(per la vita e per la morte)
Il suicidio di Monicelli ripropone una questione recentemente riaffrontata nel corso della trasmissione “Vieni via con me” con gli interventi di Mina Welby e di Beppino Englaro: quella del diritto di scegliere autonomamente e dietro propria responsabilità se vivere e se essere curati, senza che nessuno si arroghi la pretesa di imporre a un altro di vivere e di essere curato per legge.
Welby era un uomo completamente paralizzato dalla distrofia muscolare progressiva, costretto a vivere con una perforazione della trachea dove gli era fatta passare l’intubazione di collegamento al respiratore automatico, giorno e notte, giorno dopo giorno, anno dopo anno. Mai e poi mai aveva desiderato ritrovarsi in questo stato. E, in base alla Costituzione secondo cui “nessuno può essere obbligato a un determinato trattamento sanitario” (Art. 32), chiedeva che gli si “staccasse la spina”. Ci furono aspre polemiche, da parte delle gerarchie cattoliche: "Diabolico inganno!", tuonò il Consiglio episcopale permanente. Il malato fece recapitare una lettera al Presidente della Repubblica Napolitano e, dopo molte peripezie, il 20 dicembre del 2006, oltre nove anni di accanimento terapeutico alle spalle, prese congedo dai suoi parenti e amici. Chiese da ultimo di ascoltare una canzone di Bob Dylan. Poi fu sottoposto a narcosi, secondo la sua volontà. Il respiratore venne staccato. E Piergiorgio, dopo alcuni minuti, si spense. Di Manuela Englaro e delle incredibili sofferenze attraversate dai suoi genitori e da lei stessa, ridotta a un vegetale, tutto è stato detto e, sul suo corpo il ministro Sacconi ha tentato di consumare ogni infamia per impedire che la spina fosse staccata.
Purtroppo, in un paese di vittime della cultura cattolica, di speculatori senza scrupoli che usano tale cultura per fini elettorali, di altrettanti prelati e responsabili clericali che si accordano col mondo della politica per conseguire vantaggi, già è stato in buona parte deciso che nessuno potrà staccare la spina, sulla base del presupposto che padrone della vita è dio e che nessuno può arrogarsi il diritto, se non lui, di decidere su se stesso. Siamo alla negazione del diritto costituzionale minimo, secondo cui non è consentito a nessuno di operare scelte che intacchino la capacità di scelta dell’individuo. Tre ministri hanno addirittura diffidato i comuni che avevano disposto la possibilità di firmare uno stampato in cui tale possibilità era prevista.
Monicelli ha risolto il problema, anche perché è riuscito a trovare l’energia fisica e mentale per farlo. Anzi, come ultima e intelligente beffa nei confronti di chi è solito infierire sui morti, sottoponendoli a veglie funebri, funerali, messe, accompagnamenti e altre pietose cerimonie, ha disposto di essere cremato senza accompagnamenti. Grande!!! Cosa vuoi dire a quest’uomo? Che a 94 anni, malato e con la piena coscienza di avere dato agli uomini il suo genio e tutto quanto era nelle sue possibilità, doveva essere obbligato ad aspettare il momento in cui dio si decidesse a staccare la spina o Atropo provvedesse a staccare il filo? Che per questo andrà all’inferno? Anche Hemingway a 90 anni ha fatto la stessa scelta. Qualche altro, come Cesare Pavese, ci ha pensato prima, ma dopo avere attraversato una conflittualità interiore talmente intensa da arrivare alla decisione finale pur di chiudere con la sofferenza interiore: “Tutto questo fa schifo. Non più parole, un gesto”. Qualche altro ancora, come Luigi Tenco, ha chiuso per “andare via lontano, cercare un altro mondo, dire addio al cortile”. E non bisogna credere che si tratti di “momenti” di follia: quasi sempre si tratta di percorsi accarezzati, premeditati, coltivati e vissuti con viaggi interiori di disperazione e di sconforto, come nel caso del figlio di Mario Francese, che solo con la morte è riuscito a liberarsi dell’ombra del padre.
