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Fiction e realtà ne “Il capo dei capi”: SOSPETTE OMISSIONI ed EVIDENTI FALSIFICAZIONI.

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La fiction? Un buon prodotto che è piaciuto a tanti, ma a Michele Placido è sembrata «un film di Rosi fatto da falsari napoletani». Da un canto, infatti, è mancato qualsiasi riferimento ai referenti politici del Corleonesi agli albòri della “Seconda Repubblica” e non c’è stata alcuna allusione al “sistema eversivo” che, secondo consistenti ipotesi, avrebbe operato dietro le quinte in occasione delle stragi in Sicilia e degli attentati nel Centronord; dall’altro, l’immaginazione è sfociata in autentica falsificazione di persone e fatti con Massimo Venturiello nei panni del commissario Angelo Mangano che cattura Luciano Liggio prima a Corleone e poi a Milano: in realtà i due arresti li fecero, a distanza di dieci anni, un ufficiale dei Carabinieri, Ignazio Milillo, ed uno della Guardia di Finanza, Giovanni Vissicchio. Eppure, il produttore Pietro Valsecchi aveva dichiarato all’ ”Herald Tribune” che il suo “Il capo dei capi” «is not a fiction, it’s a real story»: non è una fiction, è una storia vera, «basata – secondo il regista Enzo Monteleone – su fatti di cronaca, documenti ed atti processuali». Evidentemente, agli autori è mancata l’umiltà di aggiungere nella didascalia della presentazione la frase “Salvo errori ed omissioni”. Il motivo del successo? Allo stesso quotidiano, Attilio Bolzoni, autore dell’omonimo libro scritto con Giuseppe D’Avanzo,  ha dichiarato che è dovuto al fatto che «l’Italia è sempre stata affascinata dalla Mafia per la sua personificazione del male». Ma le cose stanno proprio così? 

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    «“Il capo dei capi” ? Is not a fiction, it’s a real story» ha dichiarato il produttore Pietro Valsecchi all’ ”Herald Tribune”: non è una fiction, è una storia vera. Basata su cosa? «Su fatti di cronaca, documenti ed atti processuali» aveva già avuto modo di precisare il regista Enzo Monteleone. Si deve a questo il suo successo?  «L’Italia è sempre stata affascinata dalla Mafia per la sua personificazione del male» è stato il parere, riportato sullo stesso quotidiano, di Attilio Bolzoni, autore dell’omonimo libro scritto con Giuseppe D’Avanzo.   Ma le cose stanno proprio così? 

  «Sembra un film di Rosi fatto da falsari napoletani»  

  In realtà, i giudizi sulla realizzazione di “Taodue” sono stati piuttosto controversi. Si è trattato di un «buon prodotto» ha detto in un’intervista a “La Repubblica” Michele Placido, che nel settore ha ormai maturato una lunga e lusinghiera esperienza. «Però – ha obiettato - sembra un film di Rosi fatto da falsari napoletani, perché né Rai né Mediaset possono permettere che si vada in profondità». Sul tema è forse migliore il cinema? «Una volta la tv si arrangiava con i mezzi e il cinema aveva più soldi. Oggi è il contrario.   Siamo in una stagione d’oro: la mafia viene usata come fonte di sicuro successo. Prima la tv era più casereccia, con La piovra” si rompe qualcosa: comincia una stagione televisiva che punta sulla qualità. La prima Piovra porta con sé una forte carica di denuncia», ma «dalla terza serie in poi viene addomesticata». Come mai? «I politici intervengono per impedire che si parli di connessioni tra politica e mafia». Ed è assai probabile che il pressing si sia verificato anche recentemente e che continuerà a verificarsi anche in futuro. «Paolo Sorrentino che fa un film su Andreotti – ha osservato l’attore-regista - andrà incontro a qualche rischio perché rivelerà cose che un prodotto televisivo non avrà mai il coraggio di rivelare perché sarebbe censurato. Ecco la differenza. Forse c'è una strategia politico-culturale dei vertici televisivi apparentemente coraggiosa ma che in realtà resta in superficie. Il prodotto tv non avrà mai la funzione critica che avevano film come “Salvatore Giuliano” o “Cadaveri eccellenti”». 
 

Errori ed omissioni  

Anche “Il capo dei capi” ha risentito di certi condizionamenti? A “botta fredda”, le riflessioni sulle sei puntate hanno portato tanti osservatori alla conclusione che gli attori, bravissimi, sono stati … “esecutori materiali” di “mandanti palesi” che nella preparazione del copione non hanno potuto o voluto utilizzare la documentazione, assai conosciuta, su alcuni contesti e situazioni che, pur presentando una importanza obiettivamente rilevante, nella fiction sono risultati malamente falsificati o  totalmente ignorati: tra i primi, più antichi, gli arresti, nel 1964 e nel 1974, di Luciano Liggio, il vero “capo dei capi”, sui quali sarà opportuno soffermarsi adeguatamente essendo ormai caduti nel dimenticatoio della memoria collettiva; tra i secondi, più recenti, la mancata rappresentazione di ciò che c’è stato dietro le quinte, al di là  e, soprattutto, al di sopra, della bramosia di ricchezza dei boss  nell’imminenza di grandi delitti, inaudite stragi e “significativi” attentati.  

