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I COMPAGNI DI PEPPINO OGGI

MARGHERITA: "Grazie Peppino"

Ti ho conosciuto nel 1976, quando avevo ancora 16 anni.
Al circolo "Musica e cultura" si proiettavano interessanti films, ai quali seguivano dibattiti e confronti che ci aiutavano nella riflessione, nella presa di coscienza per una crescita culturale e politica.
Grazie Peppino, ti vogliamo ringraziare per quello che ci hai lasciato.
Amavi la giustizia, quella sociale, non certo quella camuffata dal potere mafioso. Quel potere mafioso che si arricchiva e si arricchisce tutt'oggi usando la prepotenza e la violenza di ogni genere, senza scrupoli! Anche col tritolo e le stragi.
Denunciavi lo sfruttamento di muratori, braccianti, donne lavoratrici.
Eri contento quando alcune femministe a Cinisi intervistavano altre donne e organizzavano un comizio per evidenziare le carenze delle leggi dello stato. Quelle leggi che lasciavano sole le donne nei problemi del lavoro, dell'aborto clandestino e della contraccezione.
Eri felice quando anche i bambini venivano coinvolti nelle estenporanee di pittura.
Ma il tuo obiettivo principale era quello di denunciare gli avvoltoi che giravano, e continuano a girare, attorno ai capitali pubblici che dovrebbero servire per la nostra comunità.
Capitali ingiustamente destinati per i privilegi dei pochi eletti, attaccati morbosamente al valore dei soldi.
La tua preparazione coinvolgeva chi come te voleva ribellarsi a qualunque ingiustizia.
Ci hai aiutato a prendere le distanze dalla cultura mafiosa. Desideravi e ottenevi, a Cinisi, momenti di aggregazione sociale che coinvolgevano tutti i giovani a combattere contro il silenzio e l'indifferenza comune.
Nell'allegria del carnevale, nel teatro, negli incontri musicali (compreso il raduno a Magaggiari), nei murales, nelle mostre informative itineranti, nella rappresentazione antinucleare, nell'informazione pulita attraverso la radio ci trasmettevi messaggi che servivano e sono serviti a tutti a crescere e a perseguire valori sani nel rispetto dell'ambiente, della dignità dell'uomo e di noi stessi.
Grazie ancora, la tua amica Margherita



GUIDO: "Ripensadoti oggi"

I Valori che mi hai trasmesso, e soprattutto l'aver vissuto l'esperienza traumatica e tragica della tua morte, hanno lasciato dentro di me la certezza, che nessuno potrà mai cambiare, di sapere sempre da quale parte stare e quali sono i veri valori della vita.
Anche se in alcuni momenti della mia vita ho rinunciato alla lotta e a trasmettere agli altri questi valori, li ho sempre avuti come punto di riferimento nel mio modo di vivere, di lavorare e nel rapporto con gli altri.
E sicuramente oggi, con la situazione politica in cui ci troviamo, c'è un gran bisogno di gridare di nuovo al mondo quei valori, che ormai sembrano assopiti da quella corsa al denaro e al potere che da ogni parte ci propongono da esempio.
Ora basta con le parole, io voglio ricordarti con una foto che ti ho fatto in cui colgo tutta la tua tenerezza, che è la cosa più bella tra le tante che trasmettevi.



Salvo Vitale:

Il mio rapporto di conoscenza con Peppino non è cronologicamente definibile: lo ricordo quando frequentavamo il Liceo Classico di Partinico: io ero qualche anno più avanti, ma consideravo con simpatia quel gruppo molto affiatato di compagni di Cinisi. Scelse la mia stessa facoltà, filosofia.
Navigavamo in un arcano desiderio di giustizia sociale e di eguaglianza che non trovava particolari sbocchi di riferimento istituzionale. Ci prestavamo qualche libro, lui "Stato e Anarchia", di Bakunin, io " Stato e rivoluzione" di Lenin, lui Rimbaud, io Prevert, lui gli scritti di Mao, io quelli di Sartre e Marcuse.
Maturammo le più belle esperienze di lotta nel '68 con le lotte per l'esproprio delle terre di Punta Raisi: avevo laggiù una casa che finì col diventare un punto di ritrovo. Il gruppo, che veniva a piedi da Cinisi, ( circa tre chilometri), era molto eterogeneo: nel corso di incontri improvvisati qualche contadino ci comunicava le sue paure di perdere la terra e il lavoro, qualche altro mi guardava con deferenza, perché scrivevo sul giornale "L'Ora", c'era chi partecipava animosamente alle discussioni, chi se ne andava sotto un ulivo a masturbarsi ( -" Manueli, chi fai?" - "Minchia, è bellu"), chi non rinunciava alla sua veste di credente, (" Dio in cielo e Mao in terra"), chi non riusciva a sganciarsi dall'ombra del papà-partito.
I miei quattro anni di differenza mi consentivano un maggiore filtro di lettura e di razionalizzazione nelle analisi e nelle decisioni, mentre Peppino definiva subito la possibilità dell'intervento forte e immediato.
Ricordo le lunghe notti passate all'università occupata, la paura di aggressione da parte dei fascisti o della polizia, le estenuanti letture dei classici del marxismo di cui
3 era fornita la biblioteca della Facoltà, le oceaniche assemblee in cui noi, quattro gatti del PCD'I ml, riuscivamo a mettere in minoranza Corradino Mineo, che proponeva di metter fine all'occupazione, accusandolo di non so quali tresche col Rettore e con i professori.
Una volta che ero andato a trovare Peppino, suo padre mi disse: "Ci u dicissi lei. Nun m'interessa si fa politica. L'importanti è ca si pigghia un pezzu di carta". Provai a convincerlo ed egli mi sfidò a una singolare scommessa: avremmo sostenuto l'esame di Storia delle dottrine politiche senza toccare libro: lui prese ventotto, io trenta, ma solo perché conoscevo l'argomento del corso monografico. Per il resto non volle più sentirne: sosteneva che l'Università è un veicolo della subcultura borghese, una fabbrica d'ignoranza al servizio del potere .
Poi ci perdemmo di vista, io in Sardegna, vicino a "Servire il popolo", lui, dopo qualche simpatia per il "Manifesto", (1972) dentro "Lotta Continua".
Andavo a trovarlo quando tornavo in Sicilia ed egli aveva sempre del materiale politico di prima mano da darmi. In uno di questi incontri mi mostrò alcune lettere che lo invitavano "amichevolmente" a non occuparsi più degli edili, e che lasciavano intravedere chiare minacce di morte nel caso avesse continuato.
Organizzammo insieme lo spettacolo che diede l'avvio al circolo "Musica e Cultura", ma, in rapporto a questa esperienza , provavo qualche momento di disagio: non mi ero scrollato l'esperienza del '68 mentre intorno impazzava il '77. Ritenevo importante stare tra la gente e non chiusi in una stanza : molti mi sembravano più zombies o cacciatori di sesso che soggetti politici, cioè patologia del rivoluzionarismo; erano maturate alcune esperienze che non avevo vissuto, delle quali, quando rientrai, rimaneva in piedi Radio Aut.
Nel settembre del '77 Peppino mi diede una scossa: "- Mi sembra che non te ne importi più niente. Fatti vedere, vieni a trasmettere" " -" Ci sto. Ma senza "menate": fioretto per la gente comune e rasoio per gli "amici", con un obiettivo: allargare l'area del consenso".
Iniziammo un sodalizio quasi disperato: avessimo avuto altri mezzi e altra gente avremmo scelto altre strade più violente per lottare contro la mafia, ma accanto a noi c'era solo molto "personale" promosso a "politico": c'era molto bisogno d'amore, di sesso, di scarico delle tensioni e solo in pochissimi rifiutavamo l'erba, per fumare un'ideologia e una pratica d'intervento che per noi era seme, per i destinatari era invece pura follia o spaventata curiosità.
Di quegli otto mesi di intenso impegno conservo ancora qualche rimorso: ho tirato e fatto tirare la corda più di quanto Peppino avesse fatto sino allora, stimolando la sua naturale aggressività e lasciandogli sviscerare senza remore la sua grande conoscenza degli ambienti mafiosi e politici di Cinisi; ho cercato di elevare ad arte e a strumento di civile lotta politica la satira e ho finito con lo scordarmi che, quando la ridicolizzazione e la denuncia aperta intaccano interessi e credibilità, scattano sistemi di risposta e controffensive che, in una terra di barbarie e di violenza come quella in cui ci siamo mossi, prevedono anche la pena di morte.



GASPARE CUCINELLA:

Conobbi Peppino come militante di Democrazia Proletaria. Non avevamo comuni interessi. Il teatro di Franco Scaldati fu il movente che fece esplodere in noi una grande amicizia e solidarietà, e, in particolare Il pozzo dei pazzi, uno spettacolo travolgente che affascinò Peppino e il suo gruppo, costantemente presente nelle varie repliche fatte a Cinisi, a Terrasini, a Scopello.
Il Circolo Musica e cultura costituì per Cinisi un forte momento di cambiamento per quanto riguarda le forme di organizzazione del sociale, dei fatti culturali e di una serie di altre iniziative, come le mostre itineranti, i cineforum, il teatro, i concerti. Il Circolo ci portava a dibattere di fatti politici, di cultura, di arte, di teatro, di fotografia e costituiva una speranza, ma divenne anche un dramma per certe vicissitudini quotidiane tipiche di un piccolo ambiente di provincia. I nostri rapporti furono intensi, feci parte del gruppo, attratto da quella forza che mi sollecitò a dare il mio modesto contributo nella lotta contro la mafia. Peppino viveva nel suo dramma, il dramma della solitudine, in cui spesso si trova chi lotta, il dramma nel quale tutto era inserito con la consapevolezza di un evento fatale. Peppino era "impastato" di tutt'altra pasta, le sue idee miravano con grande impegno e coraggio al raggiungimento di uno scopo ben preciso: costruire una società libera dalla mafia: la sua esistenza era stata interamente dedicata al servizio del cambiamento e del rinnovamento delle regole arcaiche e ingiuste sulle quali si reggeva il mondo. Fu considerato un folle, uno spostato, un "lagnusu", che non voleva lavorare, che non si faceva i fatti suoi, un rompicoglioni della società "bene".
"Radio Aut" fu uno strumento straordinario, una sorta di tromba: strombazzava ai quattro venti i fatti scandalistici e criminosi, mettendo in ridicolo tutti i componenti delle cosche mafiose che allora dominavano il paese. Si consideri che per tutti Tano Badalamenti era un uomo di rispetto che aveva portato al paese benessere e ricchezza. "Don Tanu 'un caca e si caca caca duru!" Figurarsi se il capo dei capi poteva sopportare di essere messo alla berlina da quattro ragazzini.
Con Radio Aut si aprirono grandi possibilità per le attività di denuncia e per una maggiore apertura al contatto con l'esterno. "Onda Pazza", trasmissione satiro-schizo-politica aveva un buon indice di ascolto: i personaggi più in vista di "Mafiopoli" e i vari speculatori che infestavano la zona erano chiamati con una storpiatura dei nomi, che comunque ne consentiva l'identificazione.
Peppino aveva grande voglia di vivere, odiava la morte, ma certe volte la sentiva vicina nei momenti di depressione.
Mi fu grande amico: la nostra collaborazione mi è bastata per rendermi conto che si trattava di una straordinaria persona che avrebbe potuto, se fosse ancora vissuto, cambiare un paese in balia a scorribande di delinquenti e criminali che tanti lutti e tragedie ci hanno regalato, ci regalano e continueranno a regalarci.
Fu oltraggiato, massacrato, distrutto fisicamente. I miei pensieri mi rodono. Nessuna protezione. Abitavo a Palermo ed ebbi l'ultimo incontro con lui una settimana prima che fosse ucciso. Quella sera doveva esserci il comizio di Signorile, deputato del PSI. Peppino era stanco, deluso, ma non disdegnò, con la sua ironia, di carezzarmi il viso e il naso sorridendomi e dicendo che avevo una grande maschera. Poi aggiunse di volere dire addio alla politica e darsi alla letteratura, ai viaggi, per disintossicarsi e che al suo ritorno avremmo formato a Cinisi una grande compagnia teatrale. Gli proposi di ospitarlo a casa mia per un paio di settimane e per allontanarlo da un'atmosfera poco rassicurante. Mi rispose che non poteva, perché doveva chiudere la campagna elettorale e che non c'era motivo di allarmarsi, non era ancora giunta l'ora..