Certo, mettere in gioco la propria vita per “offendere” , per colpire qualcuno, , per lasciargli un segnale, un eterno rimorso,per esprimere, almeno per una volta, la capacità di ribellarsi a chi da sempre ha deciso per te, per vendicarsi di un torto, è una scelta discutibile: ci si può liberare di chi opprime la tua esistenza restituendogli, se se ne trova la forza, la violenza subita con un uguale gesto di violenza, oppure decidere di cambiare vita. Di Monicelli ho sentito dire che ha cambiato vita, che ha continuato a vivere un’altra vitata. Ma il suicidio è un modo di cambiar vita o è la cessazione definitiva della vita? E ancora: ogni attimo d’esistenza non è essere, esserci, rispetto alla scelta del non-essere, del nulla ? Il problema ha due facce, quella di chi getta la spugna perché non ha più dentro di sè le risorse per continuare, una scelta spacciata troppo sbrigativamente per vigliaccheria, e quella di chi ritiene di fare un atto di coraggio, un’affermazione di volontà e di libertà nel momento in cui si ritrova vittima “cosciente” della cultura dell’accettazione imposta dalle vigenti regole dell’esistenza.
In una delle prime canzoni di De Andrè, “Preghiera in gennaio”, dedicata a Tenco, egli canta: “Quando attraverserà- l’ultimo vecchio ponte- ai suicidi dirà- baciandoli alla fronte- venite in paradiso,- là dove vado anch’io, - perché non c’è l’inferno – nel mondo del buon Dio.”.
E il tema ritorna ne “La ballata del Michè: “Stanotte MIchè- nella terra bagnata sarà- senza il prete e la messa perché d’un suicida non hanno pietà” E infatti, sino a poco tempo fa ai suicidi era negato il seppellimento in terra consacrata, perché si erano permessi di ribellarsi alla legge di Dio. Oggi che tale discriminazione è finita, rimane il giudizio quasi di fastidio o di compassione, che si esprime sul suicida, quasi un poveraccio o un pazzo, sulla cui scelta ci si ostina a cercare un “perché”, senza tenere conto che esistono anche “i perché senza perché” .Anche qui, rispetto alla cultura greco-romana, il cristianesimo ha ribaltato interamente il sereno rapporto con il proprio corpo e la piena padronanza di scelta, ipotizzando serenità e gioia solo come momento da conseguire pienamente come premio ultraterreno.
Ai bacchettoni che si ostinano a parlare di “radici cristiane” della cultura europea bisognerebbe far presente che esistono radici ben più lontane, sulle quali questa cultura si è sviluppata.
A coloro che, come l’ipocrita Casini, parlano di “movimento per la vita”, di cultura della vita da contrapporre alla cultura della morte, sarebbe da chiedere se mai può esistere, a parte l’assassino, qualcuno che voglia la morte dell’altro e se è corretto o è da speculatori politici definire assassino chi vuole scegliere con la sua testa come vivere, dove vivere, se vivere o se dare la vita, quando poi non si è in grado di curare e di alimentare il diritto alla vita di qualsiasi essere. E se è vero che la vera vita è quella che sta oltre la morte, perché condannare chi decide di arrivarci prima? La domanda ci pone davanti anche ali gesti violenti dei kamikaze, che, nella loro ortodossia scelgono di morire per la fede, onde raggiungere l’Eden, il giardino delle delizie. Si tratta sempre di “cultura della morte”?
E allora? “Mourir de ne pas mourir” (Paul Valery), “Se la vita è sventura, perché da noi si dura?” (Leopardi) “La vita non mi è più, aggrappata in fondo alla gola, che una roccia di gridi” (Ungaretti), oppure “Io vado a morire, voi a vivere: cosa sia meglio dio solo lo sa” (Socrate)?
(Salvo Vitale)