  La fiction è fiction ? 

  «La fiction è fiction» continuano a sostenere in tanti. E’ vero. Ma è altrettanto vero che ci sono fiction e fiction: ci sono cioè quelle in cui prevale la verità, integrate a volte con personaggi, scene ed episodi di fantasia per rendere più suggestiva la trama e ci sono quelle in cui prevale invece la fantasia che, per dare un po’ di realismo alla stessa, vengono arricchite da fatti e situazioni che rispondono a verità.

  “Il capo dei capi” rientra nella prima categoria relativamente alla barbara escalation dei Corleonesi e ai loro rapporti con “vecchi” politici della “Prima Repubblica”; degenera malamente nella seconda quando da un canto si assiste ad avvenimenti  del tutto inventati o talmente alterati da suscitare dure reazioni con probabili riflessi giudiziari, mentre dall’altro ci si accorge che è assente una sia pur vaga allusione ai rapporti dei boss con personaggi “nuovi” che, già affermati nel mondo economico, entrano nella competizione politica nazionale nei  primi anni Novanta.

  Stando alle trasmissioni lanciate da “Taodue”, infatti, dagli anni Cinquanta in poi, i rapporti con i politici ed il conseguente pilotaggio di voti nei congressi di partito e nelle competizioni elettorali da parte di Cosa Nostra si sarebbero esauriti con la fine della Democrazia Cristiana, rappresentata da Vito Ciancimino e dai cugini Nino e Ignazio Salvo legati da un patto di ferro con Salvo Lima, proconsole siciliano di Giulio Andreotti, del quale è stata  peraltro “dimenticata” la partecipazione ai vertici con i boss fino al 1980. E il feeling con socialisti e radicali nella seconda metà degli anni Ottanta? Nemmeno a parlarne.  

  Come mai Claudio Fava …? 

  Interrogativo d’obbligo: Siamo proprio sicuri che Claudio Fava che ha sempre detto e scritto tanto su certe cose abbia partecipato davvero alla preparazione della sceneggiatura della fiction?

  Il fatto è – ha osservato giustamente Marco Travaglio – che in televisione «si racconta la lotta fra Stato e Antistato come in un film western: un lungo combattimento tra due eserciti contrapposti, ciascuno con i suoi caduti. Alla fine poliziotti e giudici da una parte, mafiosi dall’altra, appaiono come eroi, positivi o negativi, ma comunque eroi. Come i cow-boy e gli indiani. I buoni troppo buoni e i cattivi troppo cattivi rischiano di polarizzare l’attenzione, facendo perdere di vista il fondale su cui si muovono: un fondale complesso e tridimensionale, come tridimensionali sono lo Stato e l’Antistato. Che, nella realtà, non sono mondi nettamente separati, ma mescolati e intrecciati in mille complicità, opacità, zone grigie sul terreno del potere. Nelle ultime fiction - ma non nella vecchia e gloriosa “Piovra” - le liaisons fra la mafia e chi dovrebbe combatterla – politici, imprenditori, forse dell’ordine, qualche giudice – non esistono. O non si vedono. O appaiono sfuocate».

  Una lacuna, questa, che non può non insospettire quanti conservano buona memoria dei fatti e conoscono i “limiti invalicabili” imposti a chi affronta certi temi in televisione. E nel nostro caso gli elementi che prestano il fianco ad ipotesi tutt’altro che fantasione non mancano: basta esaminarli con attenzione. 

   “Buchi neri” inesplorati 

  Nella citata intervista al quotidiano inglese, Pietro Valsecchi ha insistito nel sostenere che “Il capo dei capi” è «una narrazione piena, con tutte le sue implicazioni» perchè  «parla di cinquant’anni di storia italiana», fa «nomi e cognomi»  e «sbatte la mafia in faccia» agli italiani che «non leggono i giornali» limitandosi a dare «semplicemente uno sguardo ai titoli»: gli avvenimenti che ruotano attorno a Totò Riina hanno quindi consentito di far capire come l’evoluzione di Cosa Nostra si è verificata «grazie alle collusioni di forze politiche ed economiche a vari livelli della società italiana».

