Agnese Borsellino ci ha lasciati. Anche lei merita un posto d’onore tra le donne siciliane che hanno voluto giustizia e l’hanno chiesta con tutte le loro forze, come fece Felicia Impastato. L’Associazione Culturale Peppino Impastato esprime solidarietà e vicinanza al lutto della famiglia. Nel ricordo di questa grande donna, riproponiamo una nota da noi spedita a un gruppo di solidarietà per Agnese, nato su Facebook qualche anno fa, in risposta alle ingiuriose frasi pronunciate dal generale Subranni nei confronti della vedova, poi pubblicata anche da Antimafia 2000. Questa nota, assieme a molte altre, farà parte di un libro di imminente pubblicazione.
IL GENERALE E LA VEDOVA
“Subranni è “punciutu” “Ha il morbo di Alzhaimer” : botta e risposta tra Agnese Borsellino e il Generale Subranni. Nasce un gruppo di solidarietà su Facebook
Interrogato dai giudici di Caltanissetta, il generale Subranni, richiamando una frase di Agnese Borsellino, detta e verbalizzata nel 2010, ma chissà perché venuta fuori solo adesso, ha detto che la vedova del magistrato ucciso forse non ricorda bene a causa del morbo dell’Alzhaimer che l’avrebbe colpito. Agnese aveva, in quel verbale richiamato qualcosa di terribile che Paolo gli aveva confessato il giorno prima di essere ucciso, ovvero che era stato “tradito” da uno dei suoi migliori collaboratori. Pare di capire che costui era Subranni, il quale, secondo quel che Paolo Borsellino avrebbe riferito alla moglie, “era punciutu”. La “puncitina” è l’atto di affiliazione alla mafia : si punge un dito con un ago, si fa scorrere una goccia di sangue su un santino, si brucia il santino tra le mani e, nel frattempo si pronuncia il giuramento. Subranni “punciutu” è un’accusa, al momento attuale, per quel che ne sappiamo, indimostrata, ma infamante. Tutto questo non può tuttavia consentire all’illustre generale di offendere chi riferisce una testimonianza. L’atto ha fatto subito nascere su Facebook un gruppo di solidarietà ad Agnese Borsellino, che nel giro di qualche giorno ha raggiunto numeri impressionanti e continui messaggi di vicinanza alla vedova del magistrato ucciso. Tra questi anche quello dell’Associazione Peppino Impastato, composta dai compagni di Peppino, che ricordano ancora bene l’operato di Subranni: il 9 maggio 1978 era comandante del Reparto operativo del gruppo Carabinieri di Palermo e venne da Palermo, in cerca di gloria, dando ai carabinieri di Cinisi indicazioni ben precise: la rotaia divelta e i resti del corpo di Peppino Impastato erano la conseguenza di un tentativo di attentato terroristico fallito. In Sicilia non c’erano mai stati terroristi: l’unico terrorismo possibile era quello mafioso, che aveva il perfetto controllo del territorio e dei traffici d’armi che passavano per la zona. Ma Subranni ci provò, così come due anni prima ci aveva provato il tenente, poi colonnello Russo, per l’uccisione di due carabinieri nella casermetta di Alcamo Marina: in quella occasione vennero fatte perquisizioni, anche nella casa di Peppino Impastato, alla ricerca di possibili terroristi in possesso di armi. E anche allora, dopo la morte di Peppino, vennero fatte perquisizioni, senza successo, nelle case dei suoi compagni, alla ricerca di un complice dell’attentatore, essendo del tutto improbabile che Peppino potesse essere saltato in aria da solo, senza che nessuno sistemasse il detonatore e innescasse la miccia che, dall’auto di Peppino avrebbe dovuto portare la scintilla al luogo dell’esplosivo. In questa sorta di frenesia i carabinieri vennero anche a perquisire la radio, naturalmente senza mandato di perquisizione e aprendo con una chiave che asserirono essere quella dell’Impastato, come se in quella chiave ci fosse scritto il nome: dalla perquisizione venne portato via un rotolo di cavo telefonico che un compagno aveva lasciato lì e che serviva per attaccare i fili dell’altoparlante alla batteria, quando si facevano i comizi. Volevano far credere che quello era il filo mancante. Ma il filo non era abbastanza lungo. Perquisendo la casa di Peppino, l’allora carabiniere ausiliario in forza alla caserma di Partinico, Carmelo Canale, poi al seguito di Paolo Borsellino e successivamente indagato per mafia, (cognato del maresciallo dei carabinieri della caserma di Terrasini, Antonio Lombardo, protagonista di uno strano suicidio), trovò una lettera scritta nervosamente, che iniziava: “sono ormai nove mesi, tanti quanti ne occorrono per un normale parto, che medito sulla necessità di abbandonare la politica e la vita…è cominciata a febbraio….”