“Peppino ha lasciato una grande eredità difficile da gestire”
Intervista a Giovanni Impastato,
La voce come termometro delle emozioni. Una voce forte e decisa quando ritornano alla mente i depistaggi e le grandi difficoltà incontrate per fare conoscere la verità sull'uccisione del fratello. Tremante ed emozionata quando vengono rievocate tutte le lotte, le battaglie politiche, ideologiche e culturali, da lui portate avanti. Una voce tenera che, con orgoglio e nostalgia, racconta i momenti trascorsi insieme.
Così Giovanni Impastato si è presentato ai giovani studenti di Bagheria (Pa), lo scorso 23 ottobre. Così Giovanni Impastato ha parlato alle autorità politiche, ai rappresentanti delle forze dell'ordine, alla stampa, ai cittadini, che hanno preso parte alla proiezione del lungometraggio "La voce di Impastato".
Lo abbiamo incontrato proprio in occasione della presentazione bagherese del lungometraggio di Ivan Vadori dedicato alla figura del fratello, Peppino Impastato.
Un lungometraggio dedicato alla figura di Peppino Impastato all'interno del quale è presente una sua testimonianza. Quali sono stati i passaggi più intensi di questa serie di ricordi?
‹‹Uno dei passaggi più intensi, che ha anche suscitato l'emozione delle persone che hanno visto il lungometraggio, è il periodo dell'infanzia mia e di Peppino, anni che abbiamo vissuto insieme a una splendida natura e alla mafia. Eravamo circondati da figure patriarcali, molto paternalistiche, con un carisma singolare, che ci proteggevano, che non ci facevano mancare nulla ma che nella realtà di tutti i giorni erano mafiosi. Tutto cambiò, però, con l'assassinio dello zio Cesare Manzella. Da quel momento, la nostra vita è stata sconvolta. Abbiamo capito che la mafia era qualcosa di negativo che ci toglieva tutto. Nella mia intervista, all'interno del lungometraggio, io ricordo e racconto l'infanzia e tutti gli avvenimenti che di colpo hanno interrotto il nostro essere bambini e ci hanno fatto diventare adulti. Una sorta di viaggio temporale che ripercorre le tappe più importanti dell'impegno di Peppino, le sue lotte contro la mafia, la sua attività antimafia, fino ad arrivare al suo assassinio, al successivo depistaggio, al caso della casermetta di Alcamo Marina su cui Peppino ha indagato, facendo le sue denunce pubbliche e politiche in merito alla vicenda››.
Il regista del lungometraggio "La voce di Impastato", Ivan Vadori, è di origini friulane. Questo aspetto le fa piacere o le dispiace il fatto che non sia stato un siciliano a occuparsi di questo progetto?
‹‹Da questo punto di vista non faccio distinzioni. Del resto, anche l'autore e il regista del film "I cento passi", Marco Tullio Giordana, non era siciliano. Anzi, mi fa grande piacere che registi appartenenti ad una realtà diversa, ad una cultura diversa, si occupino anche di personaggi come Peppino Impastato››.
Nell'incontrare gli studenti di Bagheria, lo scorso 23 ottobre, ha fatto riferimento al connubio che lega la mafia allo Stato. Secondo lei, oggi, quanto è forte questo legame?
‹‹Il legame è fortissimo, la mafia si annida nel cuore dello Stato, questo non possiamo negarlo. La mafia è contro lo Stato quando uccide quelle persone, rappresentanti dello Stato, che cercano di interrompere il loro percorso di accumulazione illegale. Bisogna, però, anche far prendere coscienza agli studenti del fatto che la mafia è dentro lo Stato e che bisogna combatterla al suo interno. Come sottolineava Giovanni Falcone: "la mafia è un fatto umano e come tutti i fatti umani ha un inizio e avrà anche una fine". Quindi, la mafia può avere una fine. Perché, però, questo non è ancora successo? Perché dopo tante battaglie vinte contro il terrorismo, contro varie forme di criminalità, di brigantaggi... non siamo ancora riusciti a sconfiggere un fenomeno che ci portiamo dietro da oltre 150 anni, da prima dell'Unità d'Italia? Finora, non è stato possibile sconfiggere la mafia perché, in primo luogo, dobbiamo sottolineare che non si tratta di un problema solo ed esclusivamente di ordine pubblico, repressivo; ma rappresenta un problema sociale, culturale, che va affrontato alla radice - nelle scuole - cercando di sensibilizzare i giovani, cercando di parlare con loro, di far luce sul reale significato di legalità. In secondo luogo, poi, occorre essere chiari nell'evidenziare che la mafia rappresenta il cuore pulsante dello Stato. Abbiamo dimostrazione di ciò ogni giorno, nella gestione degli appalti, del denaro pubblico, nella realizzazione di grandi opere, nei rapporti con la politica. In questi casi, è evidente che la mafia non è un antistato ma è dentro lo Stato. I nostri punti di riferimento, quindi, devono essere quelle persone che all'interno delle istituzioni vogliono realmente cambiare le cose, vogliono ristabilire la giustizia e la legalità››.
Si parla spesso di comportamento legale e comportamento non legale. Cosa si intende, secondo lei, per legalità?
‹‹Secondo me, si abusa troppo della parola legalità e spesso in maniera non appropriata. La legalità non è rispetto delle leggi, come in molti casi si proclama a gran voce, ma è rispetto della dignità umana, rispetto dell'uomo che pensa, che cammina, che lotta, che vuole cambiare. Molte leggi non sono fatte in funzione della dignità umana, anzi, remano contro l'uomo e i suoi valori di essere umano. Faccio un esempio molto attuale, la legge Bossi-Fini non è una legge che si deve rispettare, non si può rispettare; noi dobbiamo disubbidire di fronte a quella legge, terribile da tutti i punti di vista. Cosi come dobbiamo disubbidire a tutte quelle leggi ad personam. Le leggi a cui dobbiamo fare riferimento, quelle che possono aiutarci a sconfiggere la mafia, il malgoverno, i sistemi criminali, sono i 139 articoli della Costituzione Italiana››.
Nelle varie lotte che lei porta avanti nel ricordare la figura di Peppino Impastato, ce n'è una centrale: quella della tutela del casolare dove è avvenuta l'uccisione di suo fratello. Qual è la situazione attuale in merito alla vicenda e cosa si auspica possa diventare in futuro questo luogo?
‹‹La questione del casolare è una vergogna; ricordiamo che lì c'è stato l'ultimo respiro di Peppino Impastato. Noi abbiamo più volte denunciato lo stato di abbandono del casolare, ridotto a una discarica, nonostante rappresenti un luogo di memoria, la memoria di Peppino Impastato. Ricordiamo che Peppino Impastato è una delle figure più importanti nella storia del movimento antimafia. Non possiamo, quindi, non salvare la memoria storica di quel luogo, la memoria storica di questo paese per evitare che venga cancellata. Se per esempio ad Auschwitz, l'Armata Rossa avesse ritardato ancora qualche giorno a liberare quel campo di sterminio maledetto, i tedeschi avrebbero cancellato ogni traccia della loro presenza e oggi qualcuno potrebbe asserire che i nazisti non siano mai esistiti ma siano stati una nostra invenzione. La stessa cosa vale per Peppino Impastato. Se non facciamo di tutto per salvare il casolare, quello che rappresenta, fra vent'anni le nuove generazioni potrebbero dire che il delitto di Peppino Impastato ce lo siamo inventati noi. Si tratta di un semplice esempio che sta a dimostrare quanto la memoria storica sia importante, sia fondamentale››.
"Il testimone è il latore di una testimonianza [...] la prova che qualcuno prima di te ha percorso la sua strada e che ora tocca a te continuare, sino a quando non dovrai passare il testimone a un altro", scrive Salvo Vitale, amico fraterno di Peppino, nella prefazione del libro "Passaggio di testimone". Secondo lei, Peppino Impastato che tipo di testimone è stato e quale eredità ha lasciato?
‹‹Peppino Impastato ha lasciato una grande eredità difficile da gestire. Io penso che sia stata una delle figure più complete che abbiamo avuto non solo nella storia dell'antimafia ma in generale nella nostra storia. Lui era un comunicatore, un giornalista che ha usato i mezzi di comunicazione a disposizione per quei tempi, era un militante politico che si è legato alle lotte di quel periodo: la guerra nel Vietnam, il '68, il degrado della Sicilia, le battaglie che faceva insieme a Danilo Dolci nella Valle del Belice per salvarla un anno prima del terremoto. Peppino Impastato aveva una forte coscienza politica e ideologica, era un militante comunista in grado di aprire un dialogo con persone che facevano parte di culture diverse. Peppino Impastato, poi, era un poeta, un artista. Noi sappiamo benissimo che i poeti, gli artisti, rispetto a buona parte dei politici, hanno una maggiore sensibilità perché riescono a capire, a percepire con grande anticipo le trasformazioni di un'intera società, di un mondo intero.
Peppino Impastato, come il suo grande ispiratore Pier Paolo Pasolini, era riuscito a intuire in anticipo il degrado politico e sociale che cominciava a mettere radici profonde in quegli anni››.
Libri, documentari e film, nel tempo, ci hanno fatto conoscere il Peppino Impastato giornalista, attivista politico, ambientalista, il Peppino Impastato artista e poeta. Giovanni Impastato, con la sua testimonianza all'interno del lungometraggio di Ivan Vadori, ci regala un ritratto intimo e toccante del Peppino Impastato uomo, del Peppino Impastato figlio e fratello. Un figlio e un fratello forse un po' "scomodo" ma che, con la sua sottile intelligenza e spiccata sensibilità, è diventato uno dei punti di riferimento di quella parte della Sicilia che si batte ogni giorno per togliersi di dosso il volto, l'odore, i gesti, dell'essere mafioso.
(Articolo di Cosima Ticali pubblicato sul sito “oggimedia.it” il 29 0ttobre)