  Invece è proprio su questi due versanti - quello economico e quello politico - che tanti “buchi neri” sono rimasti inesplorati: la  mancanza, ad esempio, di qualsiasi riferimento ai flussi di denaro che ai “bei tempi” boss - sia vincenti che perdenti – imboscavano, a Milano, a seconda dei casi, nella Banca Privata Finanziaria di Michele Sindona, nel Banco Ambrosiano di Roberto Calvi,  nella Banca Rasini o in certe società finanziarie ed immobiliari di Via Chiaravalle; a quel “sistema eversivo” che secondo consistenti ipotesi avrebbe dato un contributo alle stragi del 1992 attraverso i cosiddetti “mandanti occulti”; al ruolo che hanno avuto nelle stesse oscuri agenti dei servizi; alle ambiguità di Bruno Contrada, alto funzionario del Sisde condannato in via definitiva per concorso esterno in associazione mafiosa.

  Un assente eccellente : Marcello Dell’Utri

 

  Altra “assenza eccellente”, quella di Marcello Dell’Utri. Eppure nella sentenza che lo ha condannato in primo grado per lo stesso reato, si legge che ha «voluto mantenere vivo per circa trent’anni il suo rapporto con l’organizzazione mafiosa» fornendo «consapevole contributo a Cosa Nostra, reiteratamente prestato con diverse modalità, a seconda delle esigenze del momento»; rapporto che è rimasto immutato «nonostante il mutare della coscienza sociale di fronte al fenomeno mafioso nel suo complesso e pur avendo, a motivo delle sue condizioni personali, sociali, culturali ed economiche, tutte le possibilità concrete per distaccarsene e per rifiutare ogni qualsivoglia richiesta da parte dei soggetti intranei o vicini a Cosa Nostra».

  Possibile che nella lettura di cronache giornalistiche, documenti ed atti giudiziari gli autori della fiction non si siano non si siano accorti di questo ruolo svolto dal braccio destro di Silvio Berlusconi? In quale pianeta vivevano qualche anno fa, quando sono state note le motivazioni di quel verdetto?

  Quali, dunque, i motivi della colossale lacuna? La risposta potrebbe trovarsi nella parte della sentenza in cui si fa riferimento ai settori nei quali il senatore che ama paragonarsi a Socrate collaborava con i boss. Quali? Il settore economico prima e quello politico poi, gli stessi ai quali faceva esplicito riferimento Pietro Valsecchi. «Si connota negativamente la disponibilità» di Marcello Dell’Utri «verso l’organizzazione mafiosa attinente al campo della politica - hanno rilevato i giudici - in un periodo storico in cui “cosa nostra” aveva dimostrato la sua efferatezza criminale attraverso la commissione di stragi gravissime, espressioni di un disegno eversivo contro lo Stato, e, inoltre, quando la sua figura di uomo pubblico e le responsabilità connesse agli incarichi istituzionali assunti, avrebbero dovuto imporgli ancora maggiore accortezza e rigore morale, inducendolo ad evitare ogni contaminazione con quell’ambiente mafioso le cui dinamiche egli conosceva assai bene per tutta la storia pregressa legata all’esercizio delle sue attività manageriali di alto livello». 

  Stragi e politica

 

  Una disponibilità che in concreto – secondo quanto emerso nel processo – si era manifestata Cosa Nostra elaborava la «politica delle alleanze» imperniata sulla «possibilità di altri terminali verso i quali canalizzare il voto mafioso per tutelare gli interessi dell’organizzazione». In questo contesto, Dell’Utri aveva dedicato attenzione alla creazione di “Sicilia Libera”, il movimento indipendentista voluto da Leoluca Bagarella, Giovanni Brusca e i fratelli Graviano, componenti dell’ala stragista, in contatto con logge massoniche coperte. Poi però preferì promuovere la formazione di Forza Italia che segnò la discesa in campo di Sivio Berlusconi.

  «Guarda caso – aveva detto in proposito il pm Antonio Ingroia durante la requisitoria – mentre Cosa Nostra cerca nuovi referenti, Dell’Utri imbraccia una carriera per lui inedita: la politica. Si interessa un po’ a “Sicilia Libera”, poi si convince che non funzionerà e commissiona un nuovo partito. In teoria Cosa Nostra avrebbe dovuto scegliere Bagarella, Brusca, i Graviano a occhi chiusi. Invece li scarica e sceglie Dell’Utri, dopo una consultazione tra i boss: una sorta di “primarie” interne». E voti controllati dai boss confluiscono in Forza Italia.

 

  Altri “perché?” 

  «Perché nella fiction – ha osservato Marco Travaglio - non si fa notare che, appena nata Forza Italia, Cosa Nostra smise di attaccare lo Stato dopo aver messo a ferro e fuoco Milano, Firenze, Roma? Perché non si spiega cosa intendeva Riina dicendo “facciamo la guerra per fare la pace”» dal momento in cui «la pax mafiosa dura tutt’oggi e sappiamo a che prezzo? Perché non si fa nemmeno un cenno alla trattativa che, secondo diversi mafiosi pentiti e una sentenza del Tribunale di Palermo, si svolse sullo scorcio del ’93 fra Dell’Utri e Provenzano, tramite l’ex “stalliere” Mangano che faceva la spola tra Palermo e gli uffici di don Marcello a Publitalia dove stava nascendo Forza Italia?». 

