Salvo
Vitale:
Il
mio rapporto di conoscenza con Peppino non è cronologicamente
definibile: lo ricordo quando frequentavamo il Liceo Classico di
Partinico: io ero qualche anno più avanti, ma consideravo
con simpatia quel gruppo molto affiatato di compagni di Cinisi.
Scelse la mia stessa facoltà, filosofia.
Navigavamo in un arcano desiderio di giustizia sociale e di eguaglianza
che non trovava particolari sbocchi di riferimento istituzionale.
Ci prestavamo qualche libro, lui "Stato e Anarchia", di
Bakunin, io " Stato e rivoluzione" di Lenin, lui Rimbaud,
io Prevert, lui gli scritti di Mao, io quelli di Sartre e Marcuse.
Maturammo le più belle esperienze di lotta nel '68 con le
lotte per l'esproprio delle terre di Punta Raisi: avevo laggiù
una casa che finì col diventare un punto di ritrovo. Il gruppo,
che veniva a piedi da Cinisi, ( circa tre chilometri), era molto
eterogeneo: nel corso di incontri improvvisati qualche contadino
ci comunicava le sue paure di perdere la terra e il lavoro, qualche
altro mi guardava con deferenza, perché scrivevo sul giornale
"L'Ora", c'era chi partecipava animosamente alle discussioni,
chi se ne andava sotto un ulivo a masturbarsi ( -" Manueli,
chi fai?" - "Minchia, è bellu"), chi non rinunciava
alla sua veste di credente, (" Dio in cielo e Mao in terra"),
chi non riusciva a sganciarsi dall'ombra del papà-partito.
I miei quattro anni di differenza mi consentivano un maggiore filtro
di lettura e di razionalizzazione nelle analisi e nelle decisioni,
mentre Peppino definiva subito la possibilità dell'intervento
forte e immediato.
Ricordo le lunghe notti passate all'università occupata,
la paura di aggressione da parte dei fascisti o della polizia, le
estenuanti letture dei classici del marxismo di cui
3
era fornita la biblioteca della Facoltà, le oceaniche assemblee
in cui noi, quattro gatti del PCD'I ml, riuscivamo a mettere in
minoranza Corradino Mineo, che proponeva di metter fine all'occupazione,
accusandolo di non so quali tresche col Rettore e con i professori.
Una volta che ero andato a trovare Peppino, suo padre mi disse:
"Ci u dicissi lei. Nun m'interessa si fa politica. L'importanti
è ca si pigghia un pezzu di carta". Provai a convincerlo
ed egli mi sfidò a una singolare scommessa: avremmo sostenuto
l'esame di Storia delle dottrine politiche senza toccare libro:
lui prese ventotto, io trenta, ma solo perché conoscevo l'argomento
del corso monografico. Per il resto non volle più sentirne:
sosteneva che l'Università è un veicolo della subcultura
borghese, una fabbrica d'ignoranza al servizio del potere .
Poi ci perdemmo di vista, io in Sardegna, vicino a "Servire
il popolo", lui, dopo qualche simpatia per il "Manifesto",
(1972) dentro "Lotta Continua".
Andavo a trovarlo quando tornavo in Sicilia ed egli aveva sempre
del materiale politico di prima mano da darmi. In uno di questi
incontri mi mostrò alcune lettere che lo invitavano "amichevolmente"
a non occuparsi più degli edili, e che lasciavano intravedere
chiare minacce di morte nel caso avesse continuato.
Organizzammo insieme lo spettacolo che diede l'avvio al circolo
"Musica e Cultura", ma, in rapporto a questa esperienza
, provavo qualche momento di disagio: non mi ero scrollato l'esperienza
del '68 mentre intorno impazzava il '77. Ritenevo importante stare
tra la gente e non chiusi in una stanza : molti mi sembravano più
zombies o cacciatori di sesso che soggetti politici, cioè
patologia del rivoluzionarismo; erano maturate alcune esperienze
che non avevo vissuto, delle quali, quando rientrai, rimaneva in
piedi Radio Aut.
Nel settembre del '77 Peppino mi diede una scossa: "- Mi sembra
che non te ne importi più niente. Fatti vedere, vieni a trasmettere"
" -" Ci sto. Ma senza "menate": fioretto per
la gente comune e rasoio per gli "amici", con un obiettivo:
allargare l'area del consenso".
Iniziammo un sodalizio quasi disperato: avessimo avuto altri mezzi
e altra gente avremmo scelto altre strade più violente per
lottare contro la mafia, ma accanto a noi c'era solo molto "personale"
promosso a "politico": c'era molto bisogno d'amore, di
sesso, di scarico delle tensioni e solo in pochissimi rifiutavamo
l'erba, per fumare un'ideologia e una pratica d'intervento che per
noi era seme, per i destinatari era invece pura follia o spaventata
curiosità.
Di quegli otto mesi di intenso impegno conservo ancora qualche rimorso:
ho tirato e fatto tirare la corda più di quanto Peppino avesse
fatto sino allora, stimolando la sua naturale aggressività
e lasciandogli sviscerare senza remore la sua grande conoscenza
degli ambienti mafiosi e politici di Cinisi; ho cercato di elevare
ad arte e a strumento di civile lotta politica la satira e ho finito
con lo scordarmi che, quando la ridicolizzazione e la denuncia aperta
intaccano interessi e credibilità, scattano sistemi di risposta
e controffensive che, in una terra di barbarie e di violenza come
quella in cui ci siamo mossi, prevedono anche la pena di morte.