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Populismo mediatico e neofascismo 

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Marcello Faletra 

 

 Sovvertire lentamente. Chi ha visto Videocracy di Erik Grandini, più di un anno fa, avrà constatato quanto sia vero il principio taoista secondo cui le trasformazioni profonde sono silenziose, impercettibili. Nel giro di un paio di generazioni un paese intero si scopre impotente, povero e scorticato dalla lenta estorsione del bene pubblico. Un paese ridotto all’osso moralmente ed economicamente. Molti ricorderanno che il film fu ostacolato in tutti modi. Rai e Mediastet si sono rifiutate di trasmettere il trailer - la corporation mediatica privata coincide con quella di stato.

 

La tesi del documentario è semplice: è bastato immettere nel circuito mediatico una lenta ma costante serie di spettacolini ripieni di idiozie, che si sono propagati irrimediabilmente fin nelle abitudini quotidiane, per sottomettere un’intera popolazione. E’ stato sufficiente provvedere ad alimentare pian piano miti, sogni e desideri, depoliticizzandone le potenzialità affermative. Non si desidera più cambiare il mondo, anche quello personale, ma partecipare a un reality show accompagnati magari dalle mamme. Più che il ’68 o il ’77, con le loro utopie rivoluzionarie di cui si sono perse le tracce, è stato lo spettacolo di massa l’agente che lentamente ha rovesciato un paese mettendolo nelle mani di un manipolo di affaristi senza scrupoli. E’ stata la chirurgia estetica dello spettacolo, la sua fascinazione mediatica, la lenta assuefazione al peggio, che ha generato la più spettacolare mutazione antropologica di un paese. Perché la lenta trasformazione, come quella che avviene dedicando quotidianamente parte del proprio tempo alla televisione, ad esempio ma non solo,  non contrasta con nulla, non trova ostacoli, e dal momento che è anche depoliticizzata e a domicilio, viene assimilata senza riserve. Non sono i campi di forze contrapposte a generare il profondo mutamento di uno stato di cose, ma proprio l’assenza di forze visibili, l’assenza di un progredire immediato ma proiettato sulla lunga durata: è solo dopo un lavoro di corrosione costante e silenzioso, dopo molto tempo, ma fatalmente poi emerge d’un colpo, che si avverte la presenza di un tumore. Oggi assistiamo increduli all’eversione che avrebbero praticato i “servizi segreti deviati” collaborando con i mafiosi ad assassinare i magistrati “scomodi” (altro che “anarco-insurrezionalisti”! Chi ha fatto sparire l’agenda rossa di Falcone?). Assistiamo impotenti al collasso dell’economia per estorsione del profitto e del bene pubblico, alla difesa della censura per il “bene del popolo”, alla sinistra che suggerisce alla destra di fare leggi un tantino meno “porche”…I gesti eclatanti scompaiono subito dopo la loro apparizione, la controriforma silenziosa, invece, va avanti imperiosa non soltanto nell’economia, ma anche nell’obbedienza sociale, nei modi di vita. Il fascismo mediatico, lentamente, in forma soft, dopo anni e anni di manipolazione di significati e di linguaggio, di forzature revisionistiche della storia, di vie e monumenti dedicati ai truffatori di stato (per la realizzazione dei quali non si sottraggono neanche gli “artisti”), non è più il nostro male storico, e ritorna non con l’olio di ricino o col confino, ma sotto forma di corruzione come stile di vita politicamente condiviso, socialmente ramificato, moralmente tollerato. Il fascismo storico – osservava già Pasolini nel dicembre del 1973 (Acculturazione e acculturazione) – “proponeva un modello reazionario e monumentale che però restava lettera morta…Oggi, al contrario, l’adesione ai modelli imposti dal Centro [mezzi di comunicazione di massa] è totale e incondizionata”. I contadini, gli operai, i proletari sotto il fascismo continuavano a seguire i modelli culturali delle varie tradizioni locali. Il nuovo fascismo invece  è mediatico, ed è riuscito a far abiurare i riferimenti culturali tradizionali per imporre quelli del cinismo, del denaro, dello spettacolo, del maschilismo, della violenza economica, del sospetto e della paura, del razzismo, della prostituzione come passaporto per il successo, dell’ignoranza, del revisionismo, del culto del più forte e del disprezzo del più debole. Il nuovo fascismo se la prende col linguaggio, con i corpi, col passato, con i valori della tradizione per sostituirvi quelli veicolati della televisione. Nella misura in cui gli strati e le classi sociali hanno abiurato ai loro riferimenti culturali, il nuovo fascismo mediatico s’è imposto.  E’ in questo senso che Pasolini prefigurava con parole forti questo stato di cose, oggi cosi evidenti ed estreme,  che riassumeva con l’espressione “genocidio culturale”.

