L’antimafia digiuna
Tra le tante antimafie, fresca di giornata, ne è spuntata una del tutto inedita: l’antimafia digiuna. Il centro è sempre quello, Cinisi, vero cuore palpitante e generatore di tutte le antimafie: qui è nata “l’antimafia difficile”, termine con il quale, nell’anniversario del 1988, è stata indicata la difficoltà di poter lavorare serenamente in un terreno inquinato dalle mafie. Qui si sono realizzate grandi forme di antimafia istituzionale, che hanno avuto il loro momento più alto, allorchè, il 7 dicembre 2000 la Commissione Antimafia si recò a Cinisi per consegnare a Felicia Impastato le risultanze del lavoro svolto, con il quale si attestava ufficialmente che, nel caso di Peppino c’era stato un chiaro depistaggio delle indagini: in quell’occasione Il presidente Beppe Lumia chiese ufficialmente scusa a Felicia per quello che aveva patito a causa dell’operato deviato di alcune parti dello stato. Va detto comunque che questo tipo di antimafia ha avuto il suo battesimo di fuoco allorchè, dopo la morte di Dalla Chiesa, ai funerali vennero fischiati tutti gli uomini di governo accorsi. Qui è nata, nel 2002, l’antimafia sociale, termine con il quale si indicano gli interventi militanti nei vari settori della società falcidiati dalla mafia Qualche anno fa è spuntata l’antimafia al buio, allorchè qualcuno, non è stato mai chiarito chi, staccò la luce, chiuse le porte di casa Badalamenti, che davano accesso al contatore e costrinse gli intervenuti ad organizzare, a lume di candela, una riunione, trasformatasi in seduta spiritica nel corso della quale venne evocata l’anima di don Tano. Sempre in questa casa è nata l’antimafia dei bivacchi, quando alcuni partecipanti ai Forum sono stati visti bere bottiglie d’acqua, e, ohimè, qualche birretta, o consumare un pasto nella sacra casa del boss. Non l’avessero mai fatto: si è gridato allo scandalo: era stata violata la sacralità della casa di don Tano, che, finita nelle mani di quattro porci, “era diventata una taverna”. Proprio da questo fatto nasce, recentissima, l’antimafia digiuna: il 25 aprile un gruppo di ragazzi, facenti parte dell’associazione Zahara, si reca in un terreno confiscato al solito don Tano, in contrada “Piano di Napoli”, dove mesi prima avevano organizzato, a loro spese, un apprezzatissimo presepe vivente. L’intenzione è quella di pulire il sito, dove, una volta dismesso il presepe, nessuno è più tornato. Tra di essi c’è anche un ragazzo, da poco nominato assessore a Cinisi. Alla fine dei lavori i ragazzi decidono di fare una grigliata. E qui, apriti cielo! Il presidente del consiglio, prima alleato, adesso fiero oppositore del sindaco, repentinamente avvisato dalle malelingue, rimprovera acerbamente il neoassessore, perché si è permesso di “violare”, “sporcare” un posto del quale bisognerebbe avere rispetto, trattandosi ormai di proprietà comunale. Cos’è questo mangiare e bere nella terra, una volta appartenuta a don Tano? Vergogna!!! Anzi, per dimostrare di essere nel giusto, questo presidente chiede, a un noto esponente dell’antimafia cinisense, di associarsi alla condanna nei confronti dei “mangiatori”: costui si associa subito, dichiarando: “E’ un fatto gravissimo”. Proprio così: si può controllare su Blog Sicilia, che intitola il suo articolo: “Cinisi: bufera sul neoassessore”, come se la pretestuosa lamentela di un presidente del consiglio bastasse a provocare una tempesta. E così viene sancito un principio: nelle terre e negli immobili confiscati alla mafia non si mangia. Indubbiamente si tratta di gente che non conosce bene le tradizioni del Mediterraneo, secondo le quali il banchetto è qualcosa di sacro, dove si immola il sacrificio dedicato agli dei, sia esso agnello o vitello, il quale dopo viene cucinato e mangiato, realizzando “l’entusiasmo”, che letteralmente vuol dire “entrata del dio nell’animo”: è quella che, anche nel mondo ebraico cristiano viene definita “agape”, cioè banchetto in altri termini la “comunione”, l’essere in “comune” col dio: l’agnello perciò è “agnello di dio”, in quanto simbolo stesso di dio e di suo figlio, che si è immolato per gli uomini. E quindi l’uomo si ciba di dio, lo mette dentro di sé per introiettarne la potenza, per sentirsi egli stesso “a immagine e somiglianza” del dio. Nella stessa misura con cui (vedi “Totem e tabù” di Freud) i figli delle famiglie primordiali uccidevano il padre per mangiarne le carni e sostituirsi a lui nell’amore verso la madre. E quindi il mangiare è comunicare, condividere il pasto nella sua essenza divina. Altro che “profanazione”! Soprattutto mangiare, dopo essersi rotti la schiena per pulire: il mangiare è l’essenza della vita, la meritata ricompensa: mangiare sulle terre confiscate alla mafia è ancor più piacevole, in quanto si sbafa alla faccia del mafioso e, quando si mangia il “crasto arrustutu”, si introietta, per una complessa inversione delle parti, non tanto il dio, ma il mafioso stesso, per ridurlo, in ultimo momento, a quello che è, cioè, per usare una parola di Peppino, a un “un pezzo di merda”, (in sigla Telejato, un PdM). Ma forse il punto è proprio qua: alcuni non si sono del tutto liberati dal retaggio secolare di sottili forme di mafiosità che hanno dentro: vedere ragazzacci che mancano di rispetto ai luoghi, e quindi alla memoria di persone che tanto significato per il paese, crea un sentimento di ostilità, perché il mafioso è ancora lì, ci guarda, ci sente, si irrita se c’è gente che non si accorge della sua presenza. Un consiglio? I bravi benpensanti, perbenisti, giudici eletti, uomini politici (si fa per dire!) che vivono a Cinisi, sono pregati di smetterla di colpevolizzare con queste “minchiate” i loro giovani, che pensano a pulire, a mangiare e a defecare, come tutti gli individui di questo mondo, loro compresi (i quali, comunque, non si sporcano le mani per raccogliere rifiuti), e di occuparsi di cose ben più serie, come la gestione del territorio e delle sue risorse, soprattutto dell’acqua, la raccolta differenziata dei rifiuti, la lotta contro l’abusivismo edilizio, e quant’altro fa parte di una corretta amministrazione. (S.V.)
Nota: nell’immagine di titolo una foto del presepe vivente (Cinisi 2013)