   La spiegazione di Marco Travaglio delle tante omissioni collima con quella di Michele Placido. «Una fiction così completa – precisa infatti il giornalista - difficilmente andrebbe in onda su Canale 5: sarebbe come parlare di stalle in casa dello stalliere. Ma c’è pure il “servizio pubblico”, almeno così dicono. Se mostrasse il lato oscuro del potere che rende indistinguibile Stato e Antistato, nessuna fiction farebbe danni ai bambini, agli adulti, ai giudici. Tutti saprebbero qual è lo sfondo su cui si muovono i personaggi. Invece manca il nesso tra i fatti che, anche quando fanno capolino, restano isolati, avulsi dal contesto. E nessuno sa o ricorda più nulla». Tenuto conto delle tante verità occultate o offuscate, alle quali vanno aggiunte quelle riguardanti le contraddizioni sulla mancata perquisizione della casa di Totò Riina «una bella fiction dal titolo “Il covo dei covi”, o “Lo stalliere degli stallieri”, farebbe bene a tutti. Anche a certi giudici e giornalisti, smemorati o disinformati». 

    «Ha ragione Mastella a parlare di spettacolo “diseducativo” – aveva sostenuto dopo la seconda puntata il giornalista - «ma la soluzione non è quella da lui proposta: cioè sospendere la fiction su Riina». Alle fiction, piuttosto, «bisognerebbe aggiungere, non togliere. Perché ne “Il capo dei capi” non si mostrano gli incontri consacrati da fior di sentenze, fra i boss e Andreotti, Berlusconi, Dell’Utri?».

   

  «Il “Capo dei capi” di Cologno Monzese» 

  La mancata risposta ai tanti perché fa venire in mente la famosa frase di Giulio Andreotti: «A pensar male degli altri si fa peccato, ma quasi sempre si indovina». Il principio – che, ovviamente, vale anche nei suoi confronti – nel nostro caso sembra trovare una specie di conferma in un articolo apparso su “Libero” del 27 novembre a firma di Alessandra Manzani: «Gioisce  sì, non nasconde la propria soddisfazione, ma senza strombazzare i risultati con dichiarazioni pompose e comunicati stampa festaioli il “Capo dei capi” di Cologno Monzese».  Chi è questo personaggio al quale la giornalista osa affibbiare il “titolo” riservato a “Zù Totò?”? Nessun mistero: «il vicepresidente di Mediaset, dottor Piersilvio Berlusconi» del fu presidente del Consiglio cavalier Silvio, a sua volta capo di Forza Italia. «In televisione la qualità è l’attenzione ai dettagli, la cura del prodotto, la capacità di innovare programmi già affermati» ha dichiarato Piersilvio. «Non esiste la qualità assoluta: ogni cosa può piacere o non piacere, dipende dai gusti personali». Di consequenza, secondo lui, non è un buongustaio chi in tema di mafia non apprezza le fiction con gravi errori ed omissioni. «In questa stagione – ha aggiunto - Mediaset dimostra che questa capacità fa parte del suo Dna». E qui, ancora una volta, i proverbi rivelano la virtù dei popoli: “a buon intenditor poche parole”, anche perché “buon sangue non mente”.  

 

  Il poliziotto immaginario e i “pivelli”  

  E le falsificazioni di fatti rappresentati che – in realtà o all’apparenza – non hanno avuto a che fare con la politica?

  Una è quella dell’episodio del rapimento del figlio del poliziotto Biagio Schirò per impedire che il Tribunale per le misure di prevenzione assegnare Ninetta Bagarella – che nella fiction dà l’input che porta al sequestro - il soggiorno obbligato in una località lontana dalla Sicilia. L’interessata si è già rivolta agli avvocati. Non avrebbe potuto fare la stessa cosa se avessimo visto la raccolta di firme per evitare quel provvedimento promossa da monsignor Emanuele Catarinicchia, all’epoca sacerdote, diventato poi, malgrado tutto, vescovo, prima di Cefalù e poi di Mazara del Vallo.

  Non meno inopportuno il ruolo, assegnato a Daniele Liotti, del siciliano  che, rendendosi conto degli errori commessi da ragazzo, cambia strada, lotta in prima linea contro la mafia al servizio dello Stato e, «pur avendo subìto ingiustizie – come ha rilevato Claudio Gioè, il bravissimo interprete di Totò Riina - ha scelto di perseguire il bene». Non si può negare che sia stata questa la percezione dei telespettatori. Ma  il poliziotto Biagio Schirò, mai esistito,  è stato presentato come  memoria storica unica della saga dei Corleonesi e, in quanto tale, protagonista dell’azione di contrasto del male, elemento ispiratore  e  trainante di investigatori e  magistrati, da Boris Giuliano a Giuseppe Montana e Ninni Cassarà, da Cesare Terranova e  Gaetano Costa a Rocco Chinnici, e Borsellino e Falcone, fatti passare tutti quasi per pivelli.  Solo il generale-prefetto Carlo Albero dalla Chiesa dimostra di sapere il fatto suo. 

