Non e' vero che i commercianti di Palermo siano costretti a pagare il pizzo: la maggior parte lo paga come si paga una tassa sgradevole ma utile, avendone in cambio dei benefici. A Catania-periferia accadono molte piu' rapine che in ogni altra citta' d'Europa, ma a Catania-centro (cioe' presso la borghesia mafiosa) le rapine sono rare, essendovi – a pagamento - punite con la pena di morte.
Ecco: non c'e' una Catania, una Palermo, una Sicilia: ce ne sono due. Una sotto dittatura, una ligia al regime. Delle due, sociologicamente, la prima e' composta da lavoratori dipendenti e ceti medi, la seconda da imprenditori, percettori di reddito e ceto "politico" professionale. In piu', poiche' qui non esiste ne' economia ne' mercato, tutte le risorse economiche - piccole e grandi - sono "politiche", cioe' distribuite dal potere. Producono, nello stesso momento, violenza e consenso. Danno luogo a un regime articolato ma monolitico, in cui la diversita' delle funzioni (manganellare gli oppositori o celebrare i valori della famiglia) non esclude una totale omogeneita'. Piu' o meno la situazione del '36. Non si puo' essere antimafiosi "moderati", esattamente come non si poteva essere antifascisti a meta'.
In questa situazione, l'antimafia "normale" funziona ancora o serve ormai solo a consolare? Le cerimonie, le celebrazioni, fanno ancora danno al potere mafioso? Che cosa possiamo fare di piu' concreto? Ci sono tre direzioni precise in cui possiamo impegnarci, tenendo conto che, con un governo di centrosinistra, non siamo formalmente privi di interlocutori.
La prima e' la vecchia e utilissima idea dell'utilizzo popolare dei beni mafiosi confiscati. Un giudice che si occupa del caso Tanzi, il pubblico ministero Francesco Greco, ha detto qualche mese fa che le somme confiscate ai ladroni potrebbero essere reinvestite e gestite, piu' o meno come s'e' fatto con le proprieta' di Riina. Al Senato c'e' un disegno di legge, ispirato dall'ex sindaco di Corleone Cipriani, che prevede esattamente questo. Allo stato, non e' fra le priorita' del centrosinistra. Ma potrebbe essere imposto dal basso, se ne facesse carico un movimento forte e screanzato.
In secondo luogo, bisogna mettere al centro dell'antimafia (e in correlazione col punto precedente) la lotta contro la precarizzazione della Sicilia, dei giovani siciliani. In Sicilia, piu' che nelle altre regioni (e probabilmente anche prima) il concetto di lavoro dipendente e' sparito dal panorama sociale, sostituito dall'occupazione momentanea "u travagghiu" senza diritti. Il lavoro precario rafforza dappertutto le tendenze autoritarie e pre-keynesiane: in Sicilia, dove l'autoritarismo e' istituzionale e si chiama mafia, rende di fatto impossibile qualunque alternativa politica, per eccesso di clientelismo e di disgregazione. Mai il centrosinistra o qualunque altra politica civile riuscira' a ottenere la maggioranza in un paese in cui le famiglie e i giovani dipendono dal benvolere di questo o quel politico per un anno e un altr'anno e un anno ancora di sopravvivenza materiale.
Infine, bisogna individuare senza illusioni i settori mafiosi di massa e intervenire adeguatamente. Pagare il pizzo deve diventare un reato grave, che porta al sequestro dell'esercizio (e al suo riutilizzo per fini sociali). Paesi a prevalenza mafiosa come Cinisi non devono continuare a godere dell'uguaglianza di diritti col resto del paese ma debbono essere sottoposti, per il periodo necessario, a regime particolare. I politici condannati debbono rifondere i danni civili, per
lesione d'immagine, a tutti i singoli iscritti ai rispettivi partiti che ne facciano richiesta
L'antimafia, insomma, dovrebbe diventare meno simpatica e piu' concreta. Incidere sulla societa', anche con "prepotenza", perche' la societa' -la nostra societa' - si sta sfaldando. Non si possono fare
dibattiti coi delinquenti di Scampia o con Dell'Utri. Ne' con chi li rappresenta o gli e' vicino. Qui, semplicemente, o noi distruggiamo - socialmente - loro, o loro distruggono - socialmente e a volte anche fisicamente - noi. Da questo punto di vista, non solo e' debole la politica del centrosinistra in Sicilia ma lo e' anche, da dopo la campagna elettorale, quella dell'antimafia organizzata.
Speriamo che i nuovi fermenti sappiano muoversi senza compromessi e in fretta e senza lasciarsi risucchiare dalla palude.
Riccardo Orioles
Nota: Questo articolo è stato pubblicato nel 2007 sulla “Catena di San Libero”, una sorta di blog creato da Riccardo Orioles. Non ha ancora perso la sua attualità.