. Quella lettera era datata, era stata scritta a novembre 1977, ma i carabinieri e il magistrato non esitarono ad usarla come prova del suicidio di Peppino. Nel giro di qualche giorno, vista la difficoltà di sostenere l’ipotesi dell’attentato, si passò infatti a quella del suicidio. Di quella lettera, di cui nessuno sapeva niente, vennero fatti pubblicare alcuni passaggi sul Giornale di Sicilia, con la nota che tali frasi “erano state ricostruite con l’aiuto dei compagni di Impastato”. Sul giornale “Cronaca Vera” comparve un articolo dal titolo “E’ saltato in aria da solo, corredato dalla foto scattata a Peppino al momento del servizio militare, e quindi negli archivi dell’esercito e con un’altra foto scattata dai carabinieri subito dopo il ritrovamento dei resti. Quando, considerato che dai carabinieri non potevamo avere giustizia, ci mettemmo a cercare tracce, assieme ai brandelli del corpo di Peppino, lasciati all’aria e in pasto agli uccelli, e trovammo le macchie di sangue in un casolare che era lì, ma che nessuno aveva notato, l’indomani trovammo, sempre sul Giornale di Sicilia, l’affermazione che “per i carabinieri trattasi di sangue mestruale”. Malgrado i manifesti, malgrado la grande folla al funerale, malgrado le manifestazioni in tutta Italia, malgrado l’elezione, in memoria, di Peppino Impastato al consiglio comunale di Cinisi, in cui era candidato, ancora il tenente Subranni, in un suo verbale del 30 maggio, cioè 20 giorni dopo, sosteneva ancora la tesi dell’attentato terroristico e quando, interrogato da Rocco Chinnici fu costretto ad ammettere di avere sbagliato, si giustificò dicendo di avere avuto informazioni sbagliate dai carabinieri di Cinisi. Significativa anche una improvvisa presenza del capitano D’Aleo, della caserma di Monreale, poi anche lui vittima di mafia, che di colpo scomparve dall’indagine: forse che non condivideva i metodi di Subranni. Ma, a concludere questa allucinante vicenda, va anche considerato il ruolo del magistrato che condusse le indagini, il giudice Domenico Signorino, che sarà anche PM al maxiprocesso e che morirà suicida nel novembre 1992, si disse per debiti di gioco: il pentito Gaspare Mutolo, guarda un po’, quello che Paolo Borsellino interrogherà, nel suo viaggio a Roma il 17-07-1992 e che avrebbe dovuto reinterrogare, (aggiungiamo che, in una telefonata la mattina del 19 il procuratore Pietro Giammanco, quello che aveva fatto le scarpe a Falcone, lo aveva sollevato da questo interrogatorio, affidandolo, chissà perchè, al giudice Aliquò), in una delle sue dichiarazioni descrive perfettamente la casa del giudice Signorino e l’ubicazione delle varie stanze. A noi è andata bene perché, su sollecitazione del Procuratore capo Gaetano Costa, Signorino si convinse di avere sbagliato tutto e, nove mesi dopo formalizzò l’istruttoria come “omicidio ad opera d’ignoti”: il caso venne preso in mano da Rocco Chinnici e, dopo la sua morte, da Antonino Caponnetto, che arrivò, in quel momento alla conclusione che Peppino era stato ucciso dalla mafia di Cinisi, ma che non c’erano sufficienti prove per incriminare qualcuno. Durante il processo vennero fuori interessanti dichiarazioni di pentiti, come Francesco di Carlo :“La stazione dei carabinieri di Cinisi non li disturbava ai mafiosi, facevano finta di niente perché ci avevano fatto parlare il colonnello Russo. Al colonnello Russo ci avevano fatto parlare i Salvo e Tanino Badalamenti e si comportavano bene”, o quella di Francesco Onorato “era risaputo che il Badalamenti avesse nelle mani i carabinieri del territorio di sua pertinenza”. Tutto questo ci dà il termometro della situazione. Pertanto, l’affermazione che Subranni fosse “punciutu” stupisce, perché sappiamo di esponenti delle forze dell’ordine collusi o implicati in accuse di concorso in associazione mafiosa, ma non di “punciuti”, cioè di affiliati, sarebbe la prima volta, tuttavia la cosa si inserisce perfettamente in quel quadro di torbide vicende sui rapporti tra le forze dell’ordine, i politici, i magistrati e i mafiosi, che caratterizza la fine degli anni 70 e che dura sino ad oggi. Subranni continuerà la sua irresistibile carriera sino a diventare generale dei ROS, cioè uno degli uomini più potenti d’Italia. Mori, Obinu, Canale, Contrada, Russo restano nomi sui quali si addensano ombre inquiete. A dirci che nulla è cambiato, troviamo che il figlio di Subranni, Ennio, è attualmente membro del ROC, il Reclutamento operativo centrale dei nostri servizi segreti, mentre la figlia Danila è stata la principale portavoce di Angelino Alfano, all’epoca in cui era ministro della Giustizia e il padre era accusato di favoreggiamento della latitanza di Bernardo Provenzano.
Tutto ciò senza nulla togliere alla correttezza dell’operato delle attuali forze dell’ordine, e nel rispetto che merita la loro più grande vittima, il generale Dalla Chiesa
( Salvo Vitale)