   Il vero Boris Giuliano

  

   Ma la realtà è stata ben diversa. «Mio marito non aveva bisogno, come appare nel lavoro televisivo, di un inesistente Schirò che lo spronasse a combattere la mafia» ha dichiarato Ines Maria Leotta, vedova del commissario Boris Giuliano ottenendo il plauso dei parenti  di tanti altri servitori dello Stato assassinati proprio perché le loro indagini avevano imboccato le piste giuste.

   «Pur apprezzando il risalto dato alla figura di mio marito» - ha aggiunto – non posso fare a meno di rilevare che Boris era «molto diverso sin dai caratteri esteriori. Emerge dalla fiction un personaggio che segue lo stereotipo del siciliano: scuro, con folti baffi neri, che parla in dialetto e che usa il turpiloquio, un uomo dal temperamento passivo. Mio marito non era per nulla così. Non era un uomo di mezza età, era un uomo giovane, non parlava in dialetto stretto: non ci sarebbe stato nulla di male, ma semplicemente non era così. Inoltre non usava abitualmente il turpiloquio e non fumava. Ben altro, se si fosse voluto rendere giustizia alla sua figura, poteva essere raccontato nella fiction: si poteva fare riferimento all'isolamento in cui fu lasciato, o ai rapporti che presentava e che restavano lettera morta nei cassetti della Procura».

   «Anche se  si tratta di una fiction e pertanto non necessariamente fedele alla realtà – ha concluso la signora Giuliano - penso che nel trattare un argomento così delicato andrebbe fatta una scelta : o utilizzare nomi e situazioni di pura fantasia, oppure, se si decidesse di riferirsi a personaggi realmente esistiti usando il loro nome - e che, come in questo caso, hanno perduto la vita per lo Stato - ci si dovrebbe attenere alla realtà dei fatti sottoponendo la sceneggiatura ai familiari».

  Il colmo dei colmi: la figura di Angelo Mangano  

  In questo senso il colmo dei colmi dell’immaginazione che sfocia nella spudorata falsificazione di  persone e fatti è stato raggiunto con la figura del commissario di pubblica sicurezza Angelo Mangano - quello con baffi e pizzetto, sempre in stretto contatto con Biagio Schirò - paradossalmente “accreditato” come  l’autore della duplice cattura di Luciano Liggio, il vero “capo dei capi” di Totò Riina e Bernardo Provenzano. «Torno in tv per vestire i panni del commissario Angelo Mangano che arrestò la “primula rossa” Liggio» aveva infatti dichiarato in primavera l’attore Massimo Venturiello, dopo aver letto il copione. E se di questo si è convinto l’interprete del personaggio figuriamoci quale libertà di pensiero e di giudizio abbiano potuto avere i telespettatori che hanno dimenticato o non hanno mai conosciuto – o mai conosciuto correttamente - quelle vicende. Perché? Semplice: il commissario Angelo Mangano, non ebbe alcun merito nelle due operazioni: l’unico Liggio che riuscì ad arrestare non fu Luciano ma un suo fratello, menomato psichico.

  Camilleri: «Quali sono state le fonti?»

Quale il “peccato originale” che ha prodotto la gravissima gaffe? Quello della scelta delle fonti da utilizzare. E in questo campo Andrea Camilleri, criticato perché non si è allineato con i conformisti, ha ragione da vendere. «Io – ha scritto in un articolo su “La Stampa” - personalmente ritengo che l’unica letteratura che tratti di mafia debba essere quella dei verbali di polizia e carabinieri e dei dispositivi di sentenze della magistratura. A parte i saggi degli studiosi, naturalmente». Ma anche – è doveroso aggiungere - libri scritti da giornalisti scupolosi che, oltre a quei documenti, hanno utilizzato i risultati dell’accurata inchiesta svolta al riguardo dalla Commissione parlamentare antimafia,  dai quali le due operazioni emergono con estrema chiarezza e dovizia di particolari: il primo arresto di Luciano Liggio, avvenuto nel ’64 a Corleone,  fu eseguito dai carabinieri agli ordini del tenente colonnello Ignazio Milillo, divenuto poi generale; il secondo, a Milano nel ’74, dalla Guardia di Finanza al comando del tenente colonnello Giovanni Vissicchio. Basta pensare, ma solo per fare qualche esempio, a “Mafia” di Gàbor Gellért (Rubbettino, 1978), a “Nel segno della mafia” di Marco Nese (Rizzoli, 1975), o al più recente “O mia bedda madonnina” di Goffredo Buccini e Peter Gomez (Rizzoli, 1993). «La figura di Angelo Mangano – hanno rilevato molto opportunamente questi ultimi a pagina 90 – è molto discussa. La Commissione parlamentare antimafia nelle sue relazioni, sia di maggioranza che di minoranza, è estremamente critica nei suoi confronti e lo accusa di “completo fallimento in tutte le operazioni” condotte».

