Ivan Vadori dà “voce” a Peppino Impastato
(Cosima Ticali)
Il regista e giornalista friulano, Ivan Vadori, ha fatto tappa a Bagheria (Pa) per presentare il lungometraggio dedicato alla figura dell'attivista siciliano.
La sua strada sembrava ben delineata. Sarebbe diventato un ingegnere, un ingegnere elettronico che probabilmente avrebbe trovato impiego a pochi chilometri da casa: San Vito al Tagliamento, Udine, Pordenone. Poi, arriva l'incontro che cambia le carte in tavola. La partita che sembrava ormai finita e definita è tutta da rigiocare. Nuove carte, nuova mano. Si ricomincia da quell'incontro che ha cambiato e allargato la propria visione di gioco.
È questa la storia di Ivan Vadori, giornalista originario del Friuli Venezia Giulia, regista de "La voce di Impastato", lungometraggio dedicato alla figura di Peppino Impastato, giornalista, attivista, poeta siciliano, ucciso nel '78 dalla mafia.
Abbiamo incontrato Ivan Vadori alla presentazione bagherese del suo lungometraggio ospitata al Cinema Excelsior lo scorso 23 e 24 ottobre.
Come e quando nasce l'idea di realizzare un lungometraggio dedicato alla figura di Peppino Impastato?
«Era il 2006, mi stavo laureando in Ingegneria elettronica, quando sono venuto in Sicilia per un campo scout. Sono venuto giù con tutti i pregiudizi che abbiamo noi del nord sulla gente del sud: ti ammazzano, ti uccidono, ti sciolgono nell'acido. Ho fatto il campo scout e ho pensato che non appena arrivato a Messina avrei potuto prendere un treno per Palermo per portare dei fiori a Falcone, Borsellino, a Peppino Impastato. Io sono dell'81, quindi Peppino Impastato non potevo conoscerlo. L'ho conosciuto non con il film "I cento passi", ma con un'opera teatrale in cui uno dei personaggi recitava un monologo che parlava di Aldo Moro e Peppino Impastato. Aldo Moro lo avevo studiato a scuola, Peppino Impastato ho cominciato a conoscerlo prima con quest'opera, poi con una trasmissione sulla Rai, infine con il film "I cento passi". L'ho conosciuto e me ne sono innamorato. E cosi ho deciso di andare a Cinisi per portare dei fiori sulla sua tomba. Lì, conosco il fratello, Giovanni. Trascorriamo due giorni insieme e diventiamo amici. Torno in Friuli Venezia Giulia e piango, piango perché mi manca la Sicilia. E mi indigno. Mi indigno e decido di mollare tutto. Mollo gli studi di ingegneria perché voglio fare il giornalista proprio come Peppino Impastato. Comincia cosi la mia carriera nel mondo del giornalismo con la mia prima inchiesta sulle bombe nucleari ad Aviano, perché Peppino Impastato possiamo farlo anche al nord. Poi arriva l'esperienza al "Fatto quotidiano" e la tesi di laurea in Scienze e tecnologie multimediali. Erano i mesi del disastro di Fukushima, un mio amico era andato a fare le foto nel 2011 e mi dice "guarda che là hanno comunicato con la radio". La radio, il mezzo di comunicazione prediletto da Peppino Impastato. Mi chiedo che fine abbia fatto tutto il suo archivio. Contatto il fratello Giovanni Impastato e il giornalista di "Repubblica" Salvo Palazzolo: mi dicono che buona parte è stato preso dalla procura. Faccio le mie indagini, raccolgo tanto materiale. Il caso vuole, poi, che una settimana prima della laurea venga riaperto il processo di Alcamo Marina, l'uccisione di quei due carabinieri avvenuta nel '76, su cui lo stesso Peppino Impastato aveva deciso di indagare. Arriva la laurea, avevo già avuto qualche esperienza cinematografica e mi dico: "cosa ne faccio di tutto questo interessantissimo materiale? Ne faccio un lungometraggio su Peppino Impastato", mi rispondo. E cosi comincio a muovermi per portare alla luce il lungometraggio».
