Ci siamo stancati anche di lamentarci.
Una calma cupa è caduta sulle nostre teste,
come l’aria di una giornata senza sole.
Non intendevamo questo quando dicevamo
“Non voglio morire democristiano”
e avremmo preferito morirci
se ci avessero detto che l’alternativa
era morire berlusconiano.
Abbiamo anche smesso di sperare che finisca
la notte del disgusto,
il tunnel dell’avvilimento,
l’incubo della perdita delle libertà
strappate con lacrime e sangue,
il piattismo della rassegnazione.
L’assenza del lumicino,
la coscienza dell’erosione giornaliera,
l’irreversibilità di devastanti bordate,
il sogno della rivoluzione sempre più irraggiungibile,
lo studio scientifico di ogni contromossa
hanno prosciugato le nostre residue risorse.
Il pesce vaga incerto nell’acqua torbida.
Anche lo stupore del “non è possibile”
è diventato normalità.
Seduti in poltrona,
caffè caldo, coca fredda,
sottofondo con la musica preferita,
si legge, si vota, si commenta, si posta,
fuori freddo,
minestrina, mangiato troppo ieri,
un film scaricato
il sonno nel letto preriscaldato,
se viene qualche amico meglio,
altrimenti va bene lo stesso.
I negri di Rosarno
hanno avuto più orgoglio di noi
E così, con la guadagnata patente di vinti,
per non dire di vili,
aspettiamo l’ignoto profeta
che venga a suonare la tromba del giudizio.
(18-1-2010)