di Giovanni Marinetti
Mare, sole, mafia e paradossi. Di questo vive la mia bella isola. Il mare è così vicino a casa che certi giorni sembra quasi che mi chiami. Ma quando si parla di Partinico, Cinisi, Corleone, San Giuseppe Jato nessuno pensa che sono paesi vicini al mare. Sembra che in Sicilia solo la mafia riesca a frasi ricordare. E questo è il primo paradosso: la gente si ricorda più la bruttezza che la bellezza. Ho l'impressione che troppo spesso la Sicilia venga percepita come un'isola non solo in senso geografico, ma proprio come una terra di nessuno in cui vale solo la legge della mafia, e il potere di boss e cosche governa la vita di tutti. Ed ecco il secondo paradosso: qui il senso dello Stato è più vivo che mai. È una reazione forte che esplode con una gioia che sa di rivincita, ma anche di dolore. L'ho vista nei gesti delle persone, l'ho sentita nelle loro voci. Ma l'ho anche provata nella mia pancia, sulla mia pelle. Lo chiamo orgoglio siciliano. La prima volta che l'ho sentito riempire l'aria come un'esplosione è stato l'11 aprile 2006. (…) La gente fischiava, gridava di gioia, sembrava Capodanno, e applaudivano tutti, fortissimo.
Tratto da Mai chiudere gli occhi. Una giovanissima telegiornalista in prima linea contro la mafia (Rizzoli, 10,50 euro) di Letizia Maniaci.
Nota: l'11 aprile 2006 è il giorno dell'arresto di Bernardo Provenzano.
Raccontare la mafia. Non è come raccontare una mostra, o un retroscena politico. O come recensire uno spettacolo teatrale o un programma televisivo comodamente dal divano.
Raccontare la mafia significa entrare in un territorio oscuro che ha mille rumori, mille pericoli. La sensazione di essere da soli, in quel territorio così nero, è l'unica cosa vera che accompagna chi decide di raccontare le mafie.
Almeno, uno lo immagina così. Perché leggere la vita di chi racconta la mafia è scoprire che non sono così lontani i reporter di guerra, quelli per cui ci si innamora del mestiere del giornalismo; loro così eroici, tra soldati, sangue e sirene che urlano l'arrivo di aerei che non portano doni zuccherosi.
I giornalisti che si occupano di mafie, nei quotidiani e nelle televisioni locali in primis, sono reporter di una guerra che abbiamo dentro casa, che coinvolge tutti senza sirene d'allarme, ma che finisce per puntare come bersagli mobili proprio quelli che decidono di portare alla luce le operazioni di quell'esercito mafioso.
Sono 48 i casi censiti di giornalisti vittime di intimidazioni, come Lirio Abbate o come Rosaria Capacchione, giornalista del Mattino che vive ormai da due anni sotto scorta per le minacce della famiglia di camorristi, gli Iovine. L'ultima minaccia l'ha ricevuta durante una presentazione in una libreria di Napoli lo scorso febbraio, sotto gli occhi della polizia.
Di recente hanno subito intimidazioni, tra gli altri, Mimmo Sammartino della Gazzetta del Mezzogiorno, Michele Albanese e Giuseppe Baldessaro del Quotidiano della Calabria, il freelance Filippo Maria Cutrupi o ancora il blogger Antonino Monteleone.
Piccole realtà, piccoli giornalisti senza lustrini, storie troppo grandi da raccontare. Tra l'ammirazione e la stima, il senso d'angoscia difficilmente abbandona ad immaginare il loro vivere e lavorare quotidiano.
Per questo la testimonianza di Letizia Maniaci, una giovanissima giornalista di frontiera, nel libro Mai chiudere gli occhi, così solare, pulita e positiva, così piena di speranza e di una straordinaria normalità è una luce che illumina ogni scura angoscia.
Letizia è la figlia di Pino Maniaci, il telegiornalista di Telejato, televisione antimafia di Partinico in Sicilia. Un piccolo esempio di informazione coraggiosa e libera. Letizia è una delle anime di Talejato, nonostante i suoi ventiquattro anni, e del suo lavoro racconta le difficoltà economiche, le corse per andare in onda, i rischi del mestiere. Di un mestiere particolare. Ma lo fa in stile Maniaci, sempre col sorriso in bocca, con parole genuine che sanno di vita. C'è tanto amore nel suo racconto, per una famiglia unita, per il suo lavoro, per la sua terra. Quell'amore indispensabile per capire che la mafia si può battere, ognuno col proprio mestiere, ognuno con i propri “No”.
«Il male è sempre un'eccezione che si può combattere. Qualunque sia la sua forma - scrive Letizia Maniaci -, e il mondo che uno sceglie per combatterlo, l'importante è sapere che c'è sempre una speranza. Opporsi al male non vuol dire per forza combattere la mafia, dire i nomi e i cognomi dei mafiosi in televisione come facciamo noi a Telajato. La lotta è quotidiana (…). Bisogna imparare a dire “No, io non ci sto”, senza avere paura di passare per sapientoni, secchioni o, peggio ancora, spie. Di fronte la male non esistono spie, solo vittime».
Ecco perché facciamo da qui un appello per Telejato, alle istituzioni come ai privati. Con il rispetto per chi a Telejato ci lavora ed è fiero di ciò che ha per lavorare, perché ogni cosa l'ha conquistata sul campo. Diamo loro più mezzi. Così da rendere la loro voce più forte. Il loro lavoro è una ricchezza per tutti.
4 aprile 2010