 

Le controriforme sono lente, silenziose, impercettibili, come i tumori.

 

Se le rivoluzioni erano dei catalizzatori di ideali, i regimi controriformisti a struttura mediatica, lavorano per erosione progressiva della democrazia. Hitler non era un pazzo, ha attuato una visione del mondo (weltanschauung): è stato il nome col quale si sono materializzati d’un colpo oltre mezzo secolo di lento e progressivo antisemitismo, di costante culto della storia in termini nazional-patriottici, di mitologie volk neoromantiche, di parole chiave come “sangue e terra” quale culto estremo della “radice germanica”, ecc.. Tutti ingredienti somministrati a dosi omeopatiche nell’educazione e nell’immaginario collettivo. Il fascismo e il nazismo classici non ci sono più. Ma la menzogna al governo, la cultura del nemico, lo stupro del bene pubblico, il pregiudizio razziale, coltivare ignoranza, l’illibertà mediatica e l’arbitrio economico, tutti ingredienti di ogni paradigma del fascismo, continuano più che mai ad essere vivi.

 

In un’intervista rilasciata nel 1975 – Tuttolibri, inserto de la Stampa dell’8 novembre – l’intervistatore (Furio Colombo) chiese a Pasolini se avesse nostalgia della letteratura impegnata di stampo francese (Sartre, ecc.), Pasolini rispose senza mezzi termini: “No! Ho nostalgia della gente povera e vera che si batteva per abbattere quel padrone senza diventare quel padrone”. Aveva già registrato l’abiura di quella gente “povera e vera” che oggi inneggia al padrone che li deruba e li sfrutta rifilandogli primi piani di culi, “isole dei famosi” e sport (l’unica realtà “multietnica” in una società votata alla xenofobia).  

 

  L’anarchia riscritta dai politici. In tutte le società in cui gli uomini sono sfruttati, oppressi ed alienati, il criminale assume la maschera dell’uomo libero, diviene un idealtipo (Max Weber). Sperperando liberamente il suo bottino (o quello dello stato) può far credere che lo dia anche ai poveri.

 

Questo accade perché la società classifica convenzionalmente come criminale chiunque le si ribelli. Il destino della parola “libertà” non è indenne da questa perversa distorsione. Oggi sarebbe libero colui che si pone al di sopra della legalità. Libero di fare quel che caspita gli pare. Di fatto l’uomo più “libero” di tutti è il criminale che è pure messo nelle condizioni di non dover rispondere delle proprie malefatte (scudo fiscale, corruttori impuniti, ecc.). E a lui va l’onore reverenziale (populistico) di chi infrange il patto sociale. Lo stato è visto da costoro come un nemico. Non pagare le tasse è un modo per affermare la propria superiorità su di esso e imporla a tutti.

 

Negli anni Ottanta del secolo scorso Al Capone e i vari padrini, attraverso una serie di fiction e una vasta letteratura, sono assurti ad eroi, sono diventati miti. In Gomorra lo scrittore Saviano racconta come i camorristi imitassero perfino le gesta e le abitazioni degli eroi delle fiction di mafia. Eroi che hanno sfidato lo stato, la legge, ed in parte lo stato è stato costretto a patteggiare, a riconoscergli un ruolo. Quando gli americani sbarcarono in Sicilia nel 1943 si rivolsero ai mafiosi di origine siciliana per preparare lo sbarco. Lucky Luciano fu graziato nel 1946 “per i grandi servigi resi agli States durante la guerra”.