Quali sono stati le maggiori difficoltà incontrate per la realizzazione di questo lungometraggio?
«Il problema per tutti i freelance indipendenti sono ovviamente i soldi. Chi ti finanzia un lungometraggio su Peppino Impastato? Ho chiesto alla regione Friuli Venezia Giulia alla quale della figura di Peppino Impastato importa poco o niente. Pensiamo che ancora adesso il personaggio di Peppino Impastato risulta scomodo per la Sicilia, figuriamoci per la regione del Friuli Venezia Giulia. Sono andato a Roma per chiedere i finanziamenti al Ministero, dove mi è stato risposto che potevano darmi una mano solo se avessi avuto alle spalle una casa di produzione di almeno 40 mila euro. Una cosa ridicola visto che se io ho i soldi non chiedo soldi. Allora che faccio? Mi dico: Peppino Impastato era un creativo, devo esserlo anch'io. Mi affido cosi al crowdfunding, metodo americano per cui attraverso il web le persone interessate al mio progetto possono sostenerlo e finanziarlo. Inizio cosi a girare l'Italia da una parte per realizzare il lungometraggio, dall'altra per produrlo. Due viaggi paralleli che hanno portato a incontrare e intervistare il procuratore Caselli, Don Ciotti, Carlo Lucarelli, Giovanni Impastato...15 ore di interviste concentrate in 70 minuti di film, un concentrato di ricordi, testimonianze, pensieri, sensazioni, presentato per la prima volta al pubblico lo scorso 29 agosto a Cinisi, nel paese di Peppino Impastato, allo Z11, bene confiscato alla mafia; quella mafia, quegli uomini della mafia che nel maggio del '78 hanno ucciso Peppino Impastato».
Perché un giornalista e regista del nord si è interessato a un giornalista, poeta, attivista del sud?
«Il fatto che un friulano, nato in Friuli Venezia Giulia, che abita in Friuli Venezia Giulia, che vive sempre in Friuli Venezia Giulia, faccia cosi rumore perché si occupa di un siciliano, nato in Sicilia, che ha abitato e vissuto in Sicilia, mi fa un po' sorridere. Peppino Impastato è un patrimonio nazionale, non è né del nord né del sud. Se Peppino Impastato fosse nato a Milano, avrebbe fatto le stesse identiche cose che ha fatto in Sicilia. Lui ha capito cos'era la mafia, la mafia ce l'aveva in casa, ha dedicato metà della sua vita a battersi contro la mafia. Lo ha fatto lavorando di squadra, unendo le persone; una cosa che purtroppo l'antimafia oggi non fa».
Il titolo del lungometraggio è "La voce di Impastato", nel corso di questi 70 minuti però non si ascolta mai la voce originale di Peppino Impastato. Come mai questa scelta?
«È possibile trovare in rete l'audio originale della voce di Peppino Impastato. Basta cercare su Youtube, Onda Pazza . Nel lungometraggio ho scelto appositamente di non inserirla perché, secondo me, "La voce di Impastato" sono le persone che hanno portato, portano e porteranno avanti il messaggio di Peppino Impastato nella vita di tutti i giorni».
Essere giornalista quanto ti ha aiutato nella realizzazione di questo lungometraggio?
«L'avere fatto inchiesta come giornalista si è rivelato fondamentale nella realizzazione di questo lungometraggio, soprattutto per quanto concerne la parte documentarista. Per quanto riguarda l'aspetto "cinematografico", invece, mi sono fatto aiutare da due sceneggiatrici, anche loro originarie del Friuli Venezia Giulia: Marta Daneluzzi e Francesca Benvenuto. Francesca viene dal cinema, ha già lavorato in sceneggiature di altri film, mentre Marta viene proprio dall'inchiesta. Mi sono fatto aiutare da loro due, da due donne, perché c'era bisogno di una certa poesia cinematografica che alleggerisse, che rendesse più fruibile l'inchiesta nuda e cruda. Il loro punto di vista mi ha aiutato a mettermi dalla parte dello spettatore per non relegare Peppino Impastato a una figura d'élite ma a un personaggio raggiungibile da un target vasto ed eterogeneo».