   Quali, invece, le fonti di Stefano Bises, Domenico Starnone, e Claudio Fava, autori della sceneggiatura? Il libro dall’omonimo titolo (Mondadori,1993) di Attilio Bolzoni e Giuseppe D’Avanzo, giornalisti de “La Repubblica” e, presumibilmente, quello di Pippo Fava, “Da Giuliano a Dalla Chiesa” pubblicato nel 1983 dalla cooperativa “Siciliani Editori” e ristampato l’anno dopo da “Editori Riuniti”. Nel primo, a pagina 66, c’è scritto infatti che Liggio fu beccato quando nella stanza nella quale si nascondeva «fece irruzione il commissario Angelo Mangano»; nel secondo, a pagina 68, si legge che «dopo tre anni spesi con implacabile pazienza a seguirne le mosse, il commissario Mangano riuscì ad arrestare Luciano Liggio».

  1964: Milillo, non Mangano, cattura Liggio

In verità Mangano giunse a Corleone nel novembre del ‘63, solo dopo che nel Palermitano Milillo aveva fatto terra bruciata attorno al superlatitante, sfuggito per un soffio alla cattura appena due mesi prima. Liggio si sente braccato ma, invece di allontanarsi il più possibile dalla zona per scampare all’incombente “pericolo” di finire nella rete tesa dai carabinieri, si trasferisce -  guarda caso - proprio a Corleone, in un’abitazione poco distante dal Commissariato di Pubblica Sicurezza dove alloggiava il “superdetective” Mangano.

  Sulla vicenda esiste anche una breve ma lucidissima testimonianza di Pio La Torre che taglia la testa al toro. In occasione dell’arresto di Liggio – scrisse in un articolo pubblicato su “Quaderni Siciliani”, n. 5-6 del 1974, quando cioè era membro della Commissione parlamentare antimafia - «emerge il ruolo del dottor Angelo Mangano, allora Commissario di PS spedito a Corleone dal capo della Polizia Angelo Vicari il 15 novembre 1963 per “arrestare” Liggio». E qui, le virgolette che fiancheggiano il verbo usato all’infinito esprimono, per dirla con Ungaretti, un’ironia che “illumina d’immenso”. «Sta di fatto – precisò La Torre - che Liggio, che prima aveva vagato da Partinico a Palermo, soggiornando anche in varie cliniche sotto falso nome, decide di abitare stabilmente a Corleone e qui viene arrestato soltanto nel maggio 1964 dai Carabinieri agli ordini dell’allora colonnello Milillo il quale solo all’ultimo momento avverte il commissario Mangano. Questi, però, tenta di attribuirsi il merito dell’operazione, provocando tra l’altro una querela del colonnello Milillo, che si è conclusa nei giorni scorsi, dinanzi al Tribunale di Milano. Il generale Milillo ha ritirato la querela dopo che il dr. Mangano, ponendo fine alle sue fanfaronate, ha dato atto che l’operazione che condusse all’arresto di Liggio fu promossa dai carabinieri agli ordini di Milillo».

  Le fasi della cattura 

  Le fasi dell’operazione e le prime battute tra Milillo e Liggio, raccolte dai testimoni oculari, le ricostruì Guido Gerosa per il settimanale “Epoca” : «Verso le 21,30 del 14 maggio 1964, l’abitazione è completamente circondata. Milillo ordina al riluttante Mangano di perquisire la cucina mentre lui irrompe al piano di sopra». Liggio non era nascosto nell’armadio, ma disteso su un lettino addossato al muro. Milillo, non potendo escludere che Liggio potesse reagire sparando, cerca la pistola, ma il boss gli dice subito che è nel  cassetto del comodino aggiungendo: «Colonnello, non era il caso che si preoccupasse: la pistola sempre a Lei l’avrei ceduta perché mi aveva combattuto con onore, ed era giusto che con onore vincesse».

  «In quella – precisò Gerosa -  entra Mangano. Sbuffava per essere rimasto in cucina e quando ha visto che tutti i carabinieri si stavano precipitando con slancio quasi festoso verso la camera al primo piano, è entrato anche lui. Liggio, che sta finendo la sua frase sull’onore, vedendo Mangano ha un guizzo feroce nello sguardo e gli sibila in viso “ … mentre quel buffone, pagliaccio era solamente capace di poter catturare deficienti come mio fratello”. E conclude con una frase sibillina: “E gli è finita la missione in Sicilia!”».

  Scendendo per la scala esterna all’abitazione i carabinieri portano Liggio a spalla perché affetto di spondilite acuta. «Avevamo disposizioni – spiegherà in seguito  Milillo alla Commissione antimafia – di evitare qualsiasi esibizionismo, di evitare fotografie, di evitare qualsiasi scalpore sulla stampa». Invece, guarda caso, improvvisamente appare un fotografo «e non so chi l’avesse chiamato».

In quel momento «Mangano – scrive Marco Nese nel suo libro - toglie la mano sinistra di Liggio dalla spalla di un maresciallo e la poggia sulla sua. Ed ecco il flash lampeggiare sul gigante barbuto che sorregge il criminale d’eccezione. Diffusa attraverso l’agenzia Ansa, tra poche ore l’immagine campeggerà su tutti i giornali innestando la leggenda del titanico 007, catturatore di Liggio» alla quale hanno continuato ad abboccare in tanti anche se lo stesso “capo dei capi”, subito dopo essere finito in cella ed in altre occasioni raccontò la verità a magistrati e giornalisti. Nel maggio del 1976, alla domanda «Da chi fu arrestato?» rispose: «Da Milillo. A Mangano, anziché fargli fare il funzionario di polizia dovevano portarlo in un ospedale ambulante».

  Altri particolari significativi: «E’ vero che Mangano spostò un carabiniere per farsi fotografare al suo fianco?». «Si». «Quindi la fotografia non dimostra niente?». «Dimostra che voleva farsi fotografare» (“Il Giornale d’Italia” e “L’Avvenire”, 21 maggio 1976).

  L’altro imbroglio di Angelo Mangano

Nel maggio del 1964, l’equivoco fu però provocato dal fatto che, Mangano, attuata l’operazione della messa in posa per ingannare l’opinione pubblica, ebbe il coraggio di perseverare nell’imbroglio presentando alla Questura di Palermo una “relazione di servizio” con la quale si attribuì l’esclusivo merito dell’operazione. La Questura – in buona o in malafede - preparò quindi un rapporto contenente gli elogi per il commissario e lo consegnò al Prefetto che, prendendolo per veritiero, lo firmò e lo inoltrò al Ministero dell’Interno. Ma, una volta chiariti i fatti, fu lo stesso ministro dell’Interno Paolo Emilio Taviani a consegnare a Milillo la taglia per l’operazione, mentre il presidente della Repubblica Giuseppe Saragat gli conferì l’onorificenza di Cavaliere della Repubblica che si aggiunse a tanti altri attestati di benemerenza.

  Ma perché subito dopo l’arresto Liggio aveva chiamato Mangano «buffone, pagliaccio» e gli aveva rivolto altri epiteti offensivi? Sulla base dell’audizione di Milillo - del quale venne riconosciuto sempre e da tutti il comportamento ineccepibile - la Commissione antimafia rilevò che il boss lo aveva ingiuriato «non solo perché il funzionario aveva arrestato in paese un suo fratello deficiente, “ma un po’ perché sembrava deluso da certi atteggiamenti che si attendeva dal Mangano”». E fu da questa consapevolezza, suffragata da ulteriori ambiguità accertate nel modo di fare di Angelo Mangano, che nell’organismo parlamentare e nella pubblicistica dell’epoca si fece strada l’impressione che commissario fosse stato mandato in Sicilia non per arrestare Liggio ma, in qualche modo, per proteggerlo in quanto notoriamente potente portavoti della Democrazia Cristiana, in combutta con Vito Ciancimino. E Ciancimino, si sa, aveva referenti a Roma - in Parlamento e al Governo – con i quali curava i rapporti direttamente o tramite Salvo  Lima e Giovanni Gioia, nomi che, guarda caso, compaiono anche in occasione del secondo arresto della “primula rossa”.

Le conclusioni dell’Antimafia

«Certo è, comunque e in ogni caso – furono nel ‘76 le conclusioni della Commissione antimafia della sesta legislatuta della quale fece parte anche Cesare Terranova – che Mangano non ha agito si sua iniziativa, ma ha obbedito a ordini ricevuti»: si mosse «sempre operando agli ordini diretti del Capo della Polizia Vicari che continuò ad affidargli incarichi nella lotta contro la mafia nonostante gli insuccessi registrati».

  Più che legittima, dunque, davanti alla falsificazione dei fatti della fiction, la reazione di Giangranco Milillo, generale dei Carabinieri in congedo, figlio del generale Ignazio: nella lettera che si riporta integralmente, indirizzata al produttore de “Il capo dei capi” Pietro Valsecchi, reclama il «trionfo della verità» e  fa presente che «i soldi e il successo da una fiction si ottengono anche dicendo la verità».

1974: Vissicchio, non Mangano, cattura Liggio

  E non è detto che le polemiche finiscano qua, perché anche la narrazione del secondo arresto di Luciano Liggio, avvenuto dieci anni dopo a Milano, è stata falsificata di sana pianta. Nella fiction, Mangano piomba in un albergo e lo trova in compagnia di una bella bionda. In realtà la cattuta del superboss avvenne in un appartamento di Via Ripamonti, condiviso con la compagna ed il figlio.

  In realtà, operava all’epoca in ttt’altri lidi: a mettergli le manette fu infatti il colonnello della Guardia di Finanza Giovanni Vissicchio, arrivato al dunque – a quanto pare a seguito di una soffiata alla quale non sarebbero stati estranei boss avversari – nel corso di indagini sui sequestri di persona attuati al Nord da “uomini del disonore” pilotati dai Corleonesi.

  Qualche tempo dopo, l’ufficiale ha un incontro a Roma con il comandante generale del corpo Raffaele Giudice, che nel 1981 risulterà iscritto alla P2. In seguito, Vissicchio, nel corso di un processo, ebbe modo di riferire di quel colloquio nel corso di un processo: «”Lei, mi disse, è il colonnello che ha arrestato Liggio? Ebbene, pensi a fare il finanziere e non il carabiniere”. Questa frase mi colpì molto. Mi aspettavo delle congratulazioni. Invece …».

  Interessanti si rivelarono anche i particolari sulla nomina di Giudice al vertice della Guardia di Finanza. «So per certo – dirà Vissicchio - che negli ambienti militari da tempo il nome di Giudice era sulla bocca di tutti: seppi che i suoi sostenitori erano Salvo Lima e Giovanni Gioia». Io, invece, a Milano ero guardato in un certo modo perché «mi davo troppo da fare».

 

   Vissicchio troppo zelante? Trasferito!   

Due anni dopo, nel 1976, Vissicchio fu trasferito senza alcun giustificabile motivo dal Nucleo di Polizia tributaria del capoluogo lombardo a quello di Venezia. Quale era stata la goccia che aveva fatto traboccare il vaso? «Stavo svolgendo – spiegò il colonnello ai magistrati – indagini su alcuni conti bancari in Svizzera con la polizia elvetica che mi mise a disposizione un elenco di personaggi importanti. Tra di essi c’era anche la signora Giudice che fu pedinata a Lugano mentre entrava in un istituto di credito. Lavoravamo in stretto contatto con il giudice di Milano Giuliano Turone. Sta di fatto che fui rimosso dall’incarico e trasferito. E il generale Spaccamonti mi disse testualmente di non mettere mai più piede a Milano».

  Poi un’altra inquietante affermazione: «Sa, signor giudice, io e il mio gruppo eravamo riusciti a ricollegare le trame della mafia dei colletti bianchi all’estero, attraverso le loro finanziarie e società fittizie. A quel tempo, infatti il giudice Turone mi aveva incaricato di interessarmi del riciclaggio del denaro sporco proveniente dai sequestri di persona che a quel tempo nel nostro Paese erano facili come rubare una bicicletta. Comunque, anche quelle indagini furono interrotte». Per fortuna, il colonnello, grazie a quelle indagini era già riuscito a far finire in galera Luciano Liggio, che ci rimase fino alla morte. 

  Il tesoro del generale Raffaele Giudice  

Un passo indietro: l’ anno dopo alla cattura di Liggio , la moglie del generale Raffaele Giudice deposita presso l’Unione Banche Svizzere ben centotrentamila dollari, acquista a Lampedusa un terreno sul quale fa costruire una villa e compra obbligazioni per ottanta milioni. Nei successivi quattro anni il patrimonio familiare si arricchisce di un cabinato a motore di sei metri e mezzo, di una decina di libretti al portatore per somme tra i venti ed i venticinque milioni, di una notevole quantità di argenteria e preziosi tenuti nascosti in cassette di sicurezza, di cinquanta milioni in Bot, di un terreno, due ville e due appartamenti a Palermo e di sei appartamenti in pieno centro a Roma.

  Quando nel 1982 il generale viene condannato a sette anni di reclusione, lo stipendio medio di un ufficiale del suo livello è di circa trenta milioni l’anno.

  Ma anche su tutto questo, gli autori della fiction,  hanno seguito il motto “nènti sàcciu, nènti dìcu e nènti vògghiu sapìri. E niente hanno potuto vedere, sentire e sapere i telespettatori. Per loro ha fatto tutto il commissario col pizzetto, in collaborazione con Biagio Schirò. «La fiction è fiction» si sente ancora dire. Ma non è proprio così. In tutti i casi, se le gravi omissioni ne hanno compromesso il pieno successo, le evidenti falsificazioni hanno arrecato un danno alla memoria dei fedeli servitori dello Stato che, dopo aver fatto il loro dovere in prima con competenza coraggio, agendo ad oltranza e senza guardare in faccia nessuno, non sono stati ancora difesi dagli alti vertici dei Corpi di appartenenza.                                                                                                                             

                                                      Enzo Guidotto  
 
 

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IL PRESIDENTE 

( 28 dicembre 2007 )



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