 

Ma non è  finita qui. Da qualche tempo il figlio di Ciancimino fa nomi e cognomi di “pezzi dello stato” che avrebbero patteggiato con i mafiosi durante le stragi di Falcone e Borsellino. Diversi politici e alte cariche dello stato ne erano a conoscenza e hanno misteriosamente taciuto.

 

Omertà  e compromessi sono la ragion pratica d’oggi. Il peggio è diventato uno stile di vita, come i sorci nelle fogne. Il peggio non è mai dietro di noi, ma in mezzo a noi.

 

Fra la società  del passato e la nostra dal punto di vista di una genealogia del malvivente vi è una sostanziale continuità: si adattano con successo al criminale.

 

In assenza di banditi positivi alla Robin Hood, fasce giovanili, la piccola borghesia, arricchiti dell’ultima ora, evasori fiscali e la povera gente non politicizzata e resa ignorante da anni di ebetudine televisiva, li cercano altrove, purché siano coraggiosi e sfacciati, come richiede oggi l’universo dello spettacolo. A costoro il criminale gli restituisce la funzione sociale del mito, l’illusione della salvezza, mentre trattiene per sé l’intero bottino.

 

Storicamente la prima scoperta di chi poté osservare con occhio imparziale la nascita della società industriale fu che la morale tradizionale ne usciva sconvolta. Secondo tutti i parametri tradizionali europei il capitalista, il finanziere, erano immorali e un po criminali. I loro scopi personali prevalevano su quelli collettivi. L’egoismo, l’impudenza, l’avarizia, l’ipocrisia, il cinismo, sono tutte caratteristiche dell’uomo d’affari, come ancora possiamo constatare oggi. Solo che ieri ciò faceva scandalo, oggi è un mezzo di comunicazione di massa e un modello di identificazione.

 

  Nel XIX secolo nella letteratura vi furono vari tentativi di associare il criminale al povero. Occorreva riformulare la morale collettiva attraverso un nuovo pericolo e associare la povertà alla violenza. I Misteri di Parigi di Eugèn Sue (1842/43) in parte provocò questa associazione. Ma anche Oliver Twist di Dickens. La criminalità dei romantici in fondo era il rovescio della medaglia della nascente crudeltà capitalistica. Ma ciò che ancora vi è in comune fra la nostra epoca e quella romantica è che la criminalità è una forma di accumulazione capitalistica protetta da leggi e da criminali che le fanno. Ieri la convergenza fra criminalità e società borghese era nascosta e depistata, oggi è esplicita e manifesta. I criminosi fallimenti della Parmalat, della Cirio, dell’Alitalia e di altre grosse aziende sono stati fatti da esponenti del capitalismo-rapina, per non parlare del clamoroso crack planetario dell’economia causato da finanzieri senza scrupoli di cui stiamo pagando le conseguenze. Morale: i collassi economici delle aziende sono collettivizzati, gli immensi profitti sono sempre più esclusivi di pochi. La virtù e il vizio non sono più facoltà opposte. Oggi sarebbe virtuoso chi raggiunge il proprio scopo criminale. E’ un eroe chi ce l’ha fatta a fregare gli altri. Chi è riuscito a estorcere denaro o ad arricchirsi in qualsiasi modo e a far credere che lo ha fatto per il bene di tutti, o peggio ancora: che si è fatto da solo. E’ il sogno distillato a dosi omeopatiche in tutti i format televisivi.

