Tutti in piedi, trascinati dall'onda di un applauso che palpita di rabbia e commozione. Potrebbe essere questa la cartolina dell'edizione numero 14, a testimonianza dello slittamento di senso, orizzonte, passo di un festival che ha scavalcato se stesso. Forzando i confini della letteratura.
Tutti in piedi per Giovanni Impastato, fratello di Peppino, eroe suo malgrado. Nonostante i depistaggi, le trame, l'affanno di un Paese a rovescio. Un'Italia senza memoria, costruita, franata e risorta sulle macerie di stragi irrisolte. Da Portella della Ginestra fino a Capaci e via D'Amelio.
C'è voluto un film, "I cento passi", perché Peppino Impastato fosse strappato al silenzio nel quale lo avevano precipitato. «Altrimenti oggi non saremmo qui», osserva Lirio Abbate, giornalista sotto scorta dell'Espresso, condannato a morte dalla mafia. Se Giovanni, presentato da Pino Casamassima, offre un ritratto appassionato di Peppino, insistendo sulla «rottura storica, culturale, radicale» operata dal fratello, Abbate esalta il giornalista lucido e libero, armato di ironia.
Impastato era avanti, denunciava, manifestava, sputtanava Tano Badalamenti dalle frequenze di Radio Aut quando tutti negavano l'esistenza della mafia. Prefetti, procuratori generali, vescovi. E così fino a vent'anni fa. Ieri.
«Un esempio spesso dimenticato - osserva Abbate -, oggi si preferisce passare le veline per accontentare il potente di turno, conservare la poltrona di direttore e pilotare l'informazione». Il riferimento è a Minzolini, ma ce n'è anche per l'avvocato Schifani, «spicciafaccenni» asceso alla presidenza del Senato, «mentre i suoi ex clienti sono in carcere per riciclaggio». Vero, oggi parlare di mafia si può, «più difficile farlo degli amici dei mafiosi».
La temperatura emotiva dell'incontro, quasi compresso nel cortile della Cavallerizza, non accenna a scendere. Giovanni Impastato predica la disobbedienza verso leggi che ignorano la dignità umana, e avverte: «Bisogna avere il coraggio di insegnare nelle scuole l'antifascismo e l'antisecessionismo».
Scandendo: «Contro il fascismo, contro la Lega, contro la mafia». La mattina si spegne in un minuto di silenzio, in memoria di Angelo Vassallo, il sindaco di Pollica ucciso in un agguato. Un silenzio più carico di un urlo.