Che tipo di riscontro ha avuto finora il lungometraggio?
«Abbiamo già presentato "La voce di Impastato" a Cinisi, a Lentini, nella Repubblica di San Marino. Il lungometraggio prima di tutto indigna, poi commuove, e soprattutto fa riscoprire la voglia di lottare. Perché ogni giorno non proviamo ad essere un po' come Peppino Impastato? Perché non possiamo portarci dietro la figura di Peppino Impastato nella vita di tutti i giorni? La vita intera di ciascuno di noi non sarà sufficiente per ripagare quello che ha fatto lui in 15 anni, però, se ogni giorno riusciamo ad essere un po' Peppino Impastato possiamo andare avanti».
"La mafia è contro lo Stato quando uccide persone come Falcone, Borsellino, Impastato. Ricordiamo, però, che in diverse circostanze la mafia ha dimostrato di essere il cuore pulsante dello Stato", ha detto Giovanni Impastato incontrando gli studenti di Bagheria lo scorso 23 ottobre. Qual è il tuo pensiero a tal proposito?
«Concordo con lui pienamente. La politica e la mafia vanno d'accordissimo in questo paese. Il problema è: cosa fare? Mi piace rispondere con una frase di Don Pino Puglisi: "Se ognuno fa qualcosa, allora si può fare molto". Non serve andare a caccia di Matteo Messina Denaro, fermare carrarmati ... ognuno nel suo piccolo può fare qualcosa: la maestra, l'insegnante, il medico, l'avvocato, l'ingegnere, il giornalista. Io ho prodotto questo lungometraggio».
Peppino Impastato che giornalista sarebbe oggi?
«Sarebbe un giornalista con un blog stupendo, molto seguito, che utilizza Twitter dalla mattina alla sera; anche se, come ricorda giustamente Giovanni, avrebbe comunque continuato a incontrare la gente, a fare interviste. Perché lui amava stare con le persone. Peppino Impastato era un genio, usava l'ironia per condannare figure come Badalamenti e i suoi amici, però era molto umile; sapeva che la sua forza era l'umiltà e il gioco di squadra. Era un ottimo leader. Ricordiamo che quando lui è morto, Radio Aut è andata avanti altri due anni, non ottenendo però lo stesso riscontro. Io credo che ciascuno di noi nel proprio lavoro, nella propria quotidianità, possa essere Peppino Impastato senza fare il giornalista, senza fare inchiesta. Il coraggio di giudici come Nino Di Matteo è paragonabile a quello di Peppino Impastato, cosi come quello di Roberto Saviano, Lirio Abbate. Ci sono tantissimi giornalisti che quotidianamente fanno quello che faceva Peppino Impastato e ci sono tante persone che lo fanno nel silenzio, cosi come avviene per esempio nel mondo della scuola. Il futuro di questo paese dipende dalla scuola quindi la mia speranza è legata a quello, alle nuove generazioni; quelle nuove generazioni che devono conoscere e avere come punti di riferimento personaggi come Peppino Impastato».
La bellezza di una terra non si misura solo dalle sue spiagge sconfinate, dai suoi tramonti suggestivi, dal suo buon cibo, ma dagli uomini che la abitano e che cercano di renderla più viva e vivibile. Come il Peppino Impastato che ci ha fatto conoscere e riconoscere Ivan Vadori nel suo lungometraggio, come tutti i Peppino Impastato che ogni giorno provano a farlo lontano dai riflettori.
29 OTTOBRE 2013