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In Memoria di Rocco Chinnici

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Magistrato, ideatore del Pool antimafia di Palermo, successivamente realizzato da Antonino Caponnetto, in cui lavorarono anche Giovanni Falcone e Paolo Borsellino. Fu ucciso con un'autobomba a Palermo il 29 luglio 1983, insieme agli agenti di scorta Mario Trapassi e Salvatore Bartolotta, e al portiere del palazzo in cui abitava Stefano Li Sacchi.

 

L’Associazione Culturale Peppino Impastato- Casa Memoria ricorda con commozione il sacrificio di questo grande magistrato, che diede vita a una lotta decisa e intransigente contro la mafia e che formò, alla sua scuola i giudici Falcone e Borsellino. Tutti e tre furono massacrati dal tritolo mafioso, quello che, cinque anni prima di Chinnici, aveva distrutto il corpo di Peppino Impastato. Chinnici si occupò di questo delitto, dando una svolta decisiva alle indagini: ecco un ricordo della sua attività, in alcune pagine del libro:”Peppino Impastato”, una vita contro la mafia (editore Rubbettino): 

 

8.2 La formalizzazione dell’istruttoria e il lavoro di Chinnici 

 

  Passano sei mesi. Il caso è seguito attentamente anche dal Procuratore capo della Repubblica, Gaetano Costa, ucciso dalla mafia qualche anno dopo (6 agosto 1980). Suo figlio, l’avv. Michele Costa, nel corso della trasmissione televisiva “Cinque delitti imperfetti”, ha riferito che «Domenico Signorino fu chiamato dall’allora Procuratore Generale, Giovanni Pizzillo, il quale gli disse di stare attento con queste indagini, perché era una speculazione dei comunisti. Quest’episodio mi lasciò perplesso, perché non riuscivo a vedere il collegamento tra la speculazione politica nel volere incriminare un uomo come Gaetano Badalamenti e Badalamenti stesso, che non era un politico e non era aderente ufficialmente a nessun partito, quindi, per quale ragione si doveva pensare che cercare di perseguire un criminale mafioso di Cinisi potesse avere una valenza politica?».

 

  Ai primi di novembre il giudice Signorino formalizza l’inchiesta come «omicidio ad opera di ignoti»: chi siano gli ignoti viene subito chiarito dallo scrivente in un articolo su “Lotta Continua” del 13 novembre.

 

  Ogni equivoco sembra rimosso: da Catania arriva il risultato della perizia sulle macchie di sangue trovato nel casolare: gruppo 0-CD, Rh negativo, un gruppo raro, lo stesso di quello di Peppino, e questa prova si rivela decisiva. La notizia è data, a Cinisi, con un comizio tenuto da Umberto Santino e Turi Lombardo. Il caso viene affidato all’Ufficio Istruzione della Procura di Palermo, del quale è consigliere capo Rocco Chinnici, che lo avoca a sé e decide di occuparsene personalmente.

 

  Giovanni Impastato si costituisce parte civile il 13 dicembre e l’inchiesta prende respiro, grazie a un promemoria preparato dalla redazione di Radio Aut, e consegnato al giudice, dove si evidenziano alcuni punti, di cui non si è tenuto conto nelle indagini e i risultati delle ricerche compiute. Il documento costituisce una testimonianza unica nella storia della giurisprudenza siciliana: con tutti i limiti derivanti dalla propria posizione di “esterni”, i redattori di Radio Aut si sostituiscono agli investigatori, data l’inconsistenza del lavoro di costoro, e propongono al giudice un piano di lavoro e di conduzione delle indagini: Va dato atto al giudice Chinnici di averlo gelosamente conservato, anche per tutelare la sicurezza di chi lo aveva scritto, e di avere preso in considerazione parecchi degli elementi d’indagine indicati. Particolare degno di nota: di tale documento, compilato dallo scrivente, non c’è traccia negli atti processuali. Ecco il testo: 

 

Promemoria

 

all’attenzione del giudice Chinnici 

 

 

  Pur non volendo entrare nel merito delle sue competenze, sottoponiamo all’attenzione della S.V. alcuni       punti ai quali, a nostro parere, nel corso delle indagini, non si è prestata sufficiente attenzione:

 

   1. La torre di controllo dell’aeroporto dista dal luogo del delitto circa 500 metri. L’onda di luce, o la sua rifrazione sulla vicina montagna, causata dall’esplosione, avrebbe dovuto, necessariamente, essere notata dalla torre: riteniamo occorra una testimonianza degli addetti al lavoro e il prospetto del traffico aereo della sera dell’8-5-78, comprese le condizioni di visibilità, nel caso che l’esplosione fosse avvenuta in coincidenza con la partenza di qualche aereo che ne abbia potuto, in parte, coprire l’esplosione;

   2. Tabella del traffico ferroviario dell’8-5 per delimitare il tempo intercorso dal passaggio dell’ultimo treno a quello del mezzo che ha rilevato la rotaia divelta;

   3. La mattina del 9-5 i carabinieri di Terrasini si presentavano alla sede di Radio Aut aprendo con una chiave, che affermavano essere quella dell’Impastato. Siamo tutti certi che Peppino teneva questa chiave nella tasca destra dei pantaloni, separata dalle altre. Come mai i carabinieri sapevano che quella chiave isolata era quella della radio? Inoltre, la persona che ha raccolto i resti, tal Liborio, necroforo comunale, disse in giro che i carabinieri gli avrebbero detto di cercare in un determinato posto, dove, tra le pietre, egli avrebbe trovato la chiave. Riteniamo opportuna una verifica.

   4. Il casello ferroviario dista circa 500 m. dal luogo dell’esplosione: come mai il casellante non ha sentito niente? Riteniamo opportuno risentire la versione di costui e, se fosse necessario, ripetere l’esplosione nello stesso posto, onde accertare un’eventuale falsa testimonianza;

   5. Se è vero che l’esplosivo era del tipo DNT, usato nelle cave, controllare i registri di carico e scarico dell’esplosivo della cava di pietrisco di Manuele Finazzo, distante poco meno di 600 m. dal luogo dell’esplosione, delle cave di sabbia dei D’Anna, noti mafiosi di Terrasini, di Caruso, anch’egli di Terrasini, nonché delle cave di pietrisco di Giacomo Impastato e di Pastorelli, in contrada Cippe, vicino Montelepre;

   6. Prendere atto della versione di Giovanni Riccobono, venuto quella sera da Palermo, dove abitava nei giorni lavorativi, per avvisare Peppino Impastato che “doveva succedere qualcosa di grosso a Cinisi”, stando all’avvertimento fattogli dal cugino, e, di conseguenza, interrogare quest’ultimo: la pista potrebbe rivelarsi fondamentale;

   7. Prendere atto della testimonianza di Vito Lo Duca che, quella sera, in macchina con Matteo Giammanco, è stato seguito, per parecchio tempo, dalla macchina di Pizzo Salvatore, abitante in via Caruso a Cinisi, indagando su eventuali connessioni dello stesso con ambienti mafiosi;

   8. Circa dieci giorni prima del delitto, il motore della macchina di Peppino aveva subito uno strano guasto, dovuto all’immissione di zucchero e nafta nel serbatoio della benzina. Riteniamo  opportuno sentire, in merito, il sig. Saverio Orlando, (via Nazionale, Cinisi), che è il meccanico che ha riparato la macchina;

   9. Prendere atto del bollettino “Dieci anni di lotta contro la mafia” edito dalla Cooperativa editoriale Centofiori, e, in particolare, dei volantini scritti da Peppino ed ivi pubblicati a p. 10, con specifiche accuse ad alcuni individui e verso alcune speculazioni;

  10. Prendere atto di alcuni passaggi della trasmissione “Onda Pazza”, di cui consegniamo i nastri, e del modo in cui erano ridicolizzate le figure di alcuni mafiosi ed evidenziate alcune speculazioni, in particolare l’approvazione, in via segreta, dei due progetti del palazzo a cinque piani del Finazzo, che gestiva, assieme al citato fratello Manuele, la cava, e del progetto di costruzione di 600 mq. Di seminterrati al camping z 10. Verificare la delibera del Consiglio Comunale;

  11. Prendere atto dell’agenda di Peppino e della sua richiesta di comizio per il 12-5, presentata ai carabinieri;

  12. Prendere atto degli appunti di Peppino, presumibilmente la scaletta di un comizio, in cui si denunciano alcune speculazioni dell’amministrazione locale;

  13. Prendere atto delle foto della mostra del 7-5 e dei fatti ivi denunciati: tale mostra precede di un giorno l’assassinio;

  14. Testimonianze sui contenuti dei comizi di Impastato;

  15. Prendere atto delle strane effrazioni ad opera di ignoti, in cui niente è stato portato via, verificatesi giorni dopo l’omicidio, nelle case di campagna di Benedetto Cavataio, di Giuseppe Manzella, di Ferdinando Bartolotta e, per ben cinque volte, a casa della sig.ra Fara Bartolotta, presso la stazione, domicilio abituale di Peppino. Con ogni probabilità chi ha scassinato cercava qualche eventuale dossier scritto da Peppino, sulla cui esistenza a Cinisi si era sparsa la voce;

  16. Indagare sulle forniture mafiose fatte ai cantieri Mazzi e Romagnoli, per la costruzione dell’autostrada Punta Raisi-Mazara: in ciò sono implicati il solito Finazzo, i soliti D’Anna, Caruso, Impastato, Pastorelli: con quest’ultimo sembra lavori anche un geometra-capo dell’ANAS, Pino Lipari, azionista, nello stesso tempo, del villaggio turistico Z 10 e figlioccio del defunto mafioso Sarino Badalamenti, oltre che visitatore assiduo del di lui cugino Gaetano. Tali attività speculative sono state oggetto di denuncia in pubblici comizi, in particolare dell’ultimo, tenuto domenica 6-5 da Impastato;

  17. Accertare la provenienza del pezzo di tela di sacco, sporco di sostanza gelatinosa di colore argenteo, in cui presumibilmente era avvolto l’esplosivo, telo ritrovato e consegnato ai carabinieri da alcuni compagni di Peppino (Faro di Maggio ed altri).

 

 

 

  Conclusione: la presenza, scontata, di Peppino al Consiglio Comunale, sarebbe, senza dubbio servita a documentare, con dati più precisi, le accuse sulla gestione amministrativa locale, dati i suoi poteri di consigliere. Dette accuse, formulate durante i comizi o per via radio, potevano essere anche ignorate dalle autorità, una volta ufficializzate in Consiglio comunale con interrogazioni, interpellanze, interventi, avrebbero inevitabilmente avuto ben altra efficacia: infatti, sulle stesse, né il Consiglio comunale né le autorità avrebbero potuto omettere un’indagine formale: Peppino Impastato consigliere comunale sarebbe stato ben più pericoloso di Peppino Impastato semplice militante comunista. Egli è stato ucciso proprio nel momento in ci stava conquistandosi quel consenso popolare, confermato dalla numerosa presenza di ascoltatori ai suoi comizi e dai risultati della domenica successiva alla sua morte, quando, com’è noto, la lista di Democrazia Proletaria ha ottenuto il 6,5% di voti e Impastato ha riportato il maggior numero di suffragi, risultando eletto.

 

  Per qualsiasi altra delucidazione i redattori di Radio Aut e i militanti di D.P. di Cinisi si ritengono a disposizione della S.V. 

 

  La Redazione di Radio Aut 

 

  Nel febbraio del ’79 Rocco Chinnici coglie subito l’importanza del pro-memoria e interroga Giovanni Riccobono. Quella di Giovanni è stata una scelta sofferta e difficile: si trattava di rompere con il cugino, che gli aveva dato lavoro, con la famiglia, che lo avrebbe considerato un “traditore”, con il paese, che lo avrebbe giudicato «’nfami», e infame in Sicilia è considerato chi riferisce alla giustizia cose che possano arrecare danno alla famiglia o agli amici: come già prima la famiglia Impastato, egli ha scelto la via del coraggio, della coerenza sino in fondo, del rifiuto dell’omertà. Chinnici lo invita a sottoporsi a un confronto con il cugino Giovanni Amenta, al quale spicca un mandato di cattura per reticenza e falsa testimonianza. I giornali danno grande spazio alla notizia. Amenta rimarrà in carcere 18 giorni, continuando a sostenere di avere detto a Giovanni di non andare a Cinisi perché non stava bene che egli andasse a fare propaganda per D.P., dal momento che suo fratello era candidato nella D.C.: uscirà soprattutto grazie al suo avvocato Gallina Montana, un pezzo grosso del foro, guardacaso difensore dei più grossi mafiosi palermitani.

 

  Quasi contemporaneamente parte una comunicazione giudiziaria per Giuseppe Finazzo, cioè “u Parrineddu”, “u strascinaquacina” di Badalamenti: è indiziato dell’omicidio di Impastato: suo avvocato è Paolo Gullo, altro principotto del foro, difensore degli “amici”. L’inchiesta continua senza che si riesca tuttavia a trovare una breccia veramente efficace. In aprile, su sollecitazione di Umberto Santino, che si reca a Roma per parlare con i dirigenti nazionali del partito, Democrazia Proletaria si costituisce parte civile con un collegio di difesa composto dai senatori Umberto Terracini ed Agostino Viviani e dall’avvocato Tassone: i primi due non fanno niente, Tassone invece presenta una “comparsa”, cioè un’istanza in cui chiede al giudice di approfondire le indagini sugli illeciti amministrativi al Comune di Cinisi. Tassone è un calabrese, perché in Sicilia non si è riusciti a trovare un avvocato veramente valido che si facesse carico del caso: gli stessi avvocati Lombardo e Di Napoli, che sino ad allora avevano sostenuto l’incarico, finiranno progressivamente con il disinteressarsene.

 

  Chinnici intanto prosegue ordinando il sequestro di una serie di pratiche al Comune di Cinisi e affidando a due periti la ricerca e l’accertamento di responsabilità penali (29/5/80): comunicazioni giudiziarie vengono inviate al sindaco e ai componenti della Commissione edilizia, responsabili del gigantesco scempio sul territorio che Peppino aveva cercato di documentare con le mostre fotografiche. 

 

  Nel numero d’agosto 1986 del “Calendario del Popolo”, il giornalista Alberto Spampinato riportava questa testimonianza: «Chinnici svolse lunghe indagini. Diceva: «Ce la metto tutta. È come se avessero ucciso mio figlio». Il magistrato però non riuscì a trovare prove. Abbiamo così un’idea della grande umanità di questo magistrato, il cui barbaro assassinio  (29 luglio 1983)  è stato uno dei più alti momenti della sfida della mafia allo stato.

(Salvo Vitale) 

( 25 luglio 2010 )



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