 

  In un certo senso il bandito (o il criminale) è diventato il successore del guerriero al potere per questo è stimato e temuto, e la sua invidiata libertà afferma, sotto altre vesti, la morte di Dio che nei romanzi polizieschi in genere era incarnato dal detective che scopre tutto, figura scomparsa all’orizzonte del crimine. Alla spada si è sostituito il denaro. Per vincere è sufficiente corrompere senza sporcarsi le mani. Dal punto di vista dell’immaginario collettivo, l’idealizzazione del criminale trasforma in una sorte di eroe colui che dal nulla riesce a prendere il potere. Infrangendo le leggi può far credere che liberi gli uomini dalla loro insoddisfazione. Paradossalmente l’anarchismo si è realizzato, ma in forma inversa da quella prospettata dai Bakunin e dai Malatesta. La libertà assoluta di non render conto a nessuno e di essere al di sopra delle leggi dello stato  per un gruppo di faccendieri senza scrupoli è una realtà. Vizi, capricci, lodi, condoni d’ogni specie, veline e puttanieri, offese e calunnie deliberate, ghigliottine mediatiche, tutto un mondo di soggetti che agiscono al sopra delle regole della società, insomma un mondo anarcoide. E’ in una prospettiva del genere che oltre trent’anni fa (1975) Pasolini col suo Salò, uscito postumo dopo il suo assassinio, volle dipingere l’orgia del potere, le deliberate perversioni sessuali che andavano di pari passo con l’arbitrio politico dei gerarchi nazifascisti, archetipi del potere assoluto, del capriccio elevato al di sopra delle leggi. La sovranità del potere si estendeva alla sovranità sui corpi resi docili e passivi dalla violenza.

 

E’ per questo che il criminale, il corruttore, l’evasore fiscale, il funzionario “deviato” verso le mafie, insomma gli “eroi” dell’economia-rapina che li comtempla tutti, sono i nuovi anarchici (o postanarchici?) del presente, molto diversi per scopi e ruoli svolti dagli anarchici di un tempo. Perché il loro atteggiamento coincide con le definizioni che ne danno in genere i giornali o le questure: sovversivi, insurrezionalisti, ecc. E infatti, fanno quel che  caspita gli pare e restano pure impuniti. E tutto ciò in barba allo stato. Se la convenzionale definizione dell’anarchico è quella condurre un’esistenza al di là dello stato, bene: queste confraternite massoniche di affaristi (P2, P3), di politici, di corruttori lo sono (lo scandalo della protezione civile che appaltava con la scusa dell’emergenza in deroga a qualsiasi legge dello stato e perfino alla corte dei conti ne è stata la prova più evidente). D’altra parte è insito nel concetto stesso di deregulation imposto dal neoliberismo – cioè meno stato più “libertà” economica – questa nuova concezione anarcoide della società. Per questa visione economica del mondo lo stato è di troppo. Ecco perché vanno smantellate leggi che impediscono la “libera” imposizione del vangelo dell’economia-rapina che vede tutto e tutti come una merce di scambio, dalla politica ai corpi – dalla compravendita dei parlamentari al sesso come elemento di scambio di favori o come viadotto di potere politico.

 

  Oggi la parola politica si scambia di significato con la parola mafioso, corruttore, prepotente, arrogante, truffatore. Queste parole sono sinonimi fra loro. A partire dal linguaggio vi è un mutuo soccorso fra quello che una volta era separato se non opposto. Non deve meravigliare l’indifferenza del pubblico di fronte a questa nuova “svolta linguistica”. Essa ratifica che la democrazia è passata ad uno stadio disfunzionale. E il linguaggio registra come un sintomo queste metamorfosi. Ce le mostra in tutta la loro paradossalità. Ma allo stesso tempo ci abitua a convivere con questi nuovi significati. Ci abitua alla loro corruzione.

 

Una volta il crimine si cercava di commetterlo senza farsi scoprire. Come un incubo la prova incombeva sul criminale. Oggi si fanno leggi per rendere le prove inesistenti. Forse in un futuro non molto lontano il crimine come opposto della legalità non esiterà più, perchè tutta la società sarà diventata criminale. 

 

Vivere e pensare come porci potrebbe essere un titolo per avere qualche dettaglio su questo paradossale stato di cose dove i poveri votano per i criminali che li depauperano all’ombra di un’opposizione imbecille e compromessa. Questo è il populismo d’oggi. Ma in ogni populismo è implicito qualcosa del tribalismo. Nelle tribù vale il divieto sacrale di modificare lo stato delle cose presenti. Saccheggio, deroghe alle leggi, stupro del paesaggio, “infrastrutture” come passaporto al denaro pubblico, parlamentari scelti dai capi partito, privatizzazione selvaggia…Da oltre vent’anni questa è la postpolitica. E’ già una tradizione. E per la mentalità populista la tradizione non va cambiata. Anzi va perfezionata. Fuori dunque i magistrati classificati di “sinistra”. Revisione del consiglio superiore della magistratura a vantaggio della postpolitica. Leggi a garanzia dei criminali e dei corrotti al potere (processo breve), ecc.. Tribalismo in questo contesto è sinonimo di predazione. Da qui anche i nuovi eroi impersonati da mafiosi come Mangano & Co. ed elogiati dai cesari di turno. Ma il populismo è anche la contrapposizione del popolo allo stato. Ecco allora la Costituzione che diventa un optional. Una cosa come un’altra. Una cosa che non è indispensabile e che in quanto tale va modificata in funzione degli interessi di chi manipola il populismo. Dietro la ricetta del populismo tutto è suscettibile di essere modificato. Non è dunque la legalità, lo stato basato sulla Costituzione, insomma la Legge a essere la coesione sociale, ma l’effetto mediatico del populismo. E’ la democrazia dalle emozioni, manipolata da un capotribù con al seguito uno staff di pubblicisti, mediatori televisivi, imbonitori politici, ricattatori mediatici, prostitute come scambio di favori, avvocati pronti a querelare e richiedere risarcimenti stratosferici (tecnica terroristica di dissuasione), ecc..

 

Aver trasformato una moltitudine di cittadini in auditel servile è l’“opera d’arte totale” dei nostri tempi. Col massiccio dispiegamento di campi di reclusione televisiva volontaria, il vento della controriforma neoliberare impazza senza ostacoli e ottiene ciò che vuole. Il non-pensiero trionfa fra un varietà e un finto notiziario. Mentre gli indici di borsa ingrassano i conti bancari di faccendieri criminali dal volto di “statista”. La fabbrica del bestiame cognitivo e della prostituzione generalizzata lavora alla grande.  Il tecnopopulismo imperante è la maschera feroce del presente cui fa da cornice la cretinizzazione da comunicazione. Bassezze e viltà sono la ragion pratica del politico cui corrisponde la totale sottomissione della democrazia all’immoralità del mercato, il cui nemico principale è ancora la legge.

 

In tutto ciò il feticismo della tecnologia e dell’immagine svolge una funzione decisiva.

 

Specchi, alcool e altri oggetti furono sufficienti per avere la fiducia dei “primitivi” per poi sottometterli. Svago, sport, reality show, feticci tecnologici ed altre idiozie vidimate dall’universo mediatico, a dosi omeopatiche e allopatiche, sono stati sufficienti per far credere che al mondo vi sono esseri buoni che intraprendono una “guerra preventiva” per proteggere l’umanità dai cattivi. La frode sulla verità, oggi, si gioca sul dispositivo dell’immagine e sulla sua funzione di stabilire cosa è vero e cosa no. L’attuale fusione di cultura e spettacolo non si compie solo come presa in ostaggio della cultura, ma anche come culturalizzazione dello spettacolo.  Infatti ciò che vince in questi casi è sempre la potenza formativa del mezzo in quanto tale. L’apparente neutralità della tecnica è un’illusione. Anzi: è essa stessa un feticcio. Quando si sostiene – da destra e da sinistra – che il mezzo come tale sarebbe moralmente neutrale, perché ciò che conta è “come” esso è usato, si postula implicitamente un a-priori sull’idea di “precedenza” verso qualsiasi tipo di tecnologia, definendo come “superato” ogni pensiero che vi si oppone. La tecnica non è un primum, come la natura, rispetto a cui l’uomo deve adattarsi, semmai – e sempre – è un mezzo, nient’altro. L’idea di “precedenza” – che somiglia allo schematismo trascendentale di Kant - non è altro che la struttura che preordina in anticipo le forme attraverso cui le immagini sono assimilate e dunque cognitivamente comprese. Il problema etico non segue quello della tecnica, ma nella prospettiva di una società dove lo sfruttamento è abolito, è primario. Quanto più le immagini preordinano la società, tanto più esse mettono in secondo piano il valore che ad esse deve attribuirsi. Ogni concezione del mondo non è innocente. La presunta neutralità dei media – e di conseguenza delle immagini – deve essere combattuta per questo, perché al pari degli specchi e dell’alcool che servirono per farsi strada presso i popoli non occidentali, penetrano la dimensione cognitiva modellandola sul modello della tecnica. La presunta “arretratezza” che si imputa a coloro che non seguono questo schema è il verdetto pronunciato da chi non tollera altre concezioni della tecnica, e nasconde il fatto che illusione e pianificazione convergono nel medesimo scopo. Il culto dei media e delle nuove tecnologie, sovrapponendosi agli antichi culti, prolunga la storia dell’illusione e dei feticci che la alimentano. Garantendo la libertà formale attraverso le immagini che uniscono e omologano, si perpetua l’ineguaglianza sociale. L’identificazione col più forte promossa dalle immagini dei reality show, ne è l’esempio più flagrante. La selezione fra le persone adotta lo schema naturale degli animali. La cultura è così ridotta alla ferocia di un evento di sopravvivenza biologica, adattandovisi, poiché è costretta a lavorare per defraudare della capacità di distinguere tra realtà e apparenza, tra bisogno reale e bisogno indotto. Perché il realismo fittizio dei reality show, ma anche delle immagini pubblicitarie, contribuisce a contagiare la stessa realtà, facendola percepire come un’immagine fra le immagini.

 

Infatti: la sostanza di questi spettacoli (arene di sopravvivenza) spesso è la distruzione del nemico e di ogni ostacolo al proprio intento predatorio. Dallo spettacolo alla politica dal punto di vista dell’immagine il passo è breve. La dove i format televisivi, dove viene mostrato un gruppo di persone che devono affrontarsi per superare tutte le prove per vincere – dunque eliminare ogni ostacolo – diventano un’unita di misura della vita reale, questa subisce una distorsione ottica, viene letta alla luce di una guerra fra individui dove l’eliminazione dell’altro (il nemico) è lo scopo principale.  Questo aspetto è talmente trapassato nella vita politica che il parlamento stesso è diventato un’arena di scontro, mentre la Legge diventa un ostacolo al libero arbitrio dei vincitori. Lo stato agonizza, non per mano degli utopisti “anarchici”, ma per corruzione interna, reso agonizzante dagli stessi politici corrotti, da “servizi deviati”, da corpi delle istituzioni che avrebbero dovuto tutelarne la salute.  

 

Cosi certe leggi che ancora consentono allo stato di respirare, seppure a fatica, sono dipinte dai politici al potere come “superate”, “ingiuste”, “anacronistiche”, ecc.. Bisogna quindi distruggerle perché ostacolano la “libertà” di questa nuova specie di anarchici al potere: eversivi, perché pur essendo stati eletti dal “popolo” agiscono dall’interno, sfruttando le coperture istituzionali, lo sfoggio delle scorte che incute timore ed estorce il rispetto, il ruolo politico che li mette all’ombra di ogni sospetto. L’ultimo caso in ordine di tempo è quello del neoministro, durato pochi giorni, senza deleghe e senza portafoglio, fatto tale per metterlo al sicuro dal processo dell’Antonveneta – storie di mazzette. L’idea di governo che emerge da tutto ciò è quello di una camera di sicurezza dalla magistratura. Un corpo politico che aspira ad essere al di sopra di tutto e di tutti. Per questo ha una profonda vocazione alla distruzione della separazione dei poteri dello stato.

 

Ma che significato ha l’atto del distruggere? Il fatto che l’emancipazione sociale si rovesci in restaurazione, storicamente non è inconsueto. Per quanto agisca in nome dell’ordine e del “popolo”, spesso la restaurazione agisce nervosamente con eccessi di distruzione. E non basta uccidere mediaticamente il nemico, occorre pure cancellare anche ogni segno di coesione sociale frutto di generazioni (stato sociale, servizi estesi ai deboli, la cultura nelle sue variegate manifestazioni artistiche e non, la scuola come base di una società libera e democratica). Anche la parola “moderno” cambia volto.  Sarebbe “moderno” – come si sente dire spesso per la bocca dei politici – ciò che effettua un colpo di spugna verso il passato. Gli impolitici della restaurazione, questi pronipoti di Nerone, distruggono tutto ciò che sbarra loro la strada: costituzione, magistratura, informazione, scuola…La distruzione crea spazio, apre un accesso e garantisce oltre all’esercizio del potere la predazione del bene pubblico. La stessa demolizione della libertà – quella dell’informazione soprattutto – è dipinta come un gesto di “libertà”. Mentre la parola “democrazia” è diventata la maschera di un’oligarchia (i parlamentari sono scelti dai capipartito). La parola “cambiare”, invece, nell’ottica della distruzione significa abolizione (lo statuto dei lavoratori ad esempio). In questa furia reazionaria anche il tempo subisce i colpi della cancellazione. La linea del tempo deve essere abolita. Il ’68 e il ’77 vengono presi di mira quali archetipi del tempo della protesta. Esempi di tempo collettivo antagonista al capitalismo, da condannare. La distruzione è un’azione contro la storia. Non molto tempo fa quando si conquistavano paesi e popoli si abbattevano i campanili con i loro orologi. Oggi è sufficiente una trasmissione che manipola la storia e ne rovescia i fatti. Ma, affinché la distruzione faccia il suo corso è necessario concentrarsi sul quotidiano. E lì che la memoria collettiva è aggredita pezzo per pezzo, rendendola inutilizzabile e dunque superflua. Si cancella il bene pubblico – il paesaggio, ad esempio – a vantaggio dei campi di concentramento del consumo, gli ipermercati. E cosi di seguito. E se alla luce degli scandali dei politici e delle lobby affaristiche che li sostengono lo spiraglio di una rivolta sociale è lontana di fronte a questa opera di distruzione, vorrà dire che è riuscita nel suo intento. Forse siamo figure postume di un racconto di Kafka dove il Messia non verrà che quando non sarà più necessario, non il giorno del Giudizio, ma il giorno dopo.

 

Non è  la “fine della storia”, ma la sua spettacolare regressione tra le braccia dell’assolutismo di pochi. La storia è in mano loro. E ne fanno quel che caspita gli pare.

 

Decisamente non è un bel paesaggio. Ma è così.

 

In mancanza d’altro – protesta, ribellione, rivolta di fronte al furto della democrazia e alla miseria civile - bisogna sperare che l’assurdo faccia il suo effetto.

 

Albert Camus ricorda la storia di un pazzo che pescava in una vasca da bagno. Quando un medico psichiatra gli domandò “se abboccava all’amo”, il pazzo gli rispose: “Ma no imbecille! Se è una vasca da bagno!”. Il “pazzo” era consapevole che quel che faceva era assurdo. Di fronte a questa scelta volontaria la logica dello “psichiatra” si trasforma  a sua volta in assurdità.

 

L’eccesso di logica si rovescia nell’eccesso di stupidità.

 

Il lusso di pescare inutilmente in una vasca da bagno equivale al tempo dedicato passivamente davanti allo schermo o nell’inerzia civile, pur sapendo che non se ne ricava nulla.

 

Di fronte allo sfacelo collettivo le piazze sono vuote e tutti pescano nelle vasche da bagno dello schermo.  

 

( 26 